mercoledì 26 settembre 2007

Lettera a una ministra (e al suo governo)

Gentile Rosy Bindi, sono un bambino nato il 9 aprile dell'anno scorso che ha l'ambizione, nel giro di due-tre decenni, di studiare, di guadagnarsi da vivere, mettere al mondo figli e, più in là, di invecchiare - magari senza l'angoscia di dover trovare soldi per mettere insieme pranzo e cena ed essere curato. Il mio papà e la mia mamma mi hanno detto che anche per questo hanno deciso di votarvi lo scorso anno, proprio poche ore dopo che io ero nato. Però ieri sera, dopo averla sentita a Ballarò, hanno spento la tv e sono andati a letto mesti mesti e li ho sentiti dire che è anche grazie alle cose che lei ha detto ieri e che altri suoi colleghi dicono tutti i giorni che la gente si allontana sempre più da voi. Nel pur apprezzabile tentativo di elencare quanto di buono ci sarà nella finanziaria che sarà varata di qui a poco dal governo di cui fa parte, lei ha fieramente snocciolato cifre: 2.500 euro per ogni figlio al di sotto dei tre anni, 300 euro di aumento una tantum e poi 35-40 euro al mese per i pensionati che a stento superano la soglia di indigenza. Vado a memoria e sono un bambino; e poi ieri sera ero stanco e avevo sonno dopo essere stato tutto il giorno a giocare nell'asilo nido per cui i miei pagano diverse centinaia di euro al mese; quindi le cifre che riporto potrebbero anche essere sbagliate. Ma non importa, perché non è questo il punto. Il nodo della questione, mi sembra di aver capito dai discorsi che sento fare in casa, è che una parte di chi vi ha votato l'anno scorso attendeva da voi delle politiche degne di nome, non delle toppe cucite alla meno peggio su un vestito logoro. E le misure una-tantum e gli sgravi fiscali da qualche decina di euro non fanno una politica. Una politica la si fa individuando delle risorse (questa, con la lotta all'evasione, è l'unica cosa che state facendo bene) e delle priorità da mettere organicamente al centro del proprio agire, ricorrendo ai migliori saperi campo per campo e avendo l'accortezza di farli dialogare tra loro; interdisciplinarità, mi dicono che si chiama con una parola un po' strana. Allora: se si vuole che le famiglie con figli non vengano penalizzate, occorrerebbe ripensare l'organizzazione del lavoro, delle città, dei trasporti e dei servizi a partire da questa priorità. Se si desidera una società mobile in cui però la precarietà non diventi la regola, occorrerebbe offrire strumenti alla portata di tutti coloro che ne vogliono fruire affinché conoscenze e competenze formino persone che possano offrirsi ad aziende ed enti che guardino un po' più in là del loro naso; e occorrerebbe anche rivedere strumenti di assistenza pensati quando il modello di lavoro prevalente era la fabbrica con migliaia di persone dentro. Se si ha della questione ambientale un'idea un po' più complessa del giardino ben curato sotto casa, occorrerebbe agire mettendo energia, consumi e rifiuti in un unico quadro e di lì ripartire. Se è vero che la popolazione in terza età diventerà una fetta sempre più consistente, bisognerà metterci mano facendo un passettino oltre il pur onorevole lavoro dei centri sociali per anziani. E' un lavoro da far tremare le vene ai polsi? Sì, si chiama politica. E se non volete che le persone vi confondano con i vostri avversari per indicarvi indistintamente come una casta, sarebbe il caso che tornaste a farla. Oppure qualcuno vi chiederà più o meno gentilmente di farvi da parte.

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