venerdì 11 gennaio 2013

Quello che siamo


Più di un esponente di spicco della cosidetta società civile - questa fantomatica entità di cui si canta la purezza non contaminata dalla mefitica politica - è pronto a candidarsi con chiunque, o giù di lì. O almeno, questa è l'idea che stanno dando di sé in parecchi, in questi giorni di convulse compilazioni di liste di candidati. Una faccia della medaglia che si salda con l'altra: i partiti politici, depresso il loro appeal, vanno alla disperata ricerca di "facce nuove" ritenendo che la soluzione sia una mano di vernice sopra la ruggine. "Nella mia Bologna mi hanno chiesto di candidarmi a sindaco da più parti, in modo trasversale", ha detto Milena Gabanelli al manifesto. "Certo che mi hanno chiesto di candidarmi", ha risposto anche Marco Travaglio all'autore del pezzo, Giorgio Salvetti. Ma se la carrozzeria è fradicia, la vernice sopra non serve a niente, soprattutto se messa a caso. E noi, politica e società, se non siamo del tutto infradiciati, poco ci manca. E una delle cause del nostro stare male - questo il punto - sta proprio in questa melassa indistinguibile nella quale siamo stati trascinati e sguazziamo. Si può andare con Monti o con Berlusconi; col Pd o con Ingroia; con Sel o con Grillo o con Renzi. Non ci sono grandi differenze. Perché abbiamo amputato dal nostro orizzonte obiettivi nobili, cioè autentici, da raggiungere. E se non devi andare da nessuna parte, ogni mezzo è buono per (non) arrivarci. Se non hai contenuti, la forma del contenitore dove metterli è del tutto indifferente. Se la missione è tirare a campare, un asino vale l'altro per trascinarti (non me ne vogliano gli animalisti).
I piatti della bilancia, quello della società e quello della politica, sono perfettamente alla pari. Ci siamo tutti adeguati a questa menomazione dell'indistinguibile rassicurante ed esiziale. Non ci sono opzioni in campo (da parte della politica), perché le scelte di campo autentiche spaventano una società raggomitolata su di sé - al calduccio nella propria casa mentre fuori si desertifica tutto. Una società che a sua volta non esprime un briciolo di vitalità neanche sotto elettrochoc. Come tanti piccoli camaleonti, tendiamo ad assumere tonalità neutre che non disturbino, e che proprio per il loro essere inoffensive trovino la forza di attrarre il maggior numero di (tiepidi) consensi possibile. Contiamo sul fatto che si fondano sui cardini che ci stanno uccidendo: il mantenimento della melassa nella quale nuotiamo sazi di inutilità; la riduzione delle complessità; l'andare di corsa verso il nulla col capo chino sullo smartphone.
La latitanza delle possibilità reali è però insopportabile - questo lo sentiamo lontano, da dentro - anche se la capsula anestetica nella quale siamo immersi ha l'indubbio vantaggio di preservarci dalle intemperie. Così colmiamo la lacuna con l'innalzamento del volume del dibattito politico. Giocando a far finta di scegliere e a convincerci anche un po' di farlo davvero. E' un paradiso artificiale. Grottesco. Come  vedere moglie e marito che si minacciano l'un l'altra il divorzio in seguito a una lite sul posizionamento del divano. La divaricazione massima è: divano più su o più giù di qualche centimetro - con relativi schieramenti ululanti in curva - non "divano sì" o "divano no". Così ci assecondiamo l'illusione di essere protagonisti di scelte e al tempo stesso non scalfiamo la sicurezza che non cambierà nulla.
Non è un caso se uno dei termini più in voga e più apprezzati di questa era nebbiosa è "bipartisan". E non è casuale l'accettazione rispettosa di un ossimoro sempre più diffuso: quello dell'unicità della scelta. L'unicità è la negazione della possibilità di scegliere. Ma non ci facciamo caso. Perché compromessi, pigri e impauriti dalle nostre stesse ombre, fuggiamo il conflitto delle idee come il demonio e mascheriamo tutto battagliando infervorati sul trascurabile. E il compromesso al ribasso è quello che otteniamo: raccogliamo politicamente quello che socialmente seminiamo ma ci piace lamentarci con l'alibi posticcio di meritare ben altro perché ciò ci fa sentire meno inutili. E ci nasconde che siamo spaventosamente conformisti e ci stiamo lentamente suicidando, riducendo di giorno in giorno la nostra biodiversità. Cioè la possibilità di evolvere.

1 commento:

il tamBurino ha detto...

Parole sante. Non posso aggiungere altro.