giovedì 26 febbraio 2009

Trovato (per ora)

Bianco, che quel nero appesantiva. Ho cercato in rete modelli convincenti, digitando su google sempre la parola simple accanto a template etc..., che volevo una cosa neutra. Ma c'era sempre qualcosa che non andava in quello che trovavo. Allora rimango così, tolgo il nero ma lascio l'arancio, che è un po' rosso e un po' verde e non è né solo rosso né solo verde. Una cosa discretamente complicata insomma, che in natura si trova difficilmente. E allora mi consolo ricreandola virtualmente qui. Oh, se vi fa proprio schifo potete dirmelo eh.

mercoledì 25 febbraio 2009

Io non posso stare fermo

In mancanza di buone idee per post convincenti mi sono messo a smanettare sul modello del blog con i risultati che vedete. Appena ne sarò in grado, se mai ne sarò in grado, ripristenerò il tutto. Ma voi nel frattempo, ne sono sicuro, ve ne farete una ragione, no?

lunedì 23 febbraio 2009

domenica 22 febbraio 2009

Grottesco

Prendo io stesso le dovute distanze da ciò che sto per scrivere, soprattutto perché si tratta di un giudizio personale, ancorché politico, e perché le cose umane ti sorprendono spesso. Però sono fortemente convinto che uno come Dario Franceschini non sarebbe mai diventato segretario di un partito a meno che questo partito non fosse quella cosa cui è stato messo il nome di Pd. Cioè una formazione politica dove, tra le decine di altri accadimenti grotteschi che non si staranno qui ad elencare, c'è uno che si candida a fare il segretario e quando, a strettissimo giro di posta, si apre la possibilità per andare a ricoprire quella carica alza la mano per votare un altro (vedere la prima foto della galleria linkata nel post precedente).

sabato 21 febbraio 2009

Mamma mia!

So che sarei scambiato per qualunquista e forse, chissà, lo sto diventando, per cui non vi dirò l'effetto che mi ha provocato scorrere questa galleria di foto. Ma non sapete il desiderio che avrei di sapere che cosa provocano in voi. Mica per altro, solo per sapere se sono io ad essere esagerato.

venerdì 20 febbraio 2009

Se ve la siete persa

Seduto sulle scale del retropalco di Sanremo senza effetto alcuno se non la sua voce al microfono di una radio e il plettro sulla sua chitarra. Qui la chicca offerta da Manuel Agnelli alla Gialappas e a chi era in fortunato ascolto di radio due ieri notte.
Update: per chi si era linkato e non l'ha trovata, ho ripristinato il tutto.

mercoledì 18 febbraio 2009

Serve?

Cari Afterhours, da queste parti non ci si oppone a prescindere. Neanche alla partecipazione a Sanremo di uno dei più alti esempi di rock italiano come voi siete. Il problema però è che voi non siete Benigni. Benigni ha una vocazione ecumenica, è in grado di parlare, se non a tutti, a una buona percentuale di quelli che lo stanno ascoltando in quel momento. E' in grado di far capire anche a chi li chiama froci che pure loro amano, solo che dirigono il sentimento verso persone del loro stesso sesso. Ha il dono di una semplicità non banale e può parlare dall'alto anche a una platea dai gusti mediocri pur non facendo sentire nessuno inferiore e anzi innalzandolo un po'. E non è da tutti. Per cui un'apparizione come la sua di ieri sera a Sanremo sarebbe da ripeterla settimanalmente sugli schermi della Rai. Voi avete portato a Sanremo un gran pezzo. Sia dal punto di vista del testo che della musica. Io battevo il tempo mentre lo ascoltavo ieri sera per la prima volta. Ho pompato il volume quando oggi l'ho beccato per radio. Ma voi, cari Afterhours non parlate a tutti. Non siete fatti per essere capiti da tutti. E non è un demerito. Per questo, stanti così le cose e visto che avete migliaia di fan, siete stati in grado di portare i vostri show negli Stati uniti e il successo non vi manca, mi chiedo e vi chiederei, se poteste sentirmi, il senso della vostra partecipazione a Sanremo. Perché se volevate raggiungere un pubblico più ampio non credo sia quello il palcoscenico adatto per farvi apprezzare, eravate bellissimi ma proprio fuori contesto incastonati tra la non musica di Al Bano e della Zanicchi. Ma forse invece, intendevate aprire una breccia, "fare qualcosa che serve". Forse della vostra partecipazione si vedranno i risultati tra anni. Spero solo che serva a qualcosa di più che a far tirare tardi me e tutti quelli come me che ieri sera si sono sorbiti l'inascoltabile prima di potersi dimenare con calma sul divano. E aspettano di vedervi sul palco insieme a Cristiano Godano. Sarà un bel momento, ma resta il timore che lo sarà solo per quelli che godono già di voi. Ma speriamo che serva.
Aggiornamento: l'avevo dato per scontano, ma leggendo qui si capisce meglio il senso dell'operazione che se non altro li conferma come una realtà tra le più lontane dalla banalità.

Crisi d'opposizione

Eravamo abituati alle crisi di governo, ora tocca fare i conti con quelle dell'opposizione. Sia chiaro, da queste parti si resta convinti che la situazione rimanga quella che si tentò di descrivere qui. Le cose insomma sono difficili per tutti quelli che si muovono al di qua di Berlusconi. Però era facile prevedere il crac con scene madri e dichiarazioni nonsense annesse. Certo, era facile prevederlo, e allora perché non l'hai scritto prima? Perché era prevedibile sì, ma col senno di poi, che appunto arriva dopo e non serve a riparare i danni già subiti. Ma se non altro potrebbe aiutare a evitare di provocarne di nuovi. Prendiamola alla larga: avete idea di cosa faccia oggi lo sparring partner di Obama alle ultime elezioni statunitensi? Io no. E oltre a non interessarmi granché, credo che neanche la maggior parte di voi abbia idea delle occupazioni che impegnano John McCain. Eppure solo tre mesi fa competeva per diventare uno degli uomini più influenti del pianeta. Dimenticato. Bene. Non sapete dove sia e cosa faccia oggi John McCain ma se siete lettori di quotidiani o fruitori di telegiornali, leggete e ascoltate un giorno sì e l'altro anche dichiarazioni di Francesco Rutelli, Walter Veltroni e Massimo D'Alema. Cioè, il mondo ha dimenticato il simpatico settantatrenne dell'Arizona che ha perso le elezioni con Barack Obama, i repubblicani statunitensi si sono guardati bene dal farne il loro leader; ma gli italiani sono costretti a ricordare ogni giorno l'esistenza sulla scena pubblica di gente maestra nel perdere elezioni. Già perché nel fiume di dichiarazioni, comparsate tv, vertici e riunioni più o meno infruttuose di cui i cronisti ci distillano quotidianamente il succo insapore, qualcuno potrebbe aver dimenticato che D'Alema si giocò di fatto la carriera politica quando la coalizione di centrosinistra - grazie alla quale lui presiedeva palazzo Chigi dopo aver disarcionato il presidente del consiglio eletto due anni prima - fracassò alle regionali del 2000. Altri potrebbero aver sepolto sotto la mole di avvenimenti venuti dopo, che Walter Veltroni, oltre ad essere stato sonoramente sconfitto da Berlusconi un anno fa, divenuto segretario dei Ds nel 1998 dopo che D'Alema aveva lasciato la guida del partito per diventare premier, fiutata l'aria di sconfitta per il centrosinistra alle politiche del 2001, lasciò di fatto il partito al suo destino per dedicarsi alla sua candidatura a sindaco di Roma. L'ultima perla da inanellare è quella di Rutelli, che si candidò alla sconfitta contro Berlusconi nel 2001 (solo i privi di olfatto non avevano annusato che il centrosinistra avrebbe perso), proprio per guadagnare una visibilità post elettorale che gli valse infatti la carica di presidente della Margherita, partito fondato l'anno successivo. Insomma: nei paesi normali chi perde le elezioni esce dalla scena politica, mentre da noi addirittura le sconfitte alle elezioni vengono utilizzate come possibili trampolini di lancio dai protagonisti di centrosinistra. Ad uscire di scena anzi, è stato l'unico personaggio che nell'arco dell'ultimo decennio è stato in grado di portare per ben due volte il centrosinistra al governo. Bizzarro, no?
E' innegabile che la sinistra ha il problema del leader. E' una parte politica che nasce con il dna della collegialità, che tende all'autogoverno più che al seguire il capo; che in alcune sue frange tende all'anarchismo. Però, meglio averne uno intero di leader piuttosto che due mezzi che si annullano a vicenda non essendo in grado di prevalere l'uno sull'altro. Perché questa è la storia del Pds-Ds-Pd che sta agonizzando sotto la diarchia decennale di mezzo D'Alema e mezzo Veltroni. E questa è anche la storia di Rifondazione, partito che finché ha avuto una testa in grado di guidarlo degnamente ha tenuto anche in momenti di difficoltà e che uscito di scena il suo leader storico è diventato un partitino vicino alla consistenza di Dp (do you remember?), con il suo attuale segretario che, con sprezzo del ridicolo, definisce disastroso l'esito elettorale sardo del Pd dall'alto del trepercento del suo partito. Alla sinistra serve un leader come il pane serve agli affamati. E spiace dirlo perché la collegialità e l'anarchismo sono tendenze che qui si coltivano a patto che però si riesca in qualche modo ad agire. Serve un leader sotto la cui ombra si acquietino gli appetiti dei nani politici di turno; serve un leader che riduca al silenzio le tendenze divaricanti che diventano gigantesche e tendono a prendere la scena in mancanza di una personalità in grado di gestirle e ridurle alla dimensione che meritano; serve un leader con la virtù del coraggio di saper prendere una parte e indicare una via (per esempi rivolgersi a Zapatero o Obama). Basta con i sacerdoti del "ma anche", con i falliti da anni e con i dimezzati rancorosi. Anche perché senza leader non c'è unità. E l'unità, i nani politici del centrosinistra presi dalle loro bagatelle non l'hanno capito, è una delle virtù più gettonate da parte dell'elettorato. L'hanno capito così poco che pensavano di poter vincere in Sardegna dopo che Soru si era dimesso in seguito a lotte intestine. Ecco perché era tutto prevedibile: poteva pensare un partito del genere di durare a lungo? Serve un leader per tutto questo e serve anche perché sappia arrivare non dico a scorgere l'orizzonte, ma almeno a guardare un po' più in là del suo naso. Forse la faccio troppo facile. Ma trovare qualcuno in grado di spazzare via la polvere e tutti i politici di centrosinistra che vi riposano sotto sarebbe già un buon passo per iniziare una nuova via. Dov'è 'sto qualcuno? Bè, qui se permettete mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

martedì 17 febbraio 2009

Sottile e diffusa

Sono maschio; uomo, preferisco dire. Ma ciò mi consente lo stesso di pesare come la violenza fisica sia una caratteristica precipuamente maschile, non solo rumena. Penso anche che quella sulle donne, di violenza, si manifesta in forme differenti. Di cui lo stupro è solo la più eclatante e, per certi versi, autoassolutoria per una serie di tipi sociali: per chi occhieggia malizioso, per chi si permette battute insolenti che non accetterebbe mai se rivolte a una familiare, per chi allunga mani; per chi insomma fa pesare l'essere maschio, magari in una posizione di potere, in maniere non sanzionabili dal codice penale ma non per questo non umilianti nei confronti delle appartenenti a un genere che spesso credo vedano il mondo come fosse costruito al contrario dal loro punto di vista. Per chi considera le donne nostre e si permette per questo costanti invasioni di campo, salvo poi organizzare ronde contro chi le violenta, se chi le violenta è percepito diverso. Si è sempre avuto pudore a scriverne direttamente perché certe esagerazioni sono dannose e distolgono dalla comprensione dei problemi; altre esagerazioni però sono un salutare schiaffo in faccia e possono aiutare. Per questo oggi il blog prende in prestito un brano dell'editoriale di Matteo Bartocci sul manifesto che ha l'unico difetto di limitarsi a pochi esempi, laddove l'elenco è molto più lungo:
"E' sulle donne e le adolescenti, sulla loro sessualità, che si concentra una violenza sottile e diffusa. Il modo in cui vengono guardate per strada o in casa, approcciate sull'autobus, apostrofate a scuola, raccontate sui mass media, 'messaggiate' da fidanzati e spasimanti: è un'invasione di corpi normale e quotidiana".

domenica 8 febbraio 2009

Message in a bottle

Egregio Presidente del Consiglio,
il quadro è già così deteriorato che non si starà qui a peggiorarlo blaterando contro i Suoi provvedimenti sulla questione. Solo mi permetto di pregarLa di evitare almeno le dichiarazioni in libertà cui è abituato. Perché la questione di cui sta trattando è abbastanza seria. E il suo tacere potrebbe servire da esempio a molti dei suoi seguaci e avversari che stanno mostrando nel trattare il caso di Eluana la stessa sensibilità con cui le tifoserie si affrontano a un derby.

venerdì 6 febbraio 2009

Icone

Dice Garcia Marquez che la vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. Diceva Mike Francis che alcune persone continuano ad ascoltare pezzi degli anni Ottanta che rimandano a un periodo in cui ci si divertiva e che per questo, più che per il loro valore artistico, sono rimasti nel cuore delle persone. Questo intreccio di musica e vita mi ha fatto partorire un'idea che non sta né in cielo né in terra, perché racchiudere un decennio in una canzone è una delle attività con meno senso cui ci si possa dedicare, soprattutto per uno che ha scritto questa cosa qui. Eppure, nonostante l'arbitraria riduzione di complessità, fatta la mia personalissima lista dei pezzi associati ai quattro decenni che mi ricordo d'aver vissuto fin qui, ho constatato che essi sono abbastanza paradigmatici dei vari periodi. Non è una classifica dei pezzi più belli ascoltati nei vari periodi, né una di quelli cui si è più affezionati. Ma può essere anche sia l'una che l'altra, o una delle due. Di sicuro è ciò che racchiude l'essenza di quel decennio per come si ricorda d'averlo vissuto, appunto: per testo, atmosfere, rimandi e memorie varie che è difficile spiegare a sé stessi, figuriamoci agli altri.
Anni '70 - In fila per tre - Edoardo Bennato
Anni '80 - I will follow - U2
Anni '90 - Even flow - Pearl jam
Ora - Hoppipolla - Sigur Ros
PS: niente di fisso comunque, le cose cambiano, possono cambiare, anche quelle in memoria, a volte.

martedì 3 febbraio 2009

Capire il senso

Tra le diverse altre cose da fare, mi arrovellavo da un paio di giorni su un post in cui avrei tentato di spiegare perché secondo me il razzismo non c'entra (o c'entra poco) con i fatti di Nettuno e come anzi ricorrere alla mera categoria del razzismo per spiegare quell'episodio, come stanno facendo certa becerosinistra o certi becerodemocratici, è del tutto fuorviante perché sbagliando la diagnosi si sbaglia anche la cura. Ve lo risparmio: oggi sul manifesto c'è un fondo di Alessandro Portelli di una lucidità e di un equilibrio illuminanti che mi avrebbe tolto le parole di penna, se fossi stato capace di certe parole:

"(...) il razzismo c'entra, ma non è un ingrediente isolabile, un'ideologia motivante; è piuttosto una componente ormai intrinseca e indistinguibile di un senso comune di violenza e sopraffazione che se non è diventato egemonico poco ci manca. Coltellate, fucilate, violenze sessuali fanno tutte parte di un'unica grammatica dell'annientamento e dell'umiliazione dell'altro. E questo senso comune è condiviso tanto dai cinque stupratori di Guidonia o dai tre marocchini che avrebbero violentato una donna a Vittoria in Sicilia, quanto dall'italiano stupratore di una cilena, dai ragazzetti di Campo de' Fiori accoltellatori di un americano, dal bravo ragazzo violentatore di Capodanno a Roma. E da tanti episodi meno sanguinosi ma diffusi nelle famiglie, nelle strade, negli stadi, nelle scuole nelle caserme. La sola differenza - e qui il razzismo c'entra espressamente - è la strategia di depistaggio messa in moto da politici e media. Quando, sempre a Guidonia, nel 2006, fu una donna romena a essere violentata per ore da un italiano la notizia non riempì le prime pagine ma si esaurì in due righe in fondo a un comunicato Ansa e a un trafiletto del Corriere della Sera. Non ci furono ronde di patrioti indignati. (...) Perciò far credere che la violenza sia un portato dell'immigrazione, è un modo per parlare d'altri e non di noi - a cominciare dall'altra cosa che questi episodi hanno in comune: il genere maschile degli aggressori e la debolezza delle vittime. (...) Essere o sembrare deboli, nella modernità della competizione, della deregolazione, dell'individualismo e del mercato elevati a religione, è una colpa in sé. E' una colpa essere donna, è una colpa essere senza casa, è una colpa essere nero. E forse la colpa peggiore di tutte queste minacciose debolezze sta nel fatto che mettono a nudo la debolezza profonda dei 'forti'".

Questi sono alcuni stralci, ma vi assicuro che leggerlo tutto vale da solo il prezzo del giornale di oggi.
PS: le ragioni del pezzo fanno anche giustizia di quella cialtroneria di destra per cui la sicurezza è un problema solo se governa la sinistra. Ma questo è talmente scontato che è perfino banale segnalarlo.

Flusso di coscienza

In fila alla cassa del bar. Televisione accesa e sintonizzata sul canale che dà il Grande fratello. Sguardi verso lo schermo. Sono tre, un quarto sbircia mentre aspetta il suo turno con il contante in mano. Mica tanti, quanti saremo in tutto qua dentro? Ora li conto: sedici, baristi compresi. Quindi tre-quattro su sedici; appunto, mica tanti. Bè, mica tanti, è pur sempre un quarto: sarebbe il 25 per cento di share. Share? Dio come stai regredendo. "Questa, quant'è?". "Due-e-cinquanta". "Eccoli, me la apre?". "Pronti". Una bella birra all'aperto anche se la serata è umida, ecco cosa ci voleva. Guardatelo voi il Grande fratello.