venerdì 28 ottobre 2016

Lo sciacallo renziano che è in me e non lo sapevo

La vicenda da cui parto è personale, ma credo possa essere di interesse pubblico, per questo ne scrivo qui. Le considerazioni cui mi ha portato sono diverse, cercherò di essere schematico per illustrarle tutte nel tentativo di non essere dispersivo.

1) L'altroieri ho postato sui miei profili facebook e twitter la seguente frase: “Niente più terremoto. #bastaunsì”.

2) Si tratta ovviamente di una battuta, come capisce chiunque sia in grado di leggere senza ottundimenti.

3) La battuta ha come oggetto della critica un certo tipo di propaganda dei favorevoli alle riforme costituzionali volute dal governo Renzi - tanto da usarne il claim “bastaunsì” in maniera volutamente paradossale e rovesciata - secondo la quale una volta che vincessero i Sì, gran parte dei problemi italiani si risolverebbe automaticamente.

4) La battuta è anche il tentativo di sostenere che non è di riforme costituzionali che l'Italia ha bisogno, bensì di piani di recupero idrogeologico e antisismico, di investimenti per ricerca, innovazione, lavoro buono, eccetera.

5) La battuta non offende minimamente le vittime del terremoto, anzi. Il dramma è usato come una leva per criticare il potere. Non – sia chiaro - per dire che se ci sono stati il terremoto e i danni è colpa di Renzi. Ma per sostenere che le priorità di questo paese sono altre e che se uno vuole cambiare verso non è dalla Costituzione che dovrebbe partire, come ahimé ci ricordano ciclicamente le calamità cui siamo sottoposti.

5b) (Spiegare battute è umiliante per chi parla e/o scrive e per gran parte di chi ascolta e/o legge, ma visti certi tipi di uditorio ho imparato che a volte è necessario).

6) La battuta è stata capita e apprezzata da alcuni. È stata capita e non apprezzata, presumo, da altri, come capita.

7) La battuta è stata clamorosamente non compresa da altri che hanno preso e suppongo stiano continuando a insultarmi su twitter.

8) Cioè. Insultano non me, ma ciò che pensano che io sia. Cioè un sostenitore del Sì, renziano, che ha sfruttato il terremoto per fare una propaganda da sciacallo.

9) Chi ha avuto la pazienza di arrivare fino qui, starà dicendo tra sé: “Non è possibile”. Invece sì, se volete guardate qui.

10) Ora. Chiunque non sia ottuso, capisce che solo una persona fuori dalla realtà potrebbe pensare di propagandare una riforma costituzionale attribuendole il potere di bloccare i terremoti. E se non sei ottuso, una persona fuori dalla realtà la lasci lì, o se la vuoi aiutare la porti da un buon medico.

11) Invece i flamer del No su twitter si sono concentrati su questo presunto sostenitore-sciacallo del Sì, nonché coglione, coprendolo di insulti.

12) La stragrandissima maggioranza di loro non si è premurata minimamente di andare a vedere i tweet precedenti, così da approfondire la conoscenza virtuale dello sciacallo-coglione. Alcuni hanno compiuto, sì, lo sforzo di andare sul profilo, ma vinti dalla fatica si sono fermati sul fatto che lo sciacallo si definisse “giornalista” e hanno usato il residuo di energia per ironizzarci sopra.

13) Pochissimi hanno invece tentato di approfondire e dopo aver affrontato l'immane sacrificio di leggere alcuni dei tweet precedenti hanno realizzato, dopo ore, che il presunto sciacallo non è in realtà né un sostenitore del Sì, né renziano.

14) Ma la fiamma dei flamer non si è spenta. Il coglione-sciacallo rimane tale. Difficile inserire la retromarcia quando il piede è sull'acceleratore schiacciato. Così, da sostenitore sciacallo del Sì, l'autore della frase è diventato uno che dovrebbe stare comunque zitto e/o uno che da giornalista non si dovrebbe permettere certe cose o di ironizzare sui terremotati (il tutto, si badi, senza aver mai letto una riga di quello che il giornalista scrive).

15) Insomma: la gran parte dei flamer che ho involontariamente attirato si dividono tra chi tuttora crede che l'autore di “Niente più terremoto. #bastaunsì”, sia un agit prop renziano e chi ne ha capito la reale identità ma non ammette che gli insulti erano mal riposti perché è venuta meno la presunta causa che li ha generati.

16) I flamer si sono concentrati su twitter. Su facebook si è capito che la frase voleva essere una battuta. O comunque non si sono accesi incendi di insulti. Perché? Se avete pazienza e fate uno sforzo, siamo alle conclusioni.

17) Perché su twitter, che passa per il social più “intellettuale”, c'è un anonimato di fatto che fa scattare la psicologia del branco. Su facebook, per quanto virtualmente, si è amici, difficilmente si vedono insulti diretti sulle bacheche altrui. Gli insulti ci sono, ma vengono scambiati nei cosidetti “gruppi”, dove si scontra gente che non è amica neanche virtualmente. Su twitter questa dinamica è la normalità: chiunque può insultare chiunque. E il fatto di non essere “amici” o “follower” e poterlo fare amplifica a dismisura il fenomeno.

18) Non sto dicendo che twitter e i social sono “il male”. Anzi. Sono, possono essere, strumenti preziosi e io ne faccio uso anche per lavorare. Il male è là fuori, lo sappiamo, e la rete è uno degli strumenti attraverso cui si manifesta. Però l'anonimato virtuale fa scattare una psicologia da branco dentro il cui vortice ci si sente in diritto di dire qualsiasi cosa. E i social questa dinamica la moltiplicano. La riprova è che io (o lo sciacallo renziano per cui mi hanno scambiato) in tutta la mia vita vera e non virtuale non ho mai preso direttamente - in faccia, dico - la caterva di insulti che mi è stata e mi continua in queste ore ad essere riservata.

19) Che utenza è quella che da un tweet, peraltro non capito, non si premura di tentare di approfondire, non lascia perdere, al limite, ma si precipita ad insultare? Non sto parlando di un singolo, ma di decine e decine di individui, cosa che tratteggia un fenomeno sociale. Insomma: quanto stiamo diventando (o siamo già diventati) marci? Quanto ci rifiutiamo di capire? Quanto siamo pigri? Quanto il web incentiva la pigrizia? Quanta frustrazione, disagio, fastidio ci sono dietro questo schermarsi e insultare?

20) Voterò No, convinto, al referendum. Ma gli ottusi flamer di twitter ieri mi hanno ricordato, qualora ce ne fosse stato bisogno, che non sto dalla parte del bene. E che dalla parte del Sì non sta il male. Che con me voterà No gente che io ritengo contribuisca a rendere invivibile l'ecosistema nel quale stiamo tutti. Ecco, la vicenda di ieri mi ha ricordato che è tutto molto più complicato di come appare, e a volte più semplice. Che è un'ulteriore complicazione. Ma che comunque bisogna tenere aperta la porta alla complessità. E lasciare i manicheismi rassicuranti ai flamer già stanchi dopo aver letto una riga.

E niente, se siete arrivati fino qui, siete degli stoici.

mercoledì 27 aprile 2016

Il giornalista, poverino (la dittatura del reale)

Giorni fa un quotidiano ha pubblicato un'intervista a una persona eletta in Parlamento che è stata definita così dall'intervistatore: “Modi gentili e pragmatici di chi ha lavorato una vita tra gli imprenditori”. L'episodio ha una valenza generale che prescinde da chi ha scritto, da chi ha pubblicato, e dall'inconsapevole persona intervistata. Perché come tutte le cose che danno assuefazione ma sono tossiche, quella frase appare innocente, o meglio - anzi, peggio - come una neutra presa d'atto. E invece è la dimostrazione di come il veleno entrato in circolo gradualmente ha pienamente dispiegato i suoi effetti sulla vittima. La vittima è innanzitutto il poverino che ha scritto una cosa del genere, e poi per il suo tramite tutti i lettori sprovvisti di barriere immunitarie in grado di identificare il veleno e isolarlo. Provo a spiegare perché.

1) I “modi gentili e pragmatici” vengono automaticamente estesi dalla singola persona a una intera categoria. Ne consegue che tutti coloro che “hanno lavorato una vita tra gli imprenditori”, e quindi tutti gli imprenditori, sono baciati dalla grazia di essere dotati di “modi gentili e pragmatici”. Ciò vale anche per chi, pragmaticamente e gentilmente, fa firmare alle donne che assume lettere di licenziamento in bianco allo scopo di utilizzarle in caso di maternità; per chi, pragmaticamente e gentilmente, smaltisce rifiuti pericolosi inquinando acque e terre e avvelenando popolazioni; per chi, pragmaticamente e gentilmente, evade massicciamente le tasse; per chi, pragmaticamente e gentilmente, sfrutta il lavoro nero.

2) Essendo propri di quella categoria, al limite dell'esclusività, si deduce che secondo l'estensore della definizione, “i modi gentili e pragmatici”, non possono essere propri delle persone che non fanno parte del gruppo cui lui li attribuisce. Se uno, per dire, scrive: “Ha il fiato e le gambe di un maratoneta”, vuole indicare una persona che ha proprio quelle doti, frutto di anni di allenamento; chi non corre maratone è escluso automaticamente dai detentori di quelle qualità. La conclusione più corretta sarebbe insomma che chi “ha lavorato una vita” tra i commercianti, gli infermieri, i geometri, gli spazzini, gli studenti, eccetera, o chi è addirittura disoccupato, non è tra quelli che, di diritto, si comportano “gentilmente e pragmaticamente”. Potrebbe rientrarci, forse, ma deve dimostrarlo, non facendo parte degli imprenditori.

3) La gentilezza non è stata mai fatta discendere dal fare impresa. In nessun saggio di economia si è mai letta una cosa del genere, mentre c'è chi ha autorevolmente parlato, riferendosi al comportamento di chi opera sulla scena economica, di “spiriti animali”. Sul pragmatismo c'è qualche margine in più. Anche se ci sono imprenditori che falliscono, alcuni anche più volte. Difficile descriverli con l'aggettivo “pragmatico”.

Perché, allora, l'estensore dell'intervista è incappato in una leggerezza del genere? Perché, poverino, lui è intimamente convinto che gli imprenditori siano tutti, o quasi, “gentili e pragmatici”. È stato per così tanto tempo esposto alle radiazioni tossiche del racconto che va per la maggiore - e non si è mai posto il problema di prendere le distanze, perché tutto sommato pensa che in quella posizione egli possa godere di qualche piccolo agio – da essere diventato egli stesso propagatore di tossicità.

Nel corso di quella vera e propria controrivoluzione iniziata più o meno una quarantina d'anni fa, è stato divelto qualsiasi appiglio che colleghi il nostro essere qui e ora alla possibilità di trasformarci in altro, noi e quello che abbiamo intorno. Siamo nella “dittatura del reale”, in cui, come in ogni dittatura, comandano in pochissimi e l'oggi tende a raccontarsi come perpetuo. Questa “dittatura del reale” si nutre di diversi ingredienti e dopo aver strangolato la politica come strumento di esercizio, seppur parziale e perfettibile, di potere del popolo, oggi ha i suoi altari da venerare. Uno di questi è la bontà dell'impresa. O meglio, della logica del fare profitto. A prescindere. Di qui discende, come un automatisno, la definizione rozza - e nella sua rozzezza semplificatoria ben adatta a essere utilizzata come metafora degli atteggiamenti in questi tempi amputati - “modi gentili e pragmatici di chi ha lavorato una vita tra gli imprenditori”. Si tratta di una violenza semplificatrice che si abbatte sulla realtà stessa, perché anche solo ricorrendo al semplice buon senso si capisce che non ci sono un solo tipo di impresa, un solo tipo di imprenditori. Ma da chi è impregnato di tossicità è difficile ottenere la lucidità del buon senso.

Una delle poche cose che si può tentare di fare è spendere parole per arginare la tossicità messa in circolo da questa “dittatura del reale”. Che ha mezzi formidabili per distorcere interpretazioni e obiettivi. E porta le persone a scatenarsi genericamente contro “la politica”, vista come madre di tutti i mali, e a non pretendere nulla dagli imprenditori, che rimangono tutti “gentili e pragmatici” anche quando migliaia di loro nomi in tutto il mondo vengono pubblicati in un elenco di maxi evasori fiscali. Anche quando la politica non esiste più, se la si intende come potere diffuso di trasformazione, essendo il potere concentratissimo in mano a pochi impegnati a diffondere il verbo del profitto dopo aver fagocitato politici, giornalisti e accademie e averli ridotti ad agit prop. Anche se qualcuno e qualcosa resistono.

lunedì 8 febbraio 2016

Gianni Maroccolo e noi

Ero tra i fortunati in platea al Teatro Studio di Scandicci, l'altra sera, per la prima di “Nulla è andato perso”, lo spettacolo in musica che celebra i trent'anni di attività di Gianni Maroccolo. Spettacolo in musica, sì, ché concerto - per quanto uno di concerti bellissimi ne possa aver visti a decine – è riduttivo. Ma non è della qualità dello show che mi preme parlare qui. Una performance che mescola trent'anni di musica, suggestioni, colori, atmosfere partoriti con persone diverse, alcune delle quali entrate nel palco-non palco del teatro (non c'era alcuna differenza di altezza tra musicisti e platea, non per egualitarismo inopportuno tra artisti e pubblico, ma quasi un invito a respirare insieme, o almeno a me piace pensarla così); una performance così, dicevo, che mette insieme tutta questa roba diversa come se fosse un disco uscito ieri, non ha bisogno dell'ennesima recensione che ne esalti la magia. E poi non sarei credibile. Maroccolo è clamorosamente presente in tutta la musica italiana di cui sono tuttora estasiato fruitore. Quella musica che - dipende da come la vivi, ma quando incappi in certi fenomeni a una certa età può capitare - non è esagerato dire che ti cambia la vita. Nel senso che, insieme a mille altre cose che entrano nel tuo frullatore esistenziale, ti porta a guardare le cose da un punto di vista spesso ostinatamente alternativo, a volere altro da quello che ti si propone davanti, a essere insopportabilmente snob, a volte, perché tu non ascolti, non guardi, non leggi quello che tutti hanno a portata di mano. A prendere strade troppo poco battute, a volte; ma proprio per questo a scovare perle, se sei fortunato. Ecco, insomma, uno che ha suonato nei primi tre dischi dei Litfiba, che poi ha dato vita ai Csi, che ha prodotto il primo cd dei Marlene Kuntz, che ha concepito una gemma come Acau, è del tutto plausibile che incarni qualcosa che va anche oltre la musica. E l'altra sera ho capito, o meglio, credo di aver messo meglio a fuoco perché. Che poi è semplice.

È che Maroccolo è un artista vero. Ce ne sono tanti. Ma seguendo il suo percorso, che si è manifestato in tutta la sua intensità l'altra sera - per le cose suonate, per come le ha suonate, per le persone con cui ha scelto di suonarle, per le cose dette con un filo di voce e con un curioso misto di ritrosia e voglia di manifestarsi - a me questa cosa che ho sempre pensato, è apparsa ancora più nitida e con una sua peculiarità. Ora però occorre chiarirsi sulla locuzione “artista vero”. Ce ne sono tanti, accennavo, di artisti veri. Molti di successo, altri condannati all'oscurità. Maroccolo sta nel mezzo. Non per un malinteso senso di medietà, sia chiaro. Ma perché lui è riuscito ad essere un musicista di un qualche successo senza mai concedere nulla agli affari che girano intorno all'arte. Si percepisce, si respira, ascoltandolo, che Maroccolo crede in tutto quello che fa e che ha fatto. Che non c'è nulla che faccia perché pensa possa piacere ad altri: il primo a cui devono piacere le sue cose è egli stesso. Potrà sembrare una banalità, ma di compromessi al ribasso per allargare il proprio pubblico è innervata la storia di qualsiasi arte. Maroccolo lo sa solo lui, ma credo davvero non ne abbia mai fatti, o se non altro non ne ha fatti di esiziali. L'artistone di successo (non faccio nomi per non urtare sensibilità, non degli artistoni che ovviamente non mi leggono, ma dei loro fan) ha la sua immagine, ha i suoi cliché che consapevolmente o meno riconferma. E fa successo. E tiene alto il mito. Fa successo, ed è un successo basato sulla qualità, per carità, ma che occhieggia anche al compromesso. All'opposto sta l'artista così coriacemente artista, così lontano dal percepire comune e dall'accordo col mainstream, che è magari costretto a fare altro per guadagnarsi da vivere, poiché non riesce a instaurare canali di comunicazione con un pubblico abbastanza ampio da poter vivere della sua arte. Maroccolo appartiene a quella schiera di grandissimi baciati dalla grazia di poter vivere della propria arte pur non avendola mai (mai) svenduta.

Ed è - qui sta il punto - questo stato di grazia ad avergli dato l'importanza che ha per il rock italiano tutto e per la platea piccola o numerosa che lo segue. È avendo fatto emergere da una tale profondità le sue produzioni, è avendole protette dalla corruzione ed essendo stato bene attento a preservarne l'intimità; è avendo scelto ogni volta la sua arte, che Maroccolo ha potuto dare le cose dell'importanza che ha dato. Viceversa sarebbe stato un bassista/musicista come tanti. Magari con un conto in banca più cospicuo, e anche più conosciuto, ma senza alcuna traccia lasciata dietro di sé. Buono per tre minuti di radio. No. È questo dar vita ai sentimenti che ha reso Maroccolo l'artista che è. Uno di spicco, pur essendo rimasto sempre dietro, sulle migliaia di palchi calcati a ruminare note e a consumare la vernice del suo basso (sempre quello, da decenni). Perché quando ascolti le cose che fa, se hai la fortuna di stare in sintonia con lui, sai che quelle cose sono frutto dell'arte, non del compromesso. Quindi autentiche, piene. Ed è per questa autenticità profondissima che si è potuto permettere di dare al suo spettacolo quel titolo: “Nulla è andato perso”. Dalla cantina di via dei Bardi, a Firenze, dove fondeva gli amplificatori insieme a quelli che avrebbero dato vita alla band più importante della new wave italiana fino al viaggio col compianto Claudio Rocchi. Nulla è andato perso per uno che ha sempre curato i canali che s'instauravano con le persone con cui si è messo a suonare. “Perché la musica se non la condividi non ha senso”, dice lui, ma la devi condividere con le persone giuste. Questo Maroccolo l'ha sempre saputo. E ci regala un esempio di fedeltà a se stessi tanto più pregnante in un mondo dove la regola è l'auto-amputazione, il compromesso al ribasso che ricaccia indietro e non consente di guardare lontano, ma al massimo di sopravvivere (e neanche tanto bene). Maroccolo insomma, questa è la sua grandezza che va ben al di là della musica, restituisce non solo la dignità, ma l'importanza ai sogni. Senza il nutrimento dei quali le cose che facciamo sono destinate a perire in fretta, a rimanere in superficie, a non lasciare segni perché prive di anima. Magari più facili e più adatte a piacere di più. Ma deprivate.

giovedì 28 gennaio 2016

La memoria ci fa buoni

C'è da sfidare accuse di vilipendio e di una qualche possibile lesa maestà, ma c'è del fondamento a sostenere che dietro la Giornata della Memoria si nasconde un bluff nel quale peraltro cadiamo volentieri. Tranquilli. Niente accuse di complotti giudaici, niente piatti usurati di bilance su cui mettere i morti di una parte e quelli dell'altra dell'infinito conflitto israelo-palestinese. E ancora, tranquilli: è stata sacrosanta l'istituzione della Giornata della Memoria e resta sacrosanta la sua celebrazione, ma ciò non toglie che sia un bluff; dirlo significa voler bene alla Giornata della Memoria, volerne serbare il cuore, non il contrario.

La Giornata della Memoria, la consacrazione di un giorno al ricordo dell'Olocausto, come tutti i riti, serve. Intanto a comunicare a bambini e ragazzi che c'è stato l'Olocausto. Serve a vederli uscire da scuola - se hanno avuto la fortuna di incappare in insegnanti decenti - con la faccia contratta e sentirli dirti: "Abbiamo parlato dei campi di concentramento". Serve a far muovere loro i primi passi nel confronto con gli abissi di cui l'umano è capace nella speranza che nella loro vita sceglieranno di colmarli con atti concreti, quegli abissi. Serve, può servire, a noi adulti a farci vergognare almeno un po' dell'utilizzo come epiteti di rabbino, zingaro, frocio, mentre per un giorno ricordiamo che furono le tre categorie principali che affollarono i campi di concentramento.

Poi però, comincia il bluff della memoria. Perché l'Olocausto, come tutte le pulizie etniche, aggiunge al fatto di essere un crimine quello di essere stato calcolato e seriale e, nel caso specifico, messo in atto da uno Stato. Non un omicidio, non l'uccisione di un nemico, non l'isolato gesto di un folle. Ma più di tutto questo messo insieme, portato avanti nel tempo con intelligenza e grande dispiego di risorse. E ciò, nella sua immanità, lo rende ineguagliabile e schiaccia tutti gli altri crimini, tutte le altre tragedie in posizione secondaria, li fa un po' meno gravi.

Ed è proprio nel rendere tutti gli altri abissi provocati dalla nostra umanità claudicante meno profondi che l'Olocausto, o meglio, la sua memoria, ci fornisce un alibi formidabile: noi non saremo mai capaci di renderci complici di una cosa del genere, noi non faremo mai una cosa del genere. Una cosa del genere è praticamente irripetibile e quindi noi ne siamo al riparo. È così che noi, ricordando l'Olocausto diventiamo più buoni.

Non solo. Qualsiasi dramma e/o tragedia, essendo non così grave come l'Olocausto, diventa non meritevole di attenzioni urgenti. Così abbiamo l'alibi non solo per non far nulla di fronte alla strage di persone che si giocano la vita pur di tentare di venire a migliorarla qua da noi; ma anche per discettare amabilmente mentre affogano o vengono torturate e violentate sull'altra sponda del Mediterraneo su come "regolare i loro flussi", manco si trattasse della pressione dell'acqua, perché "non si può mettere a repentaglio la nostra vita quotidiana". E quando qualche inguaribile utopista fa notare che il nostro è un atteggiamento disumano, ci solleviamo dinanzi alle argomentazioni dell'intellettuale realista di turno che ci toglie d'impaccio suggerendo che la storia, ahinoi, è costellata di sangue e tragedie e che gli Stati sono nati per difendere gli interessi dei propri cittadini eccetera... E anzi, le facciamo nostre quelle argomentazioni, nei dibattiti da social network o da salotto borghese in sedicesimi. E, ancora una volta, ci sentiamo buoni, sollevati da responsabilità che non ci riguardano, convinti di stare nel giusto. Però, permettete: un conto è parlare delle tragedie passate o di quelle attuali di cui non sappiamo; un conto è parlare di ciò che ci accade sotto gli occhi in termini di vita, tra una imprescindibile dichiarazione di Renzi e un anatema di Grillo.

Ora, per smascherare il bluff della Giornata della Memoria ci sarebbe da non trasformarla in esercizio di esorcismo, ma in presa in carico di responsabilità. Non serve a progredire specchiarsi nel male assoluto per dirsi: io sono meglio. Occorre piuttosto dirsi e dirci: che cazzo sta succedendo e perché? Perché la vita umana è diventata importante quanto lo spread, anzi meno? Perché le risorse pubbliche possono salvare banche e non vite umane? Perché? Ci condanneremmo a cercare risposte e forse ci sentiremmo meno buoni, meno rassicurati e così miglioreremmo. O forse no. Continueremmo a fare sermoni su quanto erano cattivi i nazisti e quanto oggi siamo progrediti noi.

domenica 27 settembre 2015

A proposito di GLF

Non condivido praticamente nulla di quello che Giovanni Lindo Ferretti va dicendo da qualche anno su religione, politica, immigrazione e altro (le ultime cose le ha dette nell'intervista al Fatto Quotidiano che sta diventando virale on line). Lo dico da persona che ha succhiato note e versi di Csi e Cccp fino a farne parte costituente di sé. E che ha anche letto alcune delle sue ultime produzioni.

Nella gran parte delle parole di chi critica Ferretti però, sento uno stridore fastidioso e (quasi) inedito. Perché da un lato sono quelle di chi in teoria la penserebbe più o meno come me, ma al tempo stesso mi pare poggino su basi inconsistenti che proprio per questo portano a derive fatue se non dannose. Si critica Ferretti da un punto di vista praticamente solo estetico. Banalizzando per capirsi: non sei più quello di un tempo; come si fa a cambiare la propria posizione fino a rovesciarla; eccetera...

È un tipo di critica che intanto nega l'umanità, che è cambiamento continuo, scarto, errore, caduta e ripresa; movimento insomma, anche se ci sembra sempre tutto uguale. E al tempo stesso non si confronta sulle idee, sulla loro qualità. E ciò non contribuisce a migliorare neanche le proprie, di idee, che vanno sempre sottoposte a verifica, per quanto si può; altrimenti si induriscono fino a diventare inerti.

Allora: io credo che Ferretti non sbaglia perché non è più quello che a noi piacerebbe che fosse. Ma perché quando parla di Stati che devono tutelare i propri cittadini prima e gli stranieri solo poi dimentica che le frontiere degli Stati sono ormai diventate porose a tutto: capitali (anche di provenienza criminale), merci, titoli obbligazionari, azioni. Gli Stati aprono (sono obbligati ad aprire in alcuni casi) le loro frontiere per approvare leggi finanziarie che vengono scritte altrove da persone di nazionalità diversa da quella di chi subirà gli effetti di quelle leggi. Solo per i poveri cristi le frontiere rimangono alte. E per questo io penso che le frontiere degli Stati siano un'invenzione utile solo a chi sta sopra e divide e impera, e non a chi (come la maggior parte di noi) sta sotto e ancora non l'ha capito poiché crede di stare sopra.

Io credo che Ferretti sbaglia perché non è un'argomentazione valida dire che "tanti giovani di destra venivano ai concerti dei Cccp e io devo loro riconoscenza". Questa è un'argomentazione estetica, alla quale si potrebbe rispondere: e allora perché non ti ricordi del tuo pubblico di sinistra? Ma è una banalità al cui confronto quelle di Giorgia Meloni sembrano le riflessioni di un gigante del pensiero.

Ferretti sbaglia perché secondo me la religione è spiritualità, e quindi fatto essenzialmente privato, intimo. Sbandierare la propria fede a me sa di pornografia dei sentimenti, per questo non amo le religioni istituzionalizzate, misto di pornografia sentimentale e superstizione. E soprattutto, sbandierare la propria religione in faccia ad altri è un po' come brandire un'arma. E a me le armi non piacciono, preferisco combattere con le idee.

Infine, Ferretti secondo me sbaglia perché la destra sta facendo di lui un idolo. E mi pare di ricordare che a lui non piaceva. E penso che su questo no, non dovrebbe aver cambiato idea.

sabato 4 luglio 2015

Tornare alla vita

Voteranno solo loro, ma il referendum dei greci riguarda tutti. Primo, perché è la prima volta nella storia che un popolo europeo si esprime sulla politica europea, a meno di non voler considerare le elezioni per il Parlamento europeo cui siamo chiamati ogni cinque anni, come qualcosa che abbia mai avuto a che fare davvero con le politiche di Bruxelles. Secondo, perché vista la posta in palio, il risultato di domani avrà di sicuro un effetto reale, in un senso o nell'altro: o la politica dei tagli sarà confermata (in caso di vittoria dei Sì) o si potrà affacciare qualcosa di diverso, in caso di vittoria dei No. Qualcosa di diverso in Europa, sia chiaro, perché al netto della propaganda pro-Sì, un'uscita della Grecia dall'euro è impensabile. Non la vuole Tsipras, che l'ha detto in tutte le salse; non se la può permettere l'Europa.

Se le cose stanno così, approcciarsi al voto di domani e alla questione greca e a quella europea con la calcolatrice in mano, appare quanto meno grottesco. Anzi, proprio un nonsenso. La Grecia che alcuni dipingono come un paese di “furbetti” è un posto dove grazie alle politiche dei tagli sono aumentate le morti perinatali perché si è tornate a partorire in casa per evitare i ticket all'ospedale introdotti dall'austerità; è un posto dove il governo dei “furbetti” vuol garantire le persone dal taglio dell'energia elettrica per morosità (ed è noto che chi non paga la corrente, con quei soldi va in vacanza in resort esclusivi, no?) e offrire trasporti pubblici gratis a chi è sotto una certa soglia di reddito; è un posto dove si fanno collette di medicine e dove si sono apprestate cliniche solidali in cui volontari curano chi non ha i soldi che oggi servono per garantirsi la salute. La Grecia siamo noi senza futuro, senza ambiente, massacrati dai tagli, che per rimozione ci sentiamo fighi perché tanto tocca a loro, un po' come facciamo coi migranti.

La Grecia però è un posto, l'unico in Europa, che anche grazie al referendum di domani ha rimesso al centro la vita delle persone invece che farle girare, le persone e le vite, attorno ai mercati. E per questo è un posto dove la parola politica è tornata ad avere il suo significato, laddove altrove è sinonimo di paralisi, incapacità di muoversi se non nella direzione imposta dai capitali che seguono i loro interessi indisturbati poiché gli altri, cioè noi - impauriti e resi ciechi della propaganda - i nostri interessi non sappiamo neanche più riconoscerli.

Voteranno solo loro, i greci. Ma siccome per la prima volta dopo decenni una consultazione popolare potrebbe incidere sulla vita di tutti, anche sulla nostra, io mi auguro che dicano No.

mercoledì 29 aprile 2015

Razzismo for dummies

Il razzismo è una malattia che si può prevenire. A patto che se ne riconoscano i sintomi. Il virus del razzismo è particolarmente ostico da debellare perché si incuba nell'organismo principalmente attraverso programmi televisivi e chiacchiere da bar e per lungo tempo non dà luogo a disturbi particolari. Quando i segni cominciano a manifestarsi all'esterno però, potrebbe essere già troppo tardi per intervenire. Per contrastare efficacemente il virus è quindi fondamentale riconoscere i sintomi appena vengono alla luce. Il vantaggio è che non servono visite specialistiche, si può ricorrere anche all'auto-esame. Ecco una mini-guida per riconoscere alcuni dei principali sintomi del virus razzista.

1) Iniziare una frase con «non sono razzista ma».

2) Estendere la colpa per il reato commesso da un singolo individuo all'intera categoria della quale l'individuo fa parte.

3) Blaterare contro chi attraversa il Sahara a piedi e sale sui barconi in Libia evitando di chiedersi come mai una persona mette a rischio la propria vita, pagando, per lasciare casa sua.

4) Ritenere più pericolosi per la propria vita un rom, un mendicante o un lavavetri invece di chi evade le tasse.

5) Essere convinti che una famiglia straniera che ottiene una casa popolare commette un furto, senza essere minimamente sfiorati dal sospetto che la rapina ai danni di tutti è che non ci sono case popolari per tutti quelli che non possono permettersene una.


venerdì 24 aprile 2015

La Liberazione è ribellione

Il rischio che il 25 Aprile si trasformi in un garrire fatuo di bandiere c'è praticamente da sempre. E se la Liberazione rimane intrappolata nella sua dimensione di rito - stanco e noioso come tutti i riti - è perché di essa non si riesce, non si è riusciti, a trasmetterne adeguatamente il valore costituente. Affinché le bandiere sventolino con un senso, occorre andare alla radice costituente della Liberazione.

Il valore costituente della Liberazione risiede nel suo essere stata un atto di ribellione a uno stato di cose inaccettabile. E come ha insegnato Camus, dietro ogni no c'è un sì: un passo verso la costruzione del mondo che si vorrebbe. Questa è la radice profonda della Liberazione, che in tal senso ha accompagnato la parte migliore della storia d'Italia della seconda metà del Novecento. Il voto delle donne, lo statuto dei lavoratori, i diritti civili sono stati altrettanti no per andare avanti. Sottesa alle battaglie per conquistarli c'era appunto la ribellione allo stato di cose precedenti e l'anelito a un mondo nuovo. Lo spirito della Liberazione.

Ma non è solo una questione di storia. Perché del valore costituente della Liberazione come atto di ribellione oggi si sente un bisogno vitale. Come può la nostra vicenda proseguire decentemente senza un atto di ribellione alla politica intesa nel migliore dei casi come esercizio di ragioneria?, come si può pensare di convivere decentemente se non ci si ribella all'idea di fortezza assediata a cui è stata ridotta l'Europa?, come si può pensare di costruire il futuro se non ci si ribella a un mercato che appalta e divora pezzi di vita (previdenza, sanità, scuola) rimettendo la vita al centro?, come, se non ci si ribella alla guerra tra poveri che viene imposta dalla narrazione dominante? E come si può pensare di ribellarsi con un minimo di efficacia se non ci si ribella all'atomismo imperante per tornare a ragionare collettivamente, perché solo collettivamente si possono affrontare questioni che riguardano il nostro vivere comune?

E se la Liberazione è ribellione, la Liberazione è sempre. Perché si rinnova di conquista in conquista, si modella sul tempo che scorre. Perché c'è sempre qualcosa a cui ribellarsi per guardare oltre l'ordine che ci viene raccontato come unico e immutabile. Cosa questa, che rende la Liberazione formidabilmente antitetica al fascismo, che al contrario è rigidità, staticità, ordine costituito. Cui ci si deve ribellare, sempre, per andare avanti.

giovedì 9 aprile 2015

Dopo la sentenza sulla Diaz, anche Cracco nel mirino della Corte europea

Dopo la sentenza che stabilisce che l'irruzione nella scuola Diaz nel luglio del 2001 va qualificata come tortura, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha in serbo altri clamorosi pronunciamenti nei confronti dell'Italia. Eccone alcuni.

1) Il riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso non pregiudica i diritti delle persone 9 eterosessuali.

2) Il vino di cattiva qualità, soprattutto se bevuto in notevoli quantità, può provocare l'emicrania.

3) Il crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche non migliora l'efficacia dell'insegnamento.

4) Esporsi al sole senza crema protettiva può provocare fastidiosi arrossamenti della cute.

5) I tagli ai servizi, alla scuola, alle pensioni e alla sanità danneggiano chi ha redditi bassi, poiché chi ha redditi alti può continuare tranquillamente a farsi gli affari suoi.

6) Mangiare troppo può indurre sonnolenza.

7) L'evasione fiscale è un furto.

8) Quando si entra in una rotatoria, la precedenza va data a chi viene da sinistra.

9) La mafia ha prosperato grazie ai legami con il potere politico.

10) Uno chef che pubblicizza patatine fritte confezionate prima o poi dovrà rendere conto a Dio per quello che ha fatto.

sabato 28 marzo 2015

I ministri passano, le grandi opere restano


I ministri passano, le Grandi opere restano. Le dimissioni del titolare del dicastero delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, hanno anzi immediatamente dato luogo al commissionamento di un ulteriore progetto: la ricerca di una lega di metalli particolarmente resistente per procedere alla realizzazione di caschi di protezione per tutti coloro che pronunciano la frase «posso andare a testa alta» – utilizzata dallo stesso Lupi quando si è dimesso – senza curarsi delle conseguenze che ciò può determinare. Il progetto ha attirato l’attenzione di decine di investitori, allettati dal fatto che in Italia c’è un ragguardevole numero di persone che si trova in una condizione del genere, cosa che renderebbe la commercializzazione del prodotto un’attività assai redditizia. Ma nei cassetti del ministero ci sono altre ambiziosissime Grandi opere. Eccone alcune.

Risolvere la questione meridionale rovesciando l’Italia. Si tratta della più avveniristica opera mai progettata, che una volta messa a punto farà del nostro paese un’avanguardia mondiale. «Visto che anni di interventi e agevolazioni fiscali non hanno minimamente ridotto il divario tra Nord e Sud, noi ci proponiamo di invertire l’Italia», spiega Massimo Profitto, ingegnere che guida lo staff di progettisti. Si procederà così: una batteria di navi potentissime verrà legata al molo del porto di Genova e comincierà a tirare in direzione sud con lo scopo di staccare Liguria, Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino, Veneto e Friuli-Venezia Giulia dal continente europeo e trascinarle lentamente a sud facendo perno sul centro Italia, che resterà dov’è. Una volta compiuta la traslazione, Trieste farà da ponte con Tunisia e Libia, mentre Trapani diventerà crocevia degli scambi con l’Europa dell’Est. Soprattutto, Palermo, Napoli, Bari e il meridione tutto risentiranno del benefico effetto di essere avvicinati all’Europa. Il sud invece sarà finalmente trainato dalla locomotiva lombarda. Contestualmente, ad Aosta verrà realizzato un Cie per raccogliere i migranti provenienti dalla costa nord del Mediterraneo, mentre a Trento sorgerà il più grande mercato del pesce del Mediterraneo. Nessun problema per la mafia, che si trova già sia a Nord che a Sud. Resta da risolvere il problema della Sardegna, che andrebbe a sovrapporsi all’Albania. «Ma ciò potrebbe dar luogo a interessanti contaminazioni culturali», dicono i favorevoli all’opera, che sottolineano come tra l’altro il progetto non pregiudica affatto la realizzazione del ponte sullo stretto. «Cambia solo che a quel punto sarà Reggio Calabria, e non Messina, a dover essere collegata alla terraferma – chiosa Profitto – ma ciò mi pare secondario e non inficia in alcun modo la bontà dell’opera, che inoltre, dovendo durare diverso tempo, porterà con sé un notevole e benefico aumento dei costi di partenza».

Fare in modo che al Nord sia sempre inverno e al sud sempre estate. È il coraggiosissimo progetto del ministero del Turismo, in project financing con la cooperativa “Cambiamento climatico”. Presenta una serie di possibili effetti collaterali: la glaciazione del Po, la desertificazione del Tavoliere delle Puglie e di ampie zone di Molise, Calabria e Basilicata, e la definitiva scomparsa dell’agricoltura come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Gli ambientalisti parlano di «genocidio ambientale». I favorevoli decantano le virtù di un’opera che consentirebbe all’Italia di sfruttare al meglio la sua vocazione turistica, con una perenne stagione sciistica nell’arco alpino e spiagge sempre col solleone da Roma in giù. Per di più l’opera ha il vantaggio di avere costi relativamente bassi: basterebbe agevolare l’effetto serra con l’incremento indiscriminato del traffico e delle emissioni nocive degli scarichi industriali e costruire un muro di diversi chilometri di altezza per collegare Montalto di Castro a Fano e bloccare così le correnti, al fine di creare in Italia due compartimenti climatici a sé.

Realizzare il tunnel di collegamento tra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso. Si tratta di un’opera il cui iter è stato avviato all’indomani della celeberrima dichiarazione del 2011 dell’allora ministro Maria Stella Gelmini, secondo la quale il tunnel dei neutrini esisteva davvero e collegava le due località. Venne inserita nell’agenda delle priorità dal Governo dell’epoca motivandola con l’assoluta necessità di fare in modo che il ministro si riprendesse dalla figura di merda appena fatta, rendendo almeno verosimile quello che aveva detto. Chi vi si oppone sostiene che non si possono buttare miliardi così. La “Moltiplicasoldi spa”, associazione di imprese molto attiva nel settore delle Grandi opere, ha replicato attraverso i suoi addetti stampa così: «Di grandi opere che non servono a nulla o lasciate a metà è piena l’Italia, non si capisce dove sarebbe la novità».

Riuscire a far prendere una decisione a Civati. Si tratta solo del primo passo di un progetto che prevede due successivi stati di avanzamento: fare in modo che Gasparri arrivi a scrivere almeno un tweet ogni dieci senza insultare e far varare a Renzi una riforma che serva davvero e non sia solo di facciata. Gli esperti non nascondono le difficoltà. «Sono opere complicate, che per di più necessitano dell’apporto di diverse professionalità e di un lungo periodo di gestazione», ha spiegato Armando Maneggioni, amministratore delegato della “Costruzioni a prescindere” srl, una delle aziende col più alto numero di appalti pubblici nel palmares. «E poi – ha proseguito il manager – è assai difficile quantificare il ritorno economico: su un’eventuale decisione di Civati o su una dichiarazione decente di Gasparri non si può certo chiedere il ticket agli italiani, come si fa ad esempio per un tratto di statale trasformato in autostrada o per la sanità privatizzata. E se Renzi facesse una riforma che servisse davvero, non vi nascondo il rischio per imprese come la mia di chiudere il giorno dopo».

martedì 24 febbraio 2015

L'Isis in Libia? Mandiamo la Troika

Come rispondere all’offensiva dell’Isis arrivato ormai a pochi chilometri dall’Italia? Se ne è parlato all’ultimo Eurogruppo, che si è aperto con l’approvazione – al termine di un durissimo scontro tra il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble e il suo omologo lituano – di un ferreo programma di dieta per i due cani da compagnia del primo ministro della repubblica ex socialista, il cui smodato consumo di cibo, secondo il governo tedesco, potrebbe mettere in pericolo i conti dell’Unione.

Dopo il chiarimento ottenuto dal ministro dell’Economia bulgaro – cui è stato spiegato che la ripetizione Is-is viene adoperata per non discriminare Alfano, che in genere alla prima volta non capisce mai – si è passati al vaglio delle proposte.

Bocciata l’idea di far volare sopra le zone della Libia occupate dai miliziani dello stato islamico, aerei per distribuire volantini con la traduzione in arabo degli insulti che Gasparri indirizza a chi lo contraddice su Twitter. «Mi risulta che ci ridano già gli utenti italiani – ha detto un funzionario francese – figuratevi voi i tagliagole dell’Isis». Anche la delegazione tedesca si è schierata per il «no» alla proposta dopo aver sottolineato comunque che la Grecia resta sotto osservazione.

È stata apprezzata, ma giudicata di difficile applicazione, la proposta di schierare al largo della Sicilia un sistema di amplificazione che sparasse a tutto volume e in loop una canzone dei Modà a caso. «Un respingente di sicura efficacia, ma una provocazione troppo grande», l’ha definita Schäuble, indicando il rischio che in quel caso i terroristi potrebbero rispondere con le bombe e ribadendo che secondo fonti dell’intelligence tedesca, Tsipras da ragazzo fosse solito cibarsi di bambini.

Sono stati analizzati anche i pro e i contro di inviare Brunetta come mediatore. Dalla sua il capogruppo dei deputati di Forza Italia ha la tenacia con cui difende le posizioni: è stato ricordato di quando in gioventù fu visto per ore nei pressi di un palo della luce tentando di convincere il manufatto che se ci fosse stato il comunismo avremmo ancora utilizzato le candele e per i lampioni non ci sarebbe stato un futuro. Di Brunetta sono però note anche le asperità del carattere, che non ne fanno un buon mediatore: da piccolo ad esempio si era creato un amico immaginario solo allo scopo di litigarci. E poi, ha aggiunto un alto funzionario del ministero delle Finanze tedesco, «Atene deve comunque rispettare gli impegni».

È stato poi chiesto alla delegazione italiana se il premier Renzi fosse disponibile a creare un hashtag beneaugurante, sul tipo di #enricostaisereno, da rivolgere agli islamici. La proposta è stata bocciata a maggioranza dopo che il ministro rumeno ha fatto notare il danno d’immagine nel caso in cui gli islamici, che non sono creduloni come gli italiani, rispondessero #vifacciamounculocosì. «E poi secondo me Varoufakis è frocio», ha sentenziato un cugino acquisito di Angela Merkel che si era imbucato alla riunione.

Non è passata neanche l’idea di bombardare la Libia mediante le tv via satellite con la diretta no stop dell’“Isola dei famosi”. «Anche se le immagini sono eloquenti – ha fatto notare il primo ministro irlandese – c’è il problema della lingua, gli islamici non capirebbero mai il livello di abiezione che siamo in grado di raggiungere». «Già. E comunque sul programma di riforme della Grecia non cederemo», ha concluso il cognato di Schäuble che si trovava a passare da Bruxelles.

La riunione era arrivata a un punto di stallo quando dal cilindro è uscito finalmente il coniglio che un autista della delegazione spagnola, dimagrito di venticinque chili in seguito al programma di austerità approvato da Lisbona, stava per azzannare, non avendo capito la metafora. «Mandiamo in Libia gli emissari della Troika – ha detto il ministro Padoan imbeccato da Renzi via Skype – e sottoponiamo lo stato islamico a un programma di riforme per abbattere il debito pubblico. Siamo 28 Paesi in Europa e da noi ha funzionato dappertutto, tranne in Grecia. Ma lì neanche si vota, quindi non corriamo neanche quel rischio». L’approvazione è stata all’unanimità. «Li ridurremo come i portoghesi e gli italiani», ha concluso Franz Sturmundrang, lavapiatti della delegazione tedesca con contratto a progetto.

lunedì 26 gennaio 2015

Syriza

Syriza ha vinto, viva Syriza. Ma Syriza ha assai poco a che vedere con quello che succede da noi. È bene saperlo. Syriza non è un'accozzaglia di nomi, sigle, personalismi vari e comparsate a “Porta a porta” per parlarsi intorno all'ombelico. Syriza è un animale strano, mai visto da queste parti. Assomiglia più a un centro sociale decente che a un partito. Avete mai visto da noi, in Italia, Sel o Rifondazione (il Pd lasciamolo perdere per definizione) che trasformano una delle loro sedi in mensa popolare?, li avete mai visti partecipare alla creazione di ambulatori in cui medici volontari offrono gratuitamente lo loro professione per curare chi ha perso il diritto alla sanità pubblica?, li avete mai visti organizzare una raccolta di farmaci? No, quella è roba da volontariato, in Italia, che non c'entra nulla con la politica (in Italia). E che anzi la politica della nostra sinistra radicale guarda spesso dall'alto in basso.
Invece la radicalità di Syriza deriva da qui. È poggiata saldamente sul fare. Per questo Syriza è credibile al punto di arrivare a governare un paese dopo aver vinto le elezioni. Quelli che oggi si sentono rinfrancati dal successo di Syriza sappiano che se c'è una via d'uscita questa passa per il fare. Cosa che loro non hanno mai praticato negli ultimi decenni.
Quelli che invece ridono sotto i baffi, quelli che guardano a Syriza come a una botta di folclore, quelli che pensano irrealizzabile quello che Syriza vuole; i più realisti del re, insomma, riflettano sul fatto che quel partito non è Tsipras che dice cose (sacrosante), ma ha ricevuto il mandato di milioni di persone affamate dalla cura della troyka (che avrebbe dovuto salvarli: si consultino i dati economici della Grecia prima e dopo l'intervento europeo) per invertire quella rotta. Si chiamerebbe democrazia, a meno che non la si voglia trasformare mettendola sotto la tutela di quattro ragionieri al servizio di eminenze grigie che ci stanno facendo dannare l'anima. A noi che l'abbiamo fatto i greci stanno dicendo che no, a loro non sta bene.

mercoledì 7 gennaio 2015

Su Charlie Hebdo

Non è un commento a mente fredda. Invidio chi ce l'ha in questo momento. È un modo per tentare di onorare la memoria di chi è morto. E quando quello che è morto lo stimavi parecchio, la cosa è più difficile e rischia di sfuggirti di mano. Però, pesando le parole - perché chi muore così non può essere sacrificato una seconda volta sull'altare della polemica da bar - qualcosa si può dire.

Ad esempio che uno dei modi migliori per onorare la memoria di chi praticava la libertà è continuare a praticarla; o cominciare, laddove non lo si fosse mai fatto: non è mai troppo tardi. Guardare la realtà sempre da un angolo diverso da quello da cui il potere (qualunque sia il potere) vuole che la guardiamo; giornalisti, impiegati, commessi o disoccupati che siamo. Tentare di tenere sempre a mente che il mondo lo spingono avanti quelli che preferiscono "morire in piedi piuttosto che vivere in ginocchio", come ha riassunto Charb, il direttore di Charlie Hebdo; quelli che s'inginocchiano perché pensano di stare più comodi, al massimo il mondo lo conservano, quando non lo peggiorano. Tenere in considerazione che praticare la libertà è difficilissimo, spesso anche se non si ha un fucile puntato contro, ma che questo non è un alibi per non cercare vie d'uscita.

Così non solo onoreremmo la memoria dei morti oggi. Costruiremmo le premesse per arginare quelli che vogliono zittire gli altri con la forza, li costringeremmo ad articolare pensieri che sfuggano al codice binario ("sì", "no"); a qualsiasi latitudine si trovano, qualsiasi religione professano o dicono di professare.

venerdì 2 gennaio 2015

L'anno dei due Mattei

Quello che abbiamo appena salutato sarà ricordato come l’anno di Renzi e Salvini. Il 2014 ha già presentato ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo con la motivazione che «dodici mesi non possono subire un’offesa del genere». Ma la conferma arriva anche dagli astronomi del Cern di Ginevra, che avevano previsto che la notte del 31 dicembre si sarebbe potuto assistere a un fenomeno unico nella storia dell’umanità. Le stelle del Grande carro si sono posizionate in maniera da comporre un gigantesco gesto dell’ombrello astrale visibile solo dall’Italia, proprio a coronamento dell’anno appena trascorso.

Renzi e Salvini potrebbero sembrare emersi dal nulla, vista la consistenza. Eppure dietro di loro ci sono genitori che nonostante tutto non li hanno ancora disconosciuti e, soprattutto, anni di dura gavetta (le esperienze alla “Ruota della fortuna” e al “Pranzo è servito” su tutto) e fior di consulenti di immagine, anche se nessuno di questi ultimi se la sente di ammetterlo pubblicamente.

Ecco alcuni dei lati segreti dei due Mattei consacrati nell’anno che stiamo lasciando, che svelano meglio la loro personalità. Fate attenzione: si tratta di due personaggi che hanno portato il loro omonimo più famoso, l’estensore di uno dei Vangeli, a esprimere il seguente giudizio: «Cazzo, duemila anni di buon nome sputtanati nel giro di pochi mesi!».

1) Anni fa, Salvini rischiò l’espulsione dalla Lega perché fu sorpreso a leggere un libro alla festa di Pontida mentre Bossi a torso nudo disossava un daino con la sola forza delle mascelle, dando prova di maschia padanità. Salvini rispose da par suo ingoiando il volume. Fu fortunato perché si trattava di una rarissima pubblicazione con i pensieri di Mario Borghezio (due pagine in tutto). Da quel momento i militanti della Lega videro in lui il vero erede del fondatore del partito. Nello stesso periodo un giovanissimo Renzi, deriso dai compagni del campo scout perché aveva appena tentato di accendere il fuoco sfregando il fiammifero dalla parte sbagliata, commosse tutti con il suo primo vero discorso politico: «Scusate – disse – io vengo dalla Toscana e lì si fa tutto al contrario perché governano i comunisti, ma un giorno cambierò tutto, ve lo prometto».

2) Le foto di Salvini nudo sono comparse dopo che il leader della Lega ha scoperto con raccapriccio che gli abiti contenuti nel suo armadio erano tutti extracomunitari senza permesso di soggiorno (bengalesi, cinesi, indiani, nepalesi) e gli ha dato fuoco. Perché Renzi si sia fatto fotografare da “Chi?” col giubbotto di pelle alla Fonzie è invece una cosa che sfugge all’umana comprensione, tanto che una domanda sulle possibili cause è stata inviata sotto forma di segnali radio alla sonda Rosetta, confidando che nello spazio ci sia qualcuno in grado di rispondere al misterioso interrogativo.

3) Salvini sorride sempre perché di nero non vuole avere neanche l’umore. Quando si chiede a Renzi di che umore è, lui risponde: «Rosè», in modo che non si possa dire né che sia bianco né che sia rosso.

4) Salvini vuole aiutare i rom a casa loro perché i rom una casa non ce l’hanno. Renzi vuole creare lavoro aiutando i datori di lavoro a licenziare.

5) Salvini parla alla pancia degli italiani. Renzi pure. Entrambi, per fare colpo, hanno espresso anche la volontà di versare cibo nelle orecchie, ma sono stati dissuasi dai rispettivi staff.

6) Renzi ha una moglie, Salvini ha una compagna. Non c’entra niente con loro, ma questo è un ottimo motivo per i single alla ricerca di un partner non disperino.

7) Salvini ha capito solo da poco che il profilo facebook non ha a che fare con gli antichi egizi, a Renzi hanno svelato di recente che i provvedimenti legislativi possono avere un numero di caratteri superiori a 140.

8) Renzi sembra Berlusconi; Salvini, ai più attenti osservatori, ricorda Alvaro Vitali.

9) Salvini è nato nel 1973, Renzi nel 1975. Date che stanno portando molti a valutare che gli anni Settanta potrebbero non essere stati solo di piombo.

10) Alcuni politologi teorizzano che Renzi e Salvini sono due facce della stessa medaglia, altri aggiungono: «Pensa che culo, se è così tra loro non sono mai costretti a guardarsi».

venerdì 21 novembre 2014

La bufala razzista delle case popolari

La storiella dei cittadini italiani penalizzati nell'assegnazione delle case popolari rispetto agli stranieri è una panzana di dimensioni direttamente proporzionali alle volte in cui viene periodicamente reiterata, che sono tantissime. Tradotto: è una frottola gigantesca.

Poiché agli alloggi popolari si accede in base al livello di difficoltà materiale in cui si vive, ad essere più svantaggiati sono coloro che quelle case le ottengono. Chi non accede al servizio, evidentemente  non sta tanto male quanto quelli che "vincono" l'appartamento.

Chiarito quello che è evidente anche a un miope senza occhiali, c'è però un particolare non indifferente. Nonostante chi rimane fuori stia un po' meglio di chi la casa la ottiene, ciò non vuol dire che stia bene. Di qui il possibile e legittimo sconforto quando si continua a essere condannati a pagare affitti insostenibili per garantirsi un tetto sopra la testa, cosa che in una società degna di nome sarebbe un diritto inalienabile.

Il fatto è che quello sconforto esonda quando esponenti politici - che in genere di tetti sulla testa ne hanno più d'uno - lo gonfiano ergendosi a paladini dei diritti dei "più deboli", e si trasforma in risentimento livoroso dei deboli italiani verso gli uguali a sé nati in un altro paese.

Tecnicamente questo si chiama razzismo. Che è il trattare in maniera differente in base all'etnia persone che si trovano nelle medesime condizioni. Per di più, facendole sentire diverse - quelle persone che invece sono uguali - si impedisce che si riconoscano le une con le altre e che rivendichino insieme il diritto alla casa contro chi di fatto glielo nega.

Non a caso nell'agenda politica dei "gonfiatori di sconforto" non troverete mai la voce "intervento pubblico a sostegno dell'edilizia popolare". Ci sarà invece di sicuro la "revisione dei criteri di assegnazione degli alloggi popolari". Che è un po' come tentare di curare un'emicrania tagliandosi la testa.

Si potrebbe anche credere alla buona fede di quelli che vogliono rivedere i criteri di assegnazione degli alloggi popolari quando dicono di non essere razzisti. Forse sono affetti da semplice insensatezza. Che però è compare stretta del razzismo, che da lei si genera.

martedì 11 novembre 2014

Il disco di Edda

La cosa che mi dispiace del disco di Edda ("Stavolta come mi ammazzerai?") è che non posso ascoltarlo in macchina coi miei figli, come è accaduto (finora) con (quasi) tutta la musica che ascolto. Le liriche troppo esplicite, uno dei segni distintivi di un disco viscerale, mi suggeriscono un ascolto solitario.

Probabilmente non è il disco più bello in cui mi sono imbattuto. Ma è bellissimo. E mi ha provocato qualcosa che mi era finora capitato solo con i film che più mi colpiscono: quello di aprire gli occhi la mattina successiva alla visione e sentirsi ripresentare in testa una delle frasi dette lì, un sussulto, una scena; e allora riavvolgere idealmente la pellicola (mandare indietro il cd, in questo caso) e chiedersi cosa voleva dire questo o quello. Tentare di collocarlo nel posto giusto, se ce n'è uno. È per questo che ne scrivo, trovandomi ad abborracciare una recensione che non ho mai fatto. Genere che in linea di massima non prediligo e di cui non mi fido, perché gli ascolti e le visioni sono troppo intimi per essere trasmessi con le parole.

Ma c'è un altro motivo per cui ne scrivo. Anzi, è forse questo il preponderante. Parlandone con persone che ascoltano un certo tipo di musica (non i Modà, per capirci), mi è capitato di constatare diverse volte che Edda non si sa chi sia. Non ve lo dirò io; Edda stesso dice di essersi «rotto i coglioni» di raccontare la storia. Su Internet trovate un sacco di cose su di lui. E su Spotify trovate tutto "Stavolta come mi ammazzerai?". Ne parlo semplicemente perché i pochissimi che leggeranno 'sta cosa e non lo conoscono sappiano che esiste. E che ha fatto un gran disco.

Perché gran disco? Perché Edda ribalta tutto. Si e ci capovolge fino a trascinarci nei pressi di quel punto oscuro in cui i sentimenti cambiano natura e rischiano di diventare il loro opposto perché troppo forti. Edda sente l'imperfezione di cui siamo geneticamente portatori e puntando all'assoluto canta la lacerazione che c'è tra il qui e il là. E immerso nella lacerazione non si rende conto del bello che fa perché è preso a voler cambiare il brutto che è o pensa di essere. Che è il miglior modo di camminare avanti. Anche se il più sofferto. Lo sanno fare anche altri, mica solo Edda. Ma in genere sono più conosciuti di lui, che proprio per questo merita uno sconosciuto che ne parli, anche se a pochissimi altri.

E poi, e poi niente. Basta recensionismi. "Stavolta come mi nammazzerai?" è un disco che spacca. Cantato, suonato e prodotto benissimo. Lontano mille miglia dai conformismi (anche dagli anti-conformismi, conformismi a loro volta). Vale mille ascolti, ecco tutto.

sabato 8 novembre 2014

Renzi: «No a biondi e mori, la verità sta nel mezzo»

«La sinistra resterà minoritaria fino a quando non capirà che per vincere occorre diventare di destra». È il concetto forte che i collaboratori più stretti di Renzi, tra i quali figura ora anche un tablet dissidente dei Cinque stelle, hanno messo a punto per la strategia comunicativa del premier nei prossimi mesi. Una campagna che, al di là delle abituali ospitate nel salotto di Barbara D’Urso, prevede mezzi che vengono definiti «non convenzionali» dallo staff. Il premier sarà intervistato dalla particella di sodio dell’acqua Lete, che in un autentico colpo di teatro finale verrà invitata a entrare nella direzione nazionale del Pd per superare la solitudine. Renzi spunterà poi come sorpresa dall’ovetto Kinder e si monterà la testa da solo con grande stupore del bambino co-protagonista dello spot. Infine, dialogherà con Banderas per capire se il modello dell’aia del Mulino Bianco è riproducibile nelle aziende.

L’altro punto forte è quello del superamento della rappresentanza del mondo del lavoro. «Ormai a lavorare è una esigua minoranza di sfigati – confida Primo Aziendali, consigliere dell’area economica del premier – occorre puntare su altri target. Se continua così – prosegue Aziendali – potremmo tornare a occuparci dei disoccupati, che sembrano destinati a diventare maggioranza in tempi più rapidi di quanto noi stessi avessimo previsto». Ed è proprio a questo proposito che Renzi sta seguendo con attenzione la vicenda di Terni attraverso una serie di web cam installate in punti strategici della città.

Sul lavoro però, la minoranza del Pd è riuscita a strappare un compromesso agitando lo spettro della scissione (il quale è poi crollato su Cuperlo, ferendolo, visto che Fassina e Civati che se lo stavano litigando se lo sono lasciati sfuggire). Il partito, per mostrare la sua vicinanza alle fasce più colpite dalla crisi, avvierà una campagna pubblicitaria con maxi manifesti che verranno affissi in tutte le principali città in cui campeggerà lo slogan: «Cerchi il posto fisso? Lavora su te stesso».

Ma la linea è chiara. «L’attenzione – dice Totò Stock Option, guru italoamericano ingaggiato da Renzi – va spostata su altre categorie, che se adeguatamente rappresentate possono garantire la maggioranza per anni». A questo proposito circola a Palazzo Chigi una lista di possibili target:

Evasori fiscali. Il loro numero è difficile da calcolare, ma si tratta comunque in Italia di un patrimonio inestimabile. Si pensa a misure che potrebbero interessarli: lo scontrino che si autodistrugge, la depenalizzazione della fattura su carta semplice e la segnalazione ai servizi sociali per chi si rifiuta di pagare in nero.

I tifosi della Juventus. Sono tantissimi in tutta Italia. Basterebbe una norma votata dal Parlamento che gli riconsegni gli scudetti vinti nell’era Moggi per assicurarsi il loro consenso. Si prevede anche un decreto legge della massima urgenza che verrà approvato da uno dei prossimi consigli dei ministri, in cui Andrea Agnelli verrà insignito del titolo di presidente più simpatico della serie A.

I castani. Sono il fototipo più diffuso in un paese mediterraneo come il nostro. Assicurare la tintura di capelli gratis per chi comincia a vederseli ingrigire è una misura che peserebbe pochissimo sulle casse dello Stato ma avrebbe un impatto notevole sulle masse. Prevista anche una serie di spot di pubblicità-progresso: «Basta divisioni tra biondi e mori, la verità sta nel mezzo».

I possessori di smartphone. Crescono di giorno in giorno, soprattutto tra i giovani. Su questo Renzi non ha da imparare nulla, anzi. Ha già arringato i suoi in privato: «Non avete ancora capito perché faccio continuamente battute sull’iPhone? E non vedete che come posso lo poggio sul tavolo in bella mostra? Fatelo anche voi, non siate timidi. Ché può darsi anche che la Apple un domani ci sponsorizza il Governo e allora non ci batterà più nessuno».

venerdì 24 ottobre 2014

Eurochocolate, la negazione dell'evidenza

Ci sono parole e pratiche che hanno bisogno di confondersi nell'oceano del nulla che ci viene dispensato quotidianamente per essere accettate socialmente. Ad esempio, vocaboli che perdono prefissi: le controriforme diventano riforme per renderle accettabili come l'esatto contrario di ciò che sono. Definizioni travestite: una fiera viene trasformata in evento per conferirle formalmente quel tocco chic di cui è sprovvista nella sostanza. E termini che, nonostante siano il motore che spinge determinate iniziative, non vengono mai nominati quando quelle iniziative si tratta di descriverle: profitto è uno di questi.

Eurochocolate, la fiera in cui le multinazionali del cioccolato espongono le loro mercanzie nel centro di Perugia, ha molte delle caratteristiche che, nella fitta nebbia di nulla nella quale camminiamo, prendono le mosse da queste tendenze alla mistificazione, le quali messe insieme l'una all'altra contribuiscono alla negazione dell'evidenza. Cioè: una fiera in cui organizzatori e sponsor colonizzano come cavallette un centro storico secolare e puntano a fare profitto vendendo un prodotto, il cioccolato, la cui filiera di produzione ha ben più d'una macchia in termini di utilizzo di persone e territori, diventa il "dolce evento" che porta ricchezza alla città nella quale è ospitato e all'interno del quale c'è una sezione "buona", "equochocolate", il cui solo nome fa nascere sospetti: se una cosa è equa, perché relegarla a una sezione e non costruirci intorno l'evento stesso? Semplice: perché non si può. Perché la produzione del cioccolato delle multinazionali ha dei lati oscuri ben documentati ormai da una bibliografia e da una filmografia piuttosto consistenti. E, soprattutto, la produzione del cioccolato equo c'è: è quella praticata da decenni dai produttori e dalle centrali di importazione del commercio equo e solidale, che si chiama proprio così, non "eurocommercio" all'interno del quale c'è una sezione "equa". Quella gente lì, non a caso, non c'è dentro Eurochocolate.

Ma Eurochocolate e il radioso manager che la organizza non ci stanno. Vogliono appendersi al bavero della giacca la medaglia dell'equità, nonostante ciò sia impossibile, a meno che non si voglia negare l'evidenza. E la negano due volte l'evidenza: quando creano la sezione "equa", che per il solo fatto di esistere nega l'equità del resto dei prodotti in fiera. E quando dicono di portare ricchezza e lustro alla città.

Non si è mai riusciti a fare una stima attendibile della ricchezza che Eurochocolate porta alla città. I visitatori fanno per lo più "mordi e fuggi" e la stragrande maggioranza consumano all'interno delle centinaia di stand che si affastellano nell'acropoli, non negli esercizi commerciali che nell'acropoli ci stanno tutto l'anno. Di sicuro c'è invece il valore aggiunto che una cornice come quella del centro storico di Perugia conferisce a una fiera come Eurochocolate. Non a caso il manager che la organizza ha sempre rifiutato sdegnosamente il trasloco in altri spazi.

E anche l'argomentazione, usata di frequente, secondo cui Eurochocolate offrirebbe a Perugia una visibilità nazionale ha del posticcio: è come se si sostenesse che per essere notata al ballo, Cenerentola ebbe bisogno della matrigna e delle sorellastre. Perugia è la città di Umbria jazz e del Festival del giornalismo, questi si "eventi" che offrono alla città oltre a ricevere.

Ma perché negare l'evidenza? Perché non ammettere che Eurochocolate è una fiera messa in piedi per fare profitto, quando del profitto ormai è (quasi) unanimemente accettato che è "colui che tutto muove"? Forse perché la felicità, la giocosità che devono essere i marchi distintivi della fiera mal si accordano col frusciare delle banconote. Forse perché il profitto a volte stona. Soprattutto se è appannaggio di pochi. Soprattutto se è viziato da zone d'ombra, come quelle della filiera del cioccolato.

Questo paiono averlo capito prima di tutti i cantori del "profitto che tutto muove". I quali sanno per primi che il profitto non può essere la misura del tutto. E lo nascondono sotto abbondanti coltri di nulla. In modo che non si sappia troppo in giro.

venerdì 17 ottobre 2014

Odi et amo

Avrei voluto stare a Terni, stamattina. Ma non ho potuto. Però ho avuto la fortuna di poter essere non troppo lontano e non superare il limite di distanza che mi ha consentito di seguire la diretta della manifestazione da una radio locale.

Conosco piuttosto bene la città nella quale sono nato e cresciuto, anche se non ci vivo da decenni. Ne sono intriso, come chiunque ne è del posto dove ha pianto per la prima volta. Così non mi hanno stupito la valanga di persone in strada, i negozi chiusi dei commercianti solidali con gli operai. A sorprendermi stavolta sono state le voci rotte dall'emozione che ho ascoltato in radio e che ho rivisto poi nei tg dell'ora di pranzo. Le persone che iniziavano a parlare e non ce la facevano a finire e si allontanavano con la mano a coprire la bocca. Come succede ai funerali. Tante. Come è difficile vederne e ascoltarne a manifestazioni del genere.

Erano le voci di chi sa anche se non ha studiato. Di chi le cose non le vive sulla pelle ma ce le ha proprio dentro. Di chi ha avuto i nonni costretti alla fabbrica anche con la febbre quando ancora la “malattia” non era pagata e al lavoro c'andavi pure malandato sennò perdevi “la giornata”. E adesso ha i fratelli con la lettera «che te ne devi anna'» che incombe sulla testa.

Avrei voluto stare a Terni, stamattina. Anche se l'ho detestata quando da adolescente eravamo così pochi in strada la sera che la polizia ci chiedeva regolarmente i documenti e ci faceva incazzare. Anche se la musica non arrivava e per ascoltare i dischi che ti interessavano dovevi aspettare che qualcuno andasse a Roma a prenderli. Anche se non c'erano locali in cui suonare e in cui ascoltare qualcuno che suonasse.

Avrei voluto stare a Terni, stamattina. E oggi la ringrazio. Per le mancanze che mi ha dato da colmare. Per le scarpe buone che mi ha dato per camminare. E per avere le cose dentro, non solo sulla pelle.

sabato 4 ottobre 2014

Dalla crisi si esce con una app

La rivelazione di questi mesi di Governo Renzi è che i conti economici dell’Italia sono dotati di sentimenti: si deprimono ormai anche alla sola vista del premier. Tanto che lui, stizzito, non li prende più in considerazione: Senato, Province, articolo 18, ogni argomento è buono pur di non affrontarli. Della questione si è discusso in gran segreto nell’ultimo Consiglio dei ministri. La riunione è andata per le lunghe, anche perché all’inizio era stato chiesto al ministro dell’Interno di fare il punto. Alfano si è allora imbronciato e non ha proferito parola. Si è andati avanti così per qualche minuto, fino a quando il leader dell’Ncd, scorgendo l’incredulità dipinta sul volto dei colleghi, ha chiesto: «Non sto facendo bene il punto? Volete che mi mostri più offeso?».
A quel punto Renzi ha lasciato la parola; lui è fatto così, la parola non la prende, la lascia uscire fuori di sé, così come gli viene. «Non crediate che il problema non mi stia a cuore», ha detto mettendosi la mano sulla parte sbagliata del petto per poi scusarsi: «Pardon, io sono un Maradona al contrario, lui è tutto-sinistro, io tutto-destro».
«Con il mio staff, all’interno del quale ho chiamato di recente anche il mio macellaio di fiducia, perché come taglia lui non lo fa nessuno – ha proseguito Renzi – siamo stati ultimamente molto impegnati nel fare la fila per comprare l’iPhone 6. Ma è un’operazione fatta a fin di bene. Con i nuovi smartphone andremo alla ricerca della app giusta per imboccare la via della crescita». La diagnosi che il presidente del Consiglio e i suoi fedelissimi (Richie Cunningham, Potsie e Sottiletta) fanno della crisi è infatti questa: la recessione è dovuta al fatto che qualcuno ha chiuso l’economia tra due hashtag, così: #economia#. «Occorre trovare il modo per togliere il cancelletto di destra e l’Italia tornerà a crescere. Ma per fare questo non servono vecchie ricette, dobbiamo guardare al futuro: la soluzione è qui», ha scandito il premier tirando fuori dalla tasca lo smartphone nuovo di zecca e poggiandolo sul tavolo.
È stato a quel punto che è intervenuto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: «Ma non avevamo detto di chiedere all’Europa di concederci più margini nel patto di stabilità?». «Pier Carlo – ha risposto Renzi – ho parlato con la Merkel e mi ha detto che non è disposta neanche a darci una vocale o una consonante per completare il tuo cognome». «Perché non proviamo aizzandogli contro Giovanardi – è intervenuto il ministro Lupi – quello a suon di cazzate la stordisce e magari alla fine, se non altro per sfinimento, qualcosa riusciamo a spuntare». Ma le esternazioni di Giovanardi sono state di recente inserite nell’elenco di armi non convenzionali, come ha ricordato la ministra della Difesa Pinotti segnalando che «correremmo il rischio di una sanzione da parte dell’Onu».
Alla fine l’accordo è stato trovato su tre punti, illustrati dallo stesso Renzi, che diventeranno oggetto di un decreto sul quale il Governo si dice pronto a chiedere la fiducia, eccoli:
1)    Ridurre la settimana a quattro giorni, dal giovedì alla domenica. «Questo ci consente un risparmio di circa 150 giorni l’anno e inoltre quello è il periodo del weekend, in cui cioè la gente spende di più, l’ideale per rimettere in moto i consumi», si legge nel documento di Palazzo Chigi.
2)    Portare tutti gli italiani ad evitare di pensare prima di parlare; molti sono già sulla buona strada, mentre per i riottosi il Governo è disposto a mettere sul piatto degli incentivi. «Come si capisce, ogni attività risparmierebbe il 50 per cento delle risorse», è scritto nelle note che accompagnano il decreto. «E in più si guadagna del tempo che può essere impiegato al meglio per dire più cose, posso testimoniarvelo di persona», ha detto Renzi.
3)    Dire di essere di sinistra ma fare cose di destra. «Così si raccolgono consensi sia di qua che di là», ha concluso il premier allargando il sorriso e aggiungendo: «Pensa, io ho preso i voti di chi scese in piazza per difendere l’articolo 18 e lo sto abolendo come volevano quelli che hanno votato per anni Berlusconi. Alle prossime elezioni faccio cappotto».

venerdì 19 settembre 2014

Contro le catene

Sì, può sembrare snob criticare le cose che fanno tutti o quasi. Rischi di fare la figura di quello che «mi si nota di più se non vengo». Invece, nel caso di queste interminabili e auto-riproducenti catene di sant'Antonio, a tirarsela sono quelli che fanno la cosa che fanno tutti. Queste classifiche di dischi, film e libri hanno un unico merito: quello di riportarti alla mente "Alta fedeltà" di Nick Hornby (e quant'eri giovane quando lo hai letto). Per il resto sono una inutile (dannosa?) riduzione di complessità in un mondo che ha invece bisogno di riabbracciarla, la complessità, per ritrovare la misura delle cose (qualcuno mi deve spiegare come si fa ad amare la musica e la letteratura e chiuderle in dieci titoli). E sono un modo di tirarsela, di fare i fighi. Per rimanere alla musica, negli anelli di catena che mi è capitato di leggere ho visto solo disconi, unanimemente riconosciuti disconi, ascoltati dalla gente che ascolta buona musica. Ma se devi dire quali sono i dischi che ti hanno cambiato la vita devi fare uno sforzo in più. E ricordarti com'eri, come potevi diventare e come sei diventato. I Radiohead li scrivi per fare il figo, ammettilo. Invece la vita te l'hanno cambiata davvero la cassetta con i greatest hits dei Rolling Stones che rubasti dalla Fiat 500 rossa di tuo zio quando avevi i calzoni corti, quella che iniziava con Jampin' jack flash; o il fulminante "Io che non sono l'imperatore" che tuo padre ti faceva sorbire a quintalate ogni volta che entravi nella Lancia Fulvia col cambio al volante, mescolandolo con dosi più innocue di Lucio Battisti. E dovresti ricordare che prima dei memorabili 1984, Q, Aspetta primavera Bandini e via elencando, risparmiasti per non so per quante settimane per arrivare alle ventimila lire che ti consentirono di acquistare "Nessuno uscirà vivo di qui", la biografia di Jim Morrison senza la quale non sarebbero arrivati gli altri. Così come senza quel meraviglioso Bennato e quei Rolling Stones "dozzinali", saresti stato condannato a rimanere a vascorossi e non avresti mai conosciuto Nick Cave, Primus, Sigur Ros, Smiths, Paolo Benvegnù, Csi, Marlene Kuntz, Deus, Led Zeppelin, Cure, Afterhours e i mille altri con cui hai passato giorni e notti. E non saresti arrivato a un disco sublime, forse unico in Italia, "Conflitto", di Assalti Frontali e Brutopop, che non sono fighi per niente e non finiranno in nessuna classifica di nessuna catena figa fatta da gente che punta ad apparire figa, anche se non lo ammette.

martedì 26 agosto 2014

Del perché l'ice bucket challenge ha rotto i coglioni

Se guardiamo al qui e ora (i soldi che si stanno raccogliendo con l'iniziativa), credo che siamo tutti d'accordo: ben vengano le docce gelate che portano soldi per la ricerca sulla Sla. Se buttiamo gli occhi un po' più in là, secondo me questa è un'iniziativa addirittura potenzialmente dannosa almeno per un paio di motivi.
Primo: la ricerca sulle malattie non dovrebbe poggiare sulla buona volontà dei singoli, ma su Stati che attraverso politiche fiscali decenti, prelevino risorse dove ce ne sono per destinarle alle questioni di pubblico interesse. A me fa un po' ridere (o forse incazzare) il miliardario che si doccia e dà il suo obolo. Preferirei che fosse tenuto a un regime fiscale che pur non intaccando il suo benessere e consentendogli di continuare a produrre ricchezza, lo costringesse a pagare anche la ricerca per combattere l'artrite dei ragni rossi della Patagonia, per dire. Non parliamo poi dell'effetto che mi fa vedere un presidente del Consiglio, cioè colui che in teoria avrebbe in mano le leve per attivare politiche del genere, farsi la doccia gelata. E qui veniamo al secondo punto: il marketing.
Perché al di là del presidente del Consiglio pop - che è in prima fila e si è fatto la doccia per continuare a starci - e al di là dei miliardari buoni che staccano l'assegno, anche loro in prima fila, sono emersi via via personaggi di ottava, nona e decima fila che pur di guadagnare qualche posizione in termini di visibilità, hanno messo in rete i video delle loro docce gelate, credo quasi non sapendo neanche cosa fosse questa catena di sant'Antonio dal nome esotico.
Ecco. Penso che il combinato di queste due cose renda l'iniziativa, pur meritoria, potenzialmente dannosa. Perché perpetua il modello che ci costringe a fare l'elemosina per la ricerca sulle malattie. E rappresenta anzi in alcuni casi un diversivo per lavarsi la coscienza, o addirittura un dubbio mezzo per mettersi in evidenza. Con buona pace della ricerca, tema cruciale.
Ecco perché, quindi, a me l'ice bucket challenge ha rotto i coglioni.

domenica 29 giugno 2014

Il decalogo di Renzi

L'enorme consenso ottenuto dal Partito democratico a sua insaputa, non ha fatto perdere di vista a Renzi l'enorme lavoro che c'è da fare. Per questo il premier ha preparato un decalogo che farà approvare nel corso della prossima segreteria del Pd e che guiderà l'azione di partito e governo. Eccolo.

1) Il nome del partito. È da accogliere con favore che i giornali cartacei e on line ricorrano sempre più nella titolazione all'abbreviazione "democrat", meglio ancora quando utilizzano "dem". L'ideale sarebbe arrivare a "d", una semplice lettera che non impegna e, al tempo stesso, non scontenta nessuno.

2) Riconversione verde. Ricorrere all'erba sintetica ogni volta che si può, sostituendola gradualmente a quella naturale nei parchi cittadini. A chi si oppone, far notare che il verde ingentilisce i centri urbani e che quello sintetico ha la peculiarità di non necessitare di particolare manutenzione e consente quindi di abbattere i costi di gestione. Lo slogan della campagna potrebbe essere: "Verde è bello. E conviene".

3)Lavoro. Incentivare le imprese che creano nuova occupazione, anche se non la pagano. Noi non siamo quelli del "tanto peggio, tanto meglio", meglio un brutto lavoro che niente.

4) Crescita. Mangiare di più.

5) Tasse. Varare al più presto l'operazione "fisco amico" per restituire fiducia agli italiani e ricreare un senso di comunità. Lo slogan sarà "Se non riesci a pagare le tasse, trova un amico disposto a farlo per te".

6) Istituzioni. Per garantire risparmio ed efficienza, appaltare la riforma in project financing dando il Parlamento e il Governo in concessione alla società che si aggiudicherà la gara.

7) Grandi opere. Sono fondamentali per la ripresa dell'economia. A tale proposito, appare quanto mai opportuno riconsiderare la felice intuizione dell'ex ministro Gelmini e mettersi subito al lavoro per la realizzazione del tunnel tra Svizzera e Gran Sasso.

8) Europa. Combatteremo per dire basta con questo atteggiamento punitivo verso l'Italia, un paese che ha dimostrato ampiamente di meritare la quarta squadra in Champions League.

9) Giovani. Temporeggiare in attesa che invecchino.

10) Previdenza. Il fatto che in molti non arriveranno a prendere la pensione non va drammatizzato. Ci sono molti modi per andare in vacanza: tenda, camper, bed&breakfast...

venerdì 23 maggio 2014

Europee, i possibili scenari

Nonostante gli sforzi del Nuovo Centrodestra, che in pochi mesi di vita è riuscito già a sfoggiare un numero di indagati che non teme la concorrenza di quello di Forza Italia; nonostante i tentativi di quei dilettanti della lista Tsipras, che litigano sì, ma mai come riescono a fare i professionisti delle correnti del Pd; e nonostante i Cinque Stelle siano i Cinque stelle, la stragrande maggioranza degli italiani continua a rimanere ostaggio dei tre blocchi politici principali, che gli tengono puntate contro armi terribili come "Porta a Porta", "Ballarò", "Matrix" e "Annozero", alle quali si sono aggiunte in campagna elettorale le letali "Quinta Colonna" e "Pomeriggio Cinque". Maria De Filippi si è risentita perché in questa fase nessuno è ricorso a lei. Le ha risposto Renzi con un sms: «Maria, sono anni che ci lobotomizzi intere generazioni, continua così, hai tutta la nostra stima».

Se questo è il quadro, conviene concentrarsi sugli scenari più probabili con cui gli italiani si troveranno a fare i conti dal giorno successivo alle elezioni europee, anche se è bene avvertire i lettori che la cosa potrebbe risultare raccapricciante e urtare le coscienze dei più sensibili, cui si sconsiglia di continuare la lettura.

Vittoria di Forza Italia. Berlusconi porta la sua svolta animalista nel cuore dell'Europa e per sensibilizzare le istituzioni organizza la prima edizione della "Beast parade" nel centro di Bruxelles. In omaggio al leader, Brunetta si traveste da Dudù ma finisce catturato dall'inflessibile servizio di accalappiacani belga dopo aver scatenato una rissa con un gatto steso al sole al quale aveva dato dello «statalista parassitario». Toti, per una volta nella vita, fa l'aquila. Venuto a conoscenza dell'iniziativa, Giovanardi cambia partito ed entra in Forza Italia per partecipare alla parade vestito da Giovanardi e passeggiare così liberamente senza essere riconosciuto. Approfittando della confusione generale, Berlusconi, che si è messo un muso di giraffa in testa e si è innalzato su Capezzone che cammina carponi, ordina all'ex radicale di raggiungere l'aeroporto. Lì, supererà i controlli fingendosi un bagaglio a mano e raggiungerà Dell'Utri in Libano.

Vittoria del M5S. Beppe Grillo sale a bordo di un aereo a forma di scontrino gigante sprovvisto di pilota. Il mezzo è condotto da Casaleggio, che lo telecomanda da casa attraverso un avveniristico meccanismo di controllo remoto: la playstation del figlio. Per mostrare all'Europa che i Cinque Stelle sono virtuosi e sfruttano sistemi all'avanguardia per il risparmio di energia, una volta che il mezzo arriva a cinque miglia da Bruxelles, il passeggero viene sputato fuori dall'aereo e raggiunge la piazza principale della città alla velocità di 350 Km orari, episodio che causerà a Grillo la perdita temporanea dei capelli e diverse ferite lacero-contuse all'altezza della regione frontale del cranio, la più esposta all'attrito. «Abbiamo risparmiato il carburante necessario per la manovra di atterraggio, pezzenti», dice Grillo appena riavutosi alla folla di cronisti accorsa sul posto. Il Movimento Cinque stelle è il primo gruppo europeo a presentare una proposta di legge: la soppressione dei cavolini che prendono il nome dalla celebre città belga, con i cavolfiori; questa la motivazione: «Il cavolfiore consente un porzionamento più efficace e quindi un notevole risparmio». La proposta accende il malcontento degli agricoltori belgi che marciano fin davanti la sede del parlamento europeo. Sprezzante del pericolo, Grillo li affronta sventolando un assegno con impressa la faccia di Bruno Vespa e li incalza: «Fate come noi, rinunciate a metà del vostro stipendio». A quel punto, un toro frisone si stacca dalla folla e si dirige correndo verso l'ex comico, il quale tenta a sua volta di dissuaderlo proponendogli un iPhone 6 in regalo. Sarà Vito Crimi, su ordine di Casaleggio che sta seguendo lo svolgersi degli eventi su Skype, a immolarsi per salvare Grillo, frapponendosi tra il comico e il toro. L'animale, intimidito dalla mole del Crimi, che si è nel frattempo addormentato, frenerà la sua corsa fino a fermarsi.

Vittoria del Pd. Matteo Renzi si presenta alle istituzioni di Bruxelles con il dossier che Diego Della Valle gli ha inviato via mail nella notte dopo averlo fatto supervisionare da una commissione composta da Kekko dei Modà, il Gabibbo e Antonio Cassano («autentici rappresentanti del made in Italy, altro che professoroni», così li presenta il premier). Si tratta di un documento di dodici pagine dal titolo "Cambiare l'Europa". Questi i punti salienti: l'Austria diventa provincia di Belluno; i finlandesi mangeranno paella almeno due volte a settimana («per agevolare l'integrazione europea», spiega l'ex sindaco di Firenze); l'euro si chiamerà Peppa Pig per renderlo più simpatico alle popolazioni che lo adottano e Cristiano Ronaldo passerà gratis alla Fiorentina. Infine: tutti i giorni, sui principali canali televisivi pubblici dei vari stati, verrà trasmessa un'ora di barzellette. Renzi spiega così la misura: «Basta austerità, facciamoci due risate ogni tanto».

martedì 6 maggio 2014

Italian Pride

Dopo anni di figuracce l'Italia sta ritrovando finalmente una sua specifica collocazione all'interno della comunità internazionale, ponendosi come avanguardia delle conquiste democratiche a livello mondiale. Un pregiudicato per frode fiscale intervistato tutte le sere in tv e dei condannati per omicidio applauditi a scena aperta dai delegati di un congresso, sono i segni più evidenti del nuovo corso che il Paese intende seguire con una convinzione che non esclude il ricorso all'uso della forza. A questo proposito è stato messo a punto l'"Italian Pride", un calendario di iniziative il cui testimonial, per evitare personalizzazioni, sarà uno degli oggetti che rappresentano l'orgoglio del made in Italy: la Uno bianca dei fratelli Savi.

Ecco le iniziative mese per mese, fino al prossimo autunno.

Maggio Convegno internazionale organizzato dall'Istituto di Studi Superiori sul Sistema Geogentrico (quello secondo cui la Terra è il centro dell'Universo, ndr). L'ospite più atteso è monsignor Illo Tempore - prelato piemontese con simpatie vandeane - che presenterà le conclusioni della sua rivoluzionaria ricerca secondo cui Giordano Bruno aveva scoperto le proprietà del petrolio con due secoli d'anticipo e morì arso in Campo de' Fiori mentre era intento a sperimentare in un luogo aperto il potenziale di combustione del nuovo materiale. Dopo la chiusura dei lavori verrà celebrata una messa in latino in ricordo dei componenti della Santa Inquisizione, sui quali per secoli si è esercitata la macchina del fango.

Giugno Al Bano e Romina Power celebreranno la loro reunion in un concerto che verrà trasmesso a reti unificate sui canali Rai e Mediaset. Originariamente era prevista anche la diretta streaming, ma il celebre cantante pugliese l'ha rifiutata spiegando che lui, essendo di sani principi, preferisce la più tradizionale posizione del missionario. L'evento sarà ospitato straordinariamente all'Auditorium Parco della Musica di Roma, una struttura progettata da Renzo Piano per dare una "casa" alla musica di qualità, che per l'occasione verrà infatti requisita ricorrendo all'utilizzo di forze militari di occupazione.

Luglio Presentazione del progetto di riforma federale dello Stato messo a punto da una serie di personalità tra cui l'esponente della Lega Mario Borghezio, l'ultras del Milan Matteo Salvini e il noto attore King Kong. Il progetto prevede: la creazione di quattro macroregioni (i regni di Sardegna, del Lombardo-Veneto e delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio); il diritto di voto a chi abbia un reddito imponibile di almeno ventimila euro l'anno ma dimostri di evaderne almeno il doppio; l'uscita dall'euro e il ritorno ai pagamenti in natura. Previsti tre giorni di festeggiamenti durante i quali verranno abbattute tutte le statue di Giuseppe Garibaldi, «precursore del centralismo tipico degli stati comunisti», ha detto Borghezio, che da anni non metteva in fila sette parole dando loro una parvenza di senso compiuto.

Agosto Campagna di sensibilizzazione nelle spiagge a favore della famiglia tradizionale. I mariti aderenti all'associazione "Fallo per lei", esporranno ai turisti le ecchimosi e le ferite lacero-contuse provocate dalle percosse inferte alle rispettive mogli mentre i figli seguiranno su tablet le puntate del "Grande Fratello".

Settembre Riapertura delle scuole, ma solo per gli studenti e le studentesse che dimostrino, con un video postato su youtube, di aver picchiato durante l'estate almeno un clochard e/o abbiano fatto sesso in cambio di una ricarica di cellulare. Sedute forzate di riabilitazione attraverso prove pratiche per tutti gli altri.

Ottobre Cerimonia di conferimento del Premio Illuminato dell'Anno a Carlo Giovanardi. Alla giornata parteciperanno gli altri finalisti che si sono distinti nei rispettivi campi: Bruto di Braccio di Ferro, Gigi D'Alessio ed Emanuele Filiberto.

mercoledì 16 aprile 2014

Il Running act di Renzi

Altro che riforme istituzionali e del mercato del lavoro, il vero cambiamento strutturale che Matteo Renzi intende mettere in campo è il Running Act. Il premier lo spiega così: «Siamo un paese a forma di stivale, è ora che ci mettiamo in moto per spiccare il salto decisivo che ci consenta di oltrepassare la penisola iberica e affacciarci direttamente sull'Atlantico. Solo così potremo andare a prendere la ripresa economica dove è già in atto: negli Stati Uniti». Uno dei suoi più stretti collaboratori gli ha fatto notare che con le scarpe si cammina sì, ma nell'oceano è necessario nuotare. Renzi ha replicato che non si è mai vista una scarpa affondare e che l'artigianato made in Italy è in grado di produrre manufatti all'altezza. «Al limite arriveremo dall'altra parte un po' malridotti, ma quello è un paese che offre infinite opportunità - ha detto il premier mentre addentava una fiorentina dopo averla fotografata e postata su Instagram -. Ti dicono niente i nomi di De Niro, Scorsese, Di Caprio?, tutta gente i cui nonni e bisnonni italiani sono andati là con le pezze al culo e che ora fanno fortuna. Noi invece arriveremo indossando una Tod's, e scusate se e poco». Per mettersi in cammino alla velocità che compete però, è necessario superare vecchie abitudini e incrostazioni ideologiche. Per questo è pronto un disegno di legge imperniato sui seguenti provvedimenti.

Abolizione delle preposizioni. Le preposizioni, non solo quelle articolate ma anche le semplici, sono considerate un inutile appesantimento dei discorsi che non consente di arrivare a rapide conclusioni. Renzi ha spiegato il concetto in Consiglio dei ministri senza parlare, con un semplice tweet riprodotto su una lavagna luminosa: «Che senso ha dire "la ruota della fortuna" quando posso dire "la ruota fortuna"? Mi si comprende lo stesso e risparmio cinque caratteri». A D'Alema, che ha scritto un lungo saggio sulla rivista della Fondazione Italianieuropei per perorare il salvataggio della particella "da", Renzi ha replicato così su Facebook: «Questo è conflitto d'interessi: ti chiamereno Lema, fattene una ragione, tutti siamo tenuti a rinunciare a qualcosa».

Eliminazione dello "stop" dal codice della strada. «Resta la precedenza, che è più che sufficiente e consente di rimanere in movimento», ha detto il premier. «E in prossimità dei passaggi a livello?», ha fatto notare Cuperlo. «Lì manderemo avanti te», ha risposto Renzi.

Cancellazione del contratto nazionale di lavoro. Mai più riunioni pletoriche e trattative tra parti sociali. Ci si recherà al lavoro solo se si riceverà nottetempo un apposito sms, altrimenti si rimarrà a casa. La sinistra del Pd proponeva almeno una telefonata. «Dobbiamo abbattere i costi delle imprese», ha replicato il premier.

Abolizione della filosofia dai programmi scolastici. «Tesi e antitesi, quando si sa già che si arriverà alla sintesi?, ma per piacere», ha detto Renzi in videochat con i tifosi della Fiorentina. Fassina, della sinistra del Pd, è andato su tutte le furie. In un'intervista all'Unità ha spiegato che «la filosofia non si può cancellare perché era l'unica materia nella quale prendevo la sufficienza al liceo». Pronta la replica del premier: «Stai sereno, ho saputo dal tuo prof di italiano che avevi cinque e mezzo e ora è disposto a portartelo a sei, così una sufficienza la spunti comunque».

Istituzione della Giornata per l'eiaculazione precoce. Non ha senso perdere tempo in preliminari e poi rimanere appiccicati per chissà quanto tempo durante l'atto sessuale. Chi assolve ai propri doveri coniugali più velocemente possibile va incentivato e portato a esempio poiché gli rimane tempo per fare altro, è la tesi. Inoltre, così si stimolano le donne a fare da sé ed emanciparsi ulteriormente. Dura la presa di posizione di Civati, che in segno di protesta ha posato senza veli in copertina su "Vanity Fair": «A me scopare piace». La replica di Renzi non si è fatta attendere ed è arrivata su "Chi": «Continua, tanto la politica non fa per te».

martedì 1 aprile 2014

Lavoro, la bozza di riforma

Nei giorni scorsi un'auto sospetta è stata fermata da una pattuglia di carabinieri nei pressi di Palazzo Chigi. Nel bagagliaio sono stati rinvenuti attrezzi da scasso che le persone a bordo hanno giustificato così: «Stiamo andando dal premier con gli utensili per aprire il mercato del lavoro». Alla richiesta di delucidazioni da parte dei militari, il conducente della vettura ha mostrato un pass sul quale era impresso il simbolo di Twitter in ceralacca e una "Bozza di riforma del mercato del lavoro" con in calce le firme di prestigiosi imprenditori ed economisti. Alla vista di tali prove inoppugnabili, i carabinieri hanno fatto passare l'auto non prima di aver fatto una copia della bozza per metterla a verbale. Eccone il contenuto.

Contratto a tempo Va superata la vecchia formula dell'indicazione della durata temporale del contratto. Per contratto a tempo si intende che si lavora a seconda delle condizioni meteo che datore e lavoratore liberamente concorderanno. Così ci saranno contratti che stabiliscono che il lavoratore sarà tenuto a prestare la propria opera nei giorni di sole e a restare a casa in quelli di pioggia o viceversa. Nei mesi in cui il lavoratore è costretto dalle condizioni meteo a restare a casa per più di dieci giorni, perde il diritto ad essere retribuito. Qualora le necessità di mercato lo rendessero necessario, il lavoratore potrebbe essere chiamato ad operare per modificare le condizioni meteo avverse e, laddove non vi riuscisse, ciò costituirebbe una buona causa per il suo licenziamento.

Diritto di recesso Come spiega la parola stessa, il datore dà il lavoro, il resto sono cazzi del dipendente. Così, tenuto conto del fatto che il buon andamento dell'impresa (e quindi anche il benessere delle maestranze) dipende in massima parte dall'umore di chi il lavoro lo dà, vanno previste una serie di circostanze al verificarsi delle quali il datore può far valere il diritto di recedere dal contratto stipulato in maniera istantanea e senza condizioni. A titolo esemplificativo, se ne elencano qui alcune: riacutizzarsi improvviso dell'infiammazione delle emorroidi; indisponibilità della moglie a concedersi al rapporto sessuale (questa condizione vale anche nel caso in cui sia la moglie del dipendente a rifiutarsi di concedersi al datore di lavoro del marito); digestione lenta; scarso profitto scolastico dei rampolli di famiglia; sconfitta nella partita a tennis della domenica (vale solo per il lunedì); cattivo stato di salute del cane; scheggiatura di uno o più nani da giardino.

Partecipazione dei lavoratori all'impresa Per fare in modo che i dipendenti si sentano parte integrante dell'azienda per la quale lavorano, all'atto dell'assunzione è fatto obbligo di versare una cifra minima di diecimila euro i quali non verranno utilizzati per acquistare quote, ma soltanto per dimostrare la buona predisposizione verso chi è stato così magnanimo da procedere ad un'assunzione.

Selezione del personale Per adeguare gli standard di produttività dell'Italia a quelli della media europea, verranno introdotte nuove prove di selezione per le diverse mansioni. Ciò al fine di dotare le aziende di personale altamente qualificato. A titolo esemplificativo: ai magazzinieri verrà chiesto di stoccare la merce mentre si illustrano ai colleghi i tre principi della termodinamica; agli apprendisti macellai di insaccare le salsicce recitando l'Amleto di Shakespeare in lingua originale; ai commessi di supermercato di saper intrattenere i clienti spiegando il passaggio dall'età repubblicana a quella imperiale nell'Antica Roma mentre cambiano il rotolo di carta del registratore di cassa.

Incentivi per la green economy Al fine di combattere l'inquinamento atmosferico dovuto al consumo di carburante, i dipendenti che volontariamente, a loro spese e con i loro mezzi si renderanno disponibili ad accompagnare il datore di lavoro nei suoi viaggi (anche di piacere), avranno il posto assicurato per il mese successivo.

martedì 4 marzo 2014

Grillini dissidenti sui vagoni piombati

Le espulsioni a ripetizione stanno offuscando l'immagine del Movimento 5 Stelle. Per questo Grillo e Casaleggio, dopo una riunione ristretta con i principali collaboratori - un iPhone 5S, un termostato wireless che consente di regolare la temperatura di casa attraverso la rete, un Salvavita Beghelli di ultima generazione collegato in videoconferenza e un vecchio Commodore 64 da cui Casaleggio non si è mai separato - stanno pensando di cambiare strategia. I dissidenti non verranno più cacciati ma sottoposti a un corso di rieducazione in una località segreta che, per dare uno schiaffo alla Casta e risparmiare sui rimborsi, i parlamentari raggiungeranno in gruppo su vagoni piombati.

Al centro delle lezioni ci sarà l'insegnamento del sistema binario, quello su cui, secondo uno studio del professor Circuito Chiuso, consulente che gode di un grande ascendente su Grillo e Casaleggio, i dissidenti difettano di più. Il professor Chiuso da tempo non rilascia interviste ma la sua teoria è racchiusa nella sua opera più riuscita: "Rete o barbarie". Si tratta di centocinquanta tweet scritti a cavallo tra l'anno dodicesimo e tredicesimo dell'avvento del web (Chiuso non adotta il normale calendario gregoriano).

«Il Movimento 5 Stelle - è scritto al diciassettesimo tweet - si fonda su un sistema binario composto dalla coppia di parole "fanculo" e "stronzi"». Ciò significa, come si capisce anche dall'osservazione dei grillini ortodossi, che in quel binomio si racchiudono le possibilità degli esponenti 5 Stelle di comunicare col mondo. Appare di un'evidenza solare quindi, come spiega lo stesso Chiuso in una delle sue rare interviste, rilasciata alla rivista on line "Codice a barre", che «i Cinque stelle non possono parlare tra loro, se non offendendosi. Per questo il dialogo è consentito, attraverso l'uso esclusivo del sistema binario, solo con gli esterni al movimento. Chi infrange questa regola mette a rischio la sopravvivenza stessa dei 5 Stelle».

L'altra questione che sarà posta al centro delle sedute di rieducazione è di natura contrattuale. Lo spiega Ius Primaenoctis, giurista di riferimento di Grillo e Casaleggio per le riforme costituzionali e non solo, in un articolo che verrà pubblicato nel prossimo numero del trimestrale "Tornare al feudalesimo". «È strano - scrive uno stupito Primaenoctis - che i dissidenti non abbiano ancora capito l'essenza profonda del Movimento, in cui non si entra ma si è assunti. Il 5 Stelle, come spiega lo stesso nome, è assimilabile a un albergo: Grillo e Casaleggio sono gli ospiti e i parlamentari i camerieri. Avete mai visto - conclude il giurista - un cameriere dissentire col cliente, per di più in un albergo a Cinque Stelle?».

Il primo gruppo di rieducandi (una decina di persone circa), partirà a breve. Tra loro una giovane deputata mamma che dopo mesi che non rivolgeva la parola al figlioletto, gli si è accostata sussurrando le parole «Amore mio». È stata denunciata per violazione del codice binario da un collega con cui stava parlando via Skype. La stessa sorte toccata a un cinquantacinquenne senatore che parlava con la moglie al cellulare a cui, poiché la linea era disturbata, è scappato un «non sento niente». Salvo, per il momento, l'ex capogruppo al Senato Vito Crimi: addormentatosi durante una seduta parlamentare si è risvegliato, ha guardato l'orologio e ha esclamato: «Quant'è tardi». Il fatto che abbia aggiunto «cazzo» al termine della frase, rendendola più in linea col movimento, gli ha risparmiato le sedute previste per gli altri.

martedì 18 febbraio 2014

Le consultazioni di Renzi

Ore febbrili per il futuro presidente del Consiglio in vista del conferimento dell'incarico. Matteo Renzi punta a giurare con il nuovo Governo entro la settimana prossima, anche perché poi per la Fiorentina si apre un ciclo terribile che il premier in pectore intende seguire in prima persona, anche andando con la squadra in trasferta.

In questi giorni di consultazioni, dopo aver visto ripetutamente Diego Della Valle (che punta a guadagnare, oltre al ruolo di consigliere politico, anche quello di look manager del futuro inquilino di Palazzo Chigi), Renzi ha fissato appuntamenti con i fratelli Righeira, Mal dei Primitives, Flavio Briatore, Massimo Ciavarro, Ken di Barbie e il padre e la madre di Peppa Pig. Raffaella Fico, invitata, ha fatto sapere che verrà solo se Seedorf darà un permesso a Balotelli per accudire la figlia Pia. Il tema all'ordine del giorno degli incontri sarà lo stesso: come risollevare le sorti dell'Italia a partire dalle eccellenze del Paese: sole, pizza e mandolino.

Nulla trapela sul programma, ma proprio su questo potrebbe esserci il primo, forte segno di discontinuità che Renzi vuole imprimere. «Probabilmente il programma non ci sarà - fa sapere uno dei più stretti collaboratori di Renzi - il programma è una cosa da prima Repubblica, meglio non avere vincoli e affrontare la realtà per come si presenta giorno per giorno. E poi una volta che hai un programma spunta sempre qualche rompicoglioni che ti chiede di rispettarlo, noi vogliamo essere liberi di sperimentare forme nuove di gestione del potere, anche perché è questo che vogliono gli elettori».

Renzi è convinto che bisogna fare presto e che occorre dare agli italiani il senso di un cambiamento di marcia. Per questo si sta allenando per dimostrare di essere in grado di scrivere almeno quattro tweet al minuto mentre, nell'ordine: telefona per ordinare la pizza, fa un cenno d'assenso a caso alla segretaria, gioca a ruzzle e chatta su Facebook con un suo vecchio amico delle medie che l'ha sempre seguito in questi anni, Cosimo Sopportante.

La difficoltà del lavoro di queste ore è data anche dal numero di richieste che stanno arrivando sul tavolo del futuro presidente. Di queste, pare che Renzi ne stia seriamente prendendo in considerazione alcune: la depenalizzazione del reato di evasione fiscale, che diventerebbe peccato veniale («con tre padrenostri e quattro avemaria ce la si potrebbe cavare e ricominciare a investire per muovere l'economia», dice un illustre giurista che sta coadiuvando lo staff renziano); la possibilità di avere più account Facebook intestati alla stessa persona («Matteo è molto sensibile su questo, la sua ambizione smisurata non è possibile contenerla in un unico profilo», confida Apple Ram Tablet, guru indiano dell'informatica cui si è affidato Renzi); e, infine, degli incentivi, anche a fondo perduto, a chi trova dei foulard decenti da far indossare a Della Valle.