giovedì 1 dicembre 2011

La realtà

Non è una novità ma leggendo in questi giorni i cenni biografici su Lucio Magri e sulla gente che gli è stata accanto nella sua parabola, emerge in maniera definitiva come la politica fosse per quella generazione innervata con la vita: ci s'innamorava tra compagni e i compagni erano anche amici con cui andare a cena, al cinema, eccetera. Tanto che Magri ha annunciato ai suoi compagni-amici del manifesto una cosa così interna a sé come l'intenzione di farla finita. Tanto che nell'ultimo viaggio ha avuto accanto una compagna, Rossana Rossanda. E una che ti sta accanto nel tuo ultimo viaggio è un po' riduttivo derubricarla a compagna in senso strettamente politico. Ma fin qui, poco di nuovo, appunto. La novità, almeno per me, sta nell'aver corretto, grazie alle letture di questi giorni, due parzialità che insieme disegnano uno scenario nuovo. La prima: avevo sempre ritenuto che questa comunanza di sensibilità politiche ed esistenziali fosse appannaggio di una certa sinistra e in qualche modo legata a una prospettiva rivoluzionaria. Sbagliavo. Magri nasce democristiano e capire da Giuseppe Chiarante (democristiano poi passato al Pci pure lui) quanto fosse stato stretto il rapporto tra i due anche quando erano nella Dc, mi ha spalancato le porte di un mondo: anche quella era una comunità. Anche i bianchi erano compagni-amici, allora. La seconda: avevo sempre considerato un privilegio dell'intellettualità il fatto che la politica si potesse innervare con la vita. Sbagliavo anche qui. E l'errore era ancor più grossolano. Perché io ho avuto la fortuna di vederle con i miei occhi, seppure erano quelli di un bambino, le sezioni del partito piene di gente; le riunioni di operai, impiegati, quadri appena usciti da una giornata di lavoro; le diffusioni militanti di chi la domenica si alzava presto lo stesso perché c'era da portare nelle case dei compagni il giornale del partito; le piazze piene per un comizio; la voglia di esserci nelle scuole come rappresentanti d'istituto, nei posti di lavoro come sindacalisti. Eccolo lo scenario nuovo: non solo per i "rivoluzionari di professione", ma anche per la gente comune, dall'una e dall'altra parte della barricata, c'era la convinzione che la politica potesse cambiare la vita; che la realtà non è un dato a sé stante ma la si può costruire, plasmare attraverso scelte, e che scelte diverse producono risultati differenti. Oggi, assieme a quella politica lì è morta  non dico l'idea di un'alternativa, ma addirittura quella di possibilità diverse. La realtà è una e una soltanto: quella data. E le decisioni sono presentate sempre come ineluttabili, inesorabili; impossibile prenderne altre. E' tutto "impossibile": inquinare meno, tassare i patrimoni, lavorare meno e meglio, migliorare la scuola, investire in ricerca, pensare a una società di eguali e (quindi) liberi. Questo il messaggio che arriva dall'alto. E dal basso, questo è stato il cambiamento antropologico, non solo della sinistra ma della società tutta, si è introiettata l'idea disumana che l'azione umana non sia in grado di cambiare la realtà. Che la realtà è un dogma. Così si vive di comandi e di esecuzioni, come in un'immensa caserma. Così non solo la politica si limita a "gestione più o meno efficiente dell'esistente", come annotano tra gli altri, De Rita e Galdo in L'eclissi della borghesia, ma l'orizzonte non esiste più e si rischia di morire di claustrofobia nella realtà angusta che ci viene costruita intorno.

martedì 29 novembre 2011

Volare

Non ho granché da scrivere in questo momento, posto qualcosa solo perché mantenere un titolo come "Fare festa" dopo la notizia della morte di Lucio Magri mi sembrava del tutto fuori luogo. E perché fa male constatare che si può decidere di sotterrarsi dopo aver tentato di volare. Soprattutto se hai provato anche tu che volare è tanto, tanto difficile.

sabato 19 novembre 2011

Fare festa

Anche se non è il migliore degli scenari possibili (magari ne riparliamo in seguito), niente monetine, solo gioia. Non smodata, contenuta. Non riso ma sorriso. Così.

giovedì 27 ottobre 2011

Certezze

Se, come è, nel livello politico-finanziario di una società (è di Europa che parlo, non di B&B) prevale trasversalmente l'idea che un decreto anti-crisi o sviluppo che lo si voglia definire debba contenere misure per agevolare i licenziamenti - ossia c'è la convinzione che lo sviluppo e il superamento di una crisi passano per la codificazione legislativa di meno lavoro e meno diritti, perdonate la semplificazione - quella società, almeno il suo incancrenito livello politico-finanziario, è da abbattere e rifondare e se non lo si fa si è destinati all'agonia. A volte, anche qui si hanno certezze.

domenica 16 ottobre 2011

Il nulla intorno

L'ordinario garantisce di accomodarsi su una morbidezza avvolgente e soffocante. Come la normalità delle reazioni seguite agli scontri di ieri a Roma: rassicurano, ma stanno togliendo ossigeno alla possibilità di capire qualcosa di quello che è successo, sta succedendo. E' che il già sentito è rassicurante, che venga da destra, da sinistra, o dal movimento. Ma se le letture di un fatto che accade oggi con le lenti di dieci, venti, trenta e più anni fa, hanno garantito a un'opinione pubblica anestetizzata (di destra, di sinistra e di movimento) di andare a dormire tranquilla ieri sera, non consentono di fare un passo avanti, rivolte all'indietro come sono. La destra di governo che punta il dito sul pesante clima politico che sarebbe stato propedeutico agli scontri o rispolvera il suo antico spirito animale manganellatore? La sinistra parlamentare che si scandalizza e si chiede retorica e strumentale come sia possibile che una città venga messa a soqquadro così, stante un ordine pubblico gestito dalla destra? Il movimento che, almeno in qualche sua parte, paventa infiltrazioni e dietrologie? Cosa c'è di differente dalle dichiarazioni sentite negli ultimi decenni in seguito a fatti del genere? Cambiano le bocche a pronunciarle, non i temi. Questa è la dannazione. L'ostinazione con cui si seguono binari consunti che portano verso destinazioni sballate. Il clima politico pesante favorisce gli scontri? Come se i ragazzi che ieri hanno scatenato il caos fossero orientabili dalle vibranti dichiarazioni quotidiane di Bersani e Di Pietro. La mancata tenuta dell'ordine pubblico? Come se le forze dell'ordine, oltre ad essere mandate a prendere schiaffi, avessero potuto fare altro se non esasperare l'esito degli scontri; era questo che avrebbe voluto l'impalpabile sinistra di opposizione? Infiltrati e dietrologie? No, per favore, basta. Erano migliaia, i mascherati. Tutti infiltrati o strumentalizzati? Ma dai. Gli accadimenti di ieri sono frutto di almeno due tendenze, come ha in parte spiegato una delle poche persone rimaste lucide, Andrea Alzetta. Primo, c'è una parte di movimento che vuol imprimere un marchio di violenza alla protesta. E anche fin qui, niente di nuovo. La novità sta nel fatto, e stiamo al secondo punto, che c'è una fetta consistente di gioventù così lasciata a se stessa da essere sensibile all'opzione violenta. Non tanto per cambiare lo stato delle cose, che è stato l'obiettivo delle frange più violente che hanno operato fino a qualche anno fa e dei "duri" che hanno pianificato i disordini di ieri. L'opzione violenta è l'unica che rimane in piedi per ragazzi che non riescono a riconoscersi più in un panorama di convivenza che si è dissolto. Anche i più estremi sulla scena degli anni Settanta avevano un orizzonte di cambiamento. Facevano politica, insomma. Con le spranghe, ma era politica. Perché la politica c'era, anche nei suoi aspetti e personaggi più squalificanti. Oggi la politica è roba da Bagaglino, affare circense di nani e ballerine. Oggi la politica è esanime. Lo testimonia un banchiere che dopo aver messo nero su bianco un diktat politico-bancario, appunto, dice di comprendere la ribellione anti-finanza e rischia pure di diventare l'eroe di una parte di indignados. Molti delle migliaia che ieri hanno appiccato il fuoco, hanno probabilmente incendiato auto meno costose di quelle che i loro genitori tengono in garage. In parecchi avranno avuto in tasca l'ultimo modello di iPhone da centinaia di euro. Alcuni staranno pure frequentando costosissimi master. Ma sono (dis)integrati. Sciolti da ogni vincolo di comunità. Perciò la distruzione è gratuita, perché si ritiene di distruggere il nulla che c'è intorno. Perché dopo decenni di bombardamento sistematico, nella comunità politica che è stata in grado di tenere dentro negli ultimi due secoli anche chi era anti-sistema, oggi non si riconoscono più migliaia di giovani che vestono e si comportano da integrati. Questo accade perché a posto di quella comunità oggi c'è il deserto delle opposte, sterili tifoserie. Non ci sono più fili a tenerci. E si sprofonda giù, ognuno nei propri luoghi comuni. Destra, sinistra e movimento. Intorno, il nulla. Ripristinare qualcosa per cui valga la pena di rimanere in comunità, ecco la migliore ricetta anti-violenza. Ma la normalità parla d'altro. E ci racconta che il resto del corteo era civile e non violento. E che gli altri, che sono figli e fratelli nostri, erano neri da espellere.

lunedì 19 settembre 2011

L'apparenza che inganna

Tra i tanti modi per parlare della vita ce ne sono anche di apparentemente rudi ma sostanzialmente commoventi. Come questo. Che adesso i Marta sui Tubi c'hanno fatto il singolo.

domenica 4 settembre 2011

Cose che non t'aspetti

Cosa c'è di simile tra due canzoni così distanti per stato d'animo, colori, lingua utilizzata, sfumature, raffinatezza, modo di cantare, modo di suonare e quant'altro? Che c'entrano l'amore e la morte in entrambe. E non te l'aspetteresti mai. Ma proprio mai, dico.

venerdì 5 agosto 2011

La paralisi

L'elemento che getta nello sconforto in mezzo a questa crisi economica è che non si sente una voce - non una, neanche al di là dell'Oceano, dove pure siede uno che aveva acceso diverse speranze - all'altezza della situazione, se è vero che la questione pare epocale. Perché il problema non è l'entrare in crisi, quello può succedere. L'abisso è che da un lato si descrive quello che sta accadendo come un flagello biblico, dall'altro non si scorge uno scarto, un guizzo, una di quelle forme di creatività che sono l'essenza della politica. E' la pigrizia mentale, l'assuefazione al già visto, l'impossibilità a muoversi perché il cervello (questo cervello collettivo occidentale) non comunica stimoli efficaci al resto del corpo in una situazione strutturalmente emergenziale; è questo che mette sconforto più che la crisi in sé.

giovedì 4 agosto 2011

Io c'ero

Spiegare come si può essere così bravi da rendere un'isola così magica da farla diventare essa evento per farci annegare l'arte e farla riemergere nuova è difficile. Farlo vedere può rendere meglio l'idea.

lunedì 11 luglio 2011

Brividi

Immagino le critiche, ma a me a vedere 'sta roba mi sono venuti i brividi. Immagino le critiche, dicevo. Ma i Doors, se non sbaglio, non si sono mai più visti in concerto dopo la morte di Jim Morrison e da quello che leggo ne hanno fatto uno di grandioso l'altro giorno a Pistoia. E rivederli così, con quel cantante lì che sembra un fantasma che ritorna in carne ed ossa, dà quella strana e drogata sensazione di sicurezza, come se la morte non esistesse, fosse evitabile o come se ci fosse la possibilità di ritrovarsi chissà quando nell'aldilà a riprenderti quello che ti è stato negato di qua. Siamo abbastanza grandi per capire che è un'operazione commerciale e bla bla bla. Non abbastanza incartapecoriti da non farci venire i brividi. Ecco.

martedì 14 giugno 2011

Respirare

E' sempre bene farsi trovare pronti a prendere le distanze da noi stessi. Lo è ancora di più di fronte a un'eruzione come quella alla quale si sta assistendo da qualche tempo a questa parte. Quando un vulcano erutta tu non sai cos'è successo dentro prima che vedessi il fiume incandescente sgorgare. Non sai che movimenti magmatici ci sono stati. Vedi semplicemente della lava uscire e te ne sorprendi. Noi oggi stiamo così: vediamo un vulcano silente da anni che si è messo ad eruttare e copre di lava i fianchi della sua montagna e la valle sotto. Copre le certezze, gli strumenti d'analisi, perfino gli alfabeti che si era soliti usare. Di fronte a questo, come poter pensare di avere sicurezze se non quella dell'indefinibilità del panorama che si è venuto a creare? Come, di converso, poter essere certi che siamo davvero di fronte a una soluzione di continuità? Come non essere sfiorati dal dubbio che anni di letargo (se era letargo e non sedimentazione lenta e nascosta) non possono portare a rivolgimenti? Come non considerare che quello che sta succedendo può essere solo un incidente di percorso? Detto quindi che il margine d'errore è infinitamente alto e dando ormai per scontato quello che si scrisse qui, uno tenta di capire cosa sarà cercando di raccattare i segni di oggi.
1) I canali tradizionali di formazione del consenso sono saltati. I partiti, già in parte venuti meno insieme alla prima repubblica, sono una componente sempre meno decisiva nelle scelte delle persone. I quesiti referendari sono stati promossi nonostante i partiti. Le vittorie più significative per il centrosinistra alle Amministrative sono state còlte da due eretici. Da due che secondo la vulgata degli opinion leader e politici mainstream, erano perdenti in partenza perché incapaci di parlare ai moderati, al centro; a quell'entità quasi metafisica con cui abbiamo a che fare da decenni, che per seguirla non devi fare altro che tentare di essere meno diverso possibile dal tuo avversario. La televisione ha messo la sordina ai quesiti, eppure questo non ha compromesso il raggiungimento del quorum. Anche in questo caso, un'altra entità metafisica ha mostrato tutta la sua vuotaggine: l'auditel, lo share, non tengono conto che ogni sera ci sono milioni di italiani che la tv non la guardano perché fanno mille altre cose: parlano, leggono, lavorano, ascoltano musica, giocano coi figli, navigano in internet, fanno l'amore, vanno al cinema, a teatro, a un concerto, al ristorante. Tutte attività che l'auditel non contempla. E soprattutto, gli italiani, si fanno opinioni che non si capisce come si formino, vista la loro incongruenza con gli input che da decenni sono stati sparati sul corpo sociale.
2) I partiti, che l'aria l'hanno fiutata in massima parte perché pagano i sondaggisti (i quali, a loro volta, hanno tenuto il quorum in bilico mostrando lenti parzialmente distorte anche loro), sono dovuti andare a traino. Alcuni dando libertà di voto sull'abrogazione di leggi che essi stessi avevano votato in parlamento; altri saltando preventivamente sul carro buono dopo mesi di sdegnosa indifferenza verso chi quel carro l'ha trainato. Ora, i partiti a traino ci vanno da anni. Berlusconi in questo è stato un maestro. Si fa il sondaggio, si vede come la pensa la maggioranza e si modulano i segnali da mandare all'opinione pubblica. Il punto è che pur andando a traino, fino a qualche tempo fa, i partiti sapevano essere anche acceleratori, modellatori di consenso. Oggi no. Semplicemente vanno dietro a un'opinione pubblica che non capiscono più. Se ne avessero coscienza proverebbero la sensazione di Dorian Gray davanti allo specchio. Ma forse sono addirittura così incartapecoriti da non provarle neanche più, le sensazioni.
3) E in effetti è difficile capire un'inversione di tendenza tanto decisiva. Ci siamo ubriacati di privatizzazioni. Abbiamo trasformato in manager i dirigenti scolastici e quelli ospedalieri. Tutto l'arco parlamentare non trova alcunché di scandaloso nel fatto che si facciano profitti su acqua, salute, istruzione. E che ti fa una buona maggioranza di italiani dopo tre decenni di sbornia anti-pubblico? Ti dice che i servizi pubblici locali vanno sottratti al profitto privato. Che è una contraddizione in termini, per una società di persone, che qualcun di queste persone sia messa in condizione di lucrare su qualcosa di irrinunciabile per vivere. Puoi lucrare sui pantaloni, sul caviale, sulle auto, ma non sull'acqua, sulla salute, sull'istruzione. E' una cosa tanto ovvia oggi quanto blasfema ce l'hanno fatta apparire negli ultimi trent'anni.
4) Cosa succederà? E che ne so? Si può azzardare che nelle risposte ai quesiti referendari su acqua e nucleare (essendo quello sul legittimo impedimento un accidente capitato per avere un capo del governo anomalo), c'è in nuce un programma di governo: la cosa pubblica va amministrata dalla sfera pubblica in maniera efficiente, non utilizzata per parcheggiare nei consigli d'amministrazione vecchi tromboni ormai impresentabili nelle aule consiliari e parlamentari; l'energia è una cosa seria e serve un serio programma di ricerca per liberarci dall'inquinamento, soddisfare i fabbisogni e dare impulso a una crescita autentica perché sana dell'economia. Di più. Non si deve aver paura dell'innovazione, visto che se ne ha bisogno come dell'aria. Gli elettori l'hanno capito nonostante i cannoni dell'indifferenza puntati contro. E si stanno mostrando molto più avanti di quanto la pelosa retorica sul moderatismo ne distorca le posizioni. E non si deve aver paura di misure drastiche se queste porteranno a buoni risultati nel medio periodo. In una parola, si deve rialzare la testa e guardare un po' più in là della punta dei nostri piedi. Si deve tornare a respirare, se non si vuol morire di claustrofobia. Cominciando a capire che è cambiato tutto. Non è più una sensazione, gli italiani l'hanno fatto capire mettendo una croce su un passato in cui non c'è solo Berlusconi, ma i protagonisti di un'intera stagione politica.

lunedì 13 giugno 2011

Senza parole

Sono le 23,48 e quel giornalista di razza che risponde al nome di Bruno Vespa sta trasmettendo una puntata sul caso della povera Sarah Scazzi. Non ci sarà nessuno scandalo, perché non ci sarà nessuna presa di posizione del suddetto giornalista di razza. Nessuna eruzione alla Santoro contro Castelli, nessun corsivo di Travaglio, nessun faro puntato sul presidente del Consiglio di cui non si può parlare se non macchiandosi del reato di lesa maestà. Solo un parlare di nulla nel giorno in cui è successa una cosa straordinaria, che nessuno condannerà. Perché non c'è parola contro. Semplicemente non c'è parola.

Sì!

Stasera sono andato a fare festa in piazza. Non accadeva dall'11 luglio dell'82. Annoto due frasi, a prima vista non piacevoli, ascoltate da due persone diverse, una delle quali sicuramente rispettabile, l'altra lo penso. La prima: "Mi ride anche il culo". La seconda: "Mi dispiace avere un solo pene perché stasera devo farmi almeno quattro seghe". Io ho anche un paio di cose serie da dire dopo i referendum. Le rimando a domani. Stasera è festa e c'è tanta gente che sorride in giro.

venerdì 10 giugno 2011

Urlo con Santoro

Non vorrei passare per il santoriano che non sono. Penso, come ha scritto qualche giorno fa Aldo Grasso sul Corriere, che sia un ottimo giornalista non immune da difetti. Resta il fatto che cassare una trasmissione che fa una media di ascolti sensibilmente superiore a quella della rete che la ospita, come ha scritto Grasso, è un'enormità difficile da riscontrare altrove. E resta il fatto che tra i tanti difetti che la Rai ha, c'è quello di sacrificare le professionalità (questione che va al di là di Santoro) sull'altare della politica. Non vorrei passare per il santoriano che non sono, dicevo. ma quando ho visto questo pezzo di trasmissione, non sono riuscito a trattenere un moto di soddisfazione. Anzi. Di più. Ero lì che urlavo scomposto insieme a Santoro. Perché tra le tante cose cui ci siamo assuefatti in questi anni difficili, c'è non tanto la menzogna, quanto proprio il rovesciamento della realtà. Dire, come ripete  nel video Castelli con taroccato buonsenso, che i soldi del canone servono a pagare Santoro e Travaglio, è una delle tante falsità di cui si avvale la propaganda di destra. La Rai con Santoro, a quanto mi consta, incassa il doppio di quello che spende. E semmai il surplus serve a pagare, come urla Santoro nel video, i fallimenti voluti in video dalla partitocrazia ottusa che sta sfettucciando la Rai. Invitare Santoro a confrontarsi col mercato da parte di un dirigente di un partito che ha imposto in Rai Gianluigi Paragone, è come vedere un sequestratore rinfacciare al proprio rapito di avere dei modi rudi. La realtà è che Santoro è uno che la televisione la sa fare. E sta a suo agio nel mercato, come dimostra da anni. Sono altri a dover ricorrere al doping per starci dentro. Sentirli far prediche è davvero insopportabile. Per questo urlo con Santoro anche se non sono santoriano.

lunedì 6 giugno 2011

Monosillabo referendario

Quattro Sì. Anche se la gestione degli acquedotti l'azzererei. E la ricerca sul nucleare non la mollerei.

mercoledì 1 giugno 2011

Una grande, continua promessa

Si prova un sentimento di tenerezza a vedere per l'ennesima volta la stampa di destra - dopo diciassette anni di promesse e di tasse mai abbassate, di caste mai colpite, di burocrazie sempre imperanti, di spese improduttive mai sanate - pregare a mani giunte Berlusconi perché torni il Berlusconi del '94. Berlusconi è sempre stato così, una grande promessa mai realizzata. Anzi, la politica della promessa. Tanto che degli impegni presi  da diciassette anni a questa parte non ne ha realizzato uno e li ha reiterati di anno in anno, di elezione in elezione. La cosa che è cambiata è che i suoi elettori, complici anche le sue intemperanze insopportabili per il ruolo che riveste, se ne sono accorti e hanno preferito andare al mare piuttosto che votarlo. Tutto qua.

lunedì 30 maggio 2011

Appello inutile

De Magistris, Pisapia, Zedda, per favore, non lo dite. Non dite che sarete i sindaci di tutti. Almeno voi.

La terza?

Non è successo ancora niente. Per questo, in maniera magari avventata, voglio mettere a verbale che con  risultati alle amministrative di questa portata, con la vittoria di questi candidati, cambieranno parecchie cose. Azzardo: il Pdl, con l'ormai scontata uscita di scena del collante Berlusconi potrebbe sfaldarsi in più rivoli con conseguenze al momento imprevedibili; il Pd è costretto a non poter prescindere dalla sua sinistra. Occhio: non è come ai tempi di Rifondazione, quando alla coalizione servivano i voti che sapeva portare il partito di Bertinotti; oggi di quella parte politica servono anche gli uomini. Ma è l'intero sistema politico scaturito da Tangentopoli e cosidetto della seconda repubblica che sta venendo meno.

La forza dell'abitudine

Guardo i risultati. E quasi non ci credo.

martedì 17 maggio 2011

Ululati

C'erano un partito di grande tradizione in bilico da vent'anni tra il non-si-può-fare e il dio-che-paura e delle brave persone così poco tradizionaliste da non avere partito. Il partito di grande tradizione era numeroso e stava in una casa elegante e attrezzata. La grande tradizione gli consentiva di rimanere consistente in termini numerici, ma la sua vita era da tempo inerte perché la fazione del non-si-fa e quella del dio-che paura non riuscivano ad uscire di casa. "Guardate che va a piovere, prendiamo l'ombrello", dicevano gli uni. "Ma è tutto sereno", rispondevano gli altri. "Ma che dite, guardate che nuvoloni!", era la replica. E mentre quelli si affacciavano dalla finestra a guardare le condizioni del cielo, qualcuno della parte avversa nascondeva le chiavi che poi si faceva notte a furia di cercarle e non trovarle. Le brave persone, fuori dalla casa ad aspettare che quelli del grande partito si decidessero a uscire, non riuscivano nel frattempo ad andare da nessuna parte. I popolani del villaggio che era nei pressi non li ospitavano perché li consideravano pericolosi da mettersi in casa e li ritenevano responsabili di cose strane che accadevano di notte. Le giornate erano calde e assolate quanto le notti fredde, piovose e animate da ululati che scuotevano di paura al solo sentirli, anche se nessuno aveva mai visto gli animali che li emettevano. I popolani pensavano che fossero strane bestie allevate dai senza casa là fuori. Questi dal canto loro non riuscivano a farsi credere quando dicevano che gli ululati si sentivano soltanto, ma nessuno aveva mai visto gli animali che li emettevano. Restava il fatto che di giorno era difficile mettersi in cammino sapendo di non avere una casa dove approdare la notte successiva. Passarono anni. Quelli del grande partito dentro la loro bella abitazione a litigare e cercare continuamente le chiavi per uscire, le brave persone troppo impegnate a trovare riparo in anfratti, grotte, capanne messe in piedi alla meglio. E i popolani che mettevano il naso fuori di casa solo per andare a guadagnarsi la pagnotta e vi si rintanavano la notte con i brividi per gli strani ululati che venivano da chissà dove. E per i senza casa erano polmoniti, stordimenti, malesseri di ogni tipo là fuori, dove i giorni splendenti e le notti gelate sembravano governati dal dio del meteo, che tutti sapevano che non esisteva ma quasi cominciavano a crederci. Le brave persone cominciarono a recriminare con quelli dentro la casa: "Guarda tu, essere così in tanti, attrezzati e non riuscire a decidersi a uscire di casa per metterne in piedi una più grande in grado di ospitarci tutti". Ed erano disposti a dare una mano, seppure tra loro non mancava chi si beava di una vita sempre e comunque all'aperto. Poi una delle brave persone si decise a suonare il campanello di quella casa bella, attrezzata ma non sufficiente a farci star dentro tutti: "Venite fuori - disse - ho diversi amici disposti a dare una mano a costruire un edificio più grande in grado di ospirtarci tutti, se voi volete. Noi da soli non ce la facciamo senza la vostra attrezzatura, ma voi dovete avere il coraggio di uscire da casa vostra. Lo potremmo rendere autosufficiente da un punto di vista energetico, prevedere delle stanze per gli ospiti che vengono da lontano e saremmo in tanti a coltivare la terra qua intorno che potrebbe dare frutti per tutti". Quelli dentro non ci credevano e rimasero scettici ma fu la distrazione a fregarli: fuori c'era un bel sole e loro smisero senza neanche accorgersene di litigare sull'ombrello e di cercare le chiavi. Semplicemente, uscirono di casa. Nel villaggio la notizia si sparse in un baleno. "Ehi, quelli del partito dalla grande tradizione sono usciti e stanno insieme a quelli senza casa, mi sa che stanno costruendo un edificio più grande, ho intravisto il progetto, verrà bellissimo", disse uno dei ragazzi di ritorno dal call center in cui avrebbe lavorato tutto il mese grazie alla chiamata dell'agenzia interinale. Parecchi dei popolani del villaggio uscirono di casa per vedere. La notte successe una cosa che non accadeva da così tanti anni da sembrare incredibile: la temperatura scese ma non gelò. E nessuno sentì ululare.

martedì 10 maggio 2011

Momenti di trascurabile felicità

Quando ti squilla il telefono e, dopo non aver fatto in tempo a rispondere, guardi il numero e realizzi che era una scocciatura.

venerdì 15 aprile 2011

Niente, o quasi

Niente, solo per dire che se l'avessi conosciuto di persona l'avrei salutato con un "ciao Vik", come stanno facendo in questi momenti i suoi amici. Ma a me, che di persona non l'ho mai visto se non in video e che non ho conosciuto come la pensasse e cosa facesse se non leggendo le sue cose, e che tendo a non accorciare le distanze anche con le persone per cui provo ammirazione, esce solo un "ciao Vittorio" oltre ai brividi per la morte assurda che gli è toccata.

lunedì 21 marzo 2011

Da profano

Qualcuno forse un giorno ci fornirà una compiuta illustrazione dei reali motivi dell'accelerazione improvvisa nella guerra a Gheddafi. Petrolio, volontà di ridisegnare una mappa geopolitica inserendosi nella sopravvenuta instabilità, contenimento dell'avanzata cinese in Africa, una spruzzata di diritti umani e quant'altro. O, più verosimilmente, un po' di tutto questo saggiamente dosato. Di certo, dopo le sollevazioni di Tunisia, Egitto e Libia, quella della guerra è l'ennesima sorpresa che coglie un po' tutti. Anche perché, a leggere commentatori non del tutto sprovveduti nei giorni a ridosso della decisione di muovere guerra, a tutto si pensava tranne che a un così repentino intervento (qui e qui un paio di esempi). Questo giusto per mettere in chiaro che non è questo il post dove si daranno interpretazioni che farebbero sorridere per la loro lacunosità, vista anche l'oscurità in cui brancola gente a cui ci si rivolge per capirne qualcosa. E non sarà neanche il post in cui si sparerà su un pover'uomo - inopinatamente capo di governo - che dopo aver baciato le mani, fatto affari e firmato trattati, si trova costretto a rincorrere i bombardieri altrui per non rimanere indietro nella spartizione del bottino di guerra - fase nella quale l'Italia, essendo stata fino a ieri il principale partner commerciale della Libia, avrà solo da perdere. Il punto semmai è questo: poteva l'Italia svolgere un ruolo di mediazione, cerniera e moral suasion nei confronti di Gheddafi nel momento in cui la situazione in Libia precipitava (ruolo che il suo passato coloniale e il suo presente di partner commerciale facevano apparire agli occhi di un profano quasi naturale)? Cosa l'ha impedito? Troppo forti Francia e Gran Bretagna? Troppo arduo fare fronte comune con la Germania? Meglio tenersi con le mani libere per conservare quel ruolo predominante in Libia che gli avvenimenti di questi giorni rischiano di ridimensionare pesantemente? Rispondere è tanto difficile almeno quanto è forte la tentazione di concludere che l'opacità della posizione italiana è frutto della scarsezza della sua diplomazia. Ma è l'opinione di un profano.

giovedì 17 marzo 2011

Visti da lontano

Ma com'è stato possibile che voi, quelli che "teacher leave your kids alone", quelli che la scuola era da cambiare e i professori che avevate (alcuni, non tutti) erano da (ri)mettere sotto naftalina; voi che volevate rompere gli schemi, andare oltre, riformare, se non rifondare; quelli che "il proletariato non ha nazione ecc..."; ecco, com'è possibile che vi ritrovate a difendere tutto, a dare l'idea di quelli che vogliono che tutto rimanga uguale a se stesso, dalla scuola alla Costituzione; e ci fate sopra manifestazioni in cui sfilate col tricolore in mano? Voglio dire: che ci siano soggetti che nel tempo cambiano opinione, questo blog l'ha sempre ritenuto un fenomeno vitale. Ma che un'intera parte politica subisca una trasformazione così lenta, impercettibile e profonda da ribaltare quasi il senso del suo stare sulla scena, pone interrogativi. E anche risposte. Ad esempio questa: il berlusconismo ha cambiato tutti, anche voi che berlusconiani non siete mai stati; non illudetevi. E così vi ritrovate a difendere la scuola pubblica così com'è: sclerotizzata, con professori improbabili a insegnarci dentro e, spesso, fuori dal tempo. Sdilinquite per il Benigni sanremese istituzionalizzato e - a tratti, solo a tratti, non fraintendete - quasi nazionalista. Appendete il tricolore al davanzale dopo averci messo, anni fa, l'arcobaleno della pace. Ma che è successo? E' successo che - hai voglia a essere ottimista e a vedere il bicchiere mezzo pieno - siamo tutti da anni impegnati in una spesso neanche troppo onorevole ritirata. E per non sprofondare troppo giù, difendiamo quello che un tempo volevamo superare per andare più su. Con la non trascurabile conseguenza di apparire conservatori. Certo, ci sono state ragioni anche al di là delle nostre incapacità; certo, meglio una scuola pubblica sgangherata, che il ritorno al censo, al liceo per la borghesia e agli istituti, se va bene, per i subordinati; meglio l'Italia unita da Pordenone a Palermo che la Padania e chissà cosa sotto. Però ammettetelo, se cantate a squarciagola l'inno di Mameli brandendolo come arma politica è perché l'orizzonte si è ristretto. E quel tricolore sventolatelo almeno con meno baldanza, che i tempi sono quelli che sono.
PS: qui, qualcosa di analogo, magari più lucido e sofisticato.

martedì 15 marzo 2011

Intraducibile

Nella successione di immagini inimmaginabili e del fiume di parole che si vanno accavallando da venerdì scorso, una in particolare mi ha impressionato. L'inviato che l'ha citata l'ha spiegata più o meno così, per illustrare il modo in cui nell'altra parte di mondo stanno fronteggiando la sciagura che gli è toccato di sopportare: volontà di "tenere" per non avere la vergogna di essere un peso per la comunità di cui si fa parte. E ha concluso che la parola giapponese che aveva appena citato è intraducibile in italiano.

Nuclear era

Non ho elementi di conoscenza sufficienti a disposizione per essere in maniera convinta pro o contro il nucleare. di certo, la paura di eventuali contaminazioni e il problema dello smaltimento delle scorie, mi fa tendere a stare dalla parte dei contro, ma sono disposto a sentirle, le ragioni degli altri. Chiederei solo che di fronte a disastri di portata epocale, i sedicenti moderati nonché teorici della fine delle ideologie, usassero un po' del pragmatismo che consigliano a quelli che loro sono soliti definire comunisti, per prendere in esame la questione in maniera un po' più problematica rispetto all'approccio ottusamente furente e ideologico che stanno utilizzando.

mercoledì 9 marzo 2011

C'è di meglio (per fortuna)

Ieri sera dopo aver visto la copertina di Crozza e il primo intervento di Vendola a Ballarò, stavo per passare dalla sedia della cucina al divano in sala con l'intento di seguire la trasmissione. Poi la Brambilla ha elargito del falsario, prima a Vendola poi alla Perina. Ho spento la tv e ho ricominciato a leggere dalla pagina che avevo lasciato in sospeso prima di cena.

Dimenticavo

A furia di sciogliermi nell'ascolto, stavo per omettere di scrivere che l'ultimo di Paolo Benvegnù è con tutta probabilità il suo miglior disco.

Anonimi

Una delle conseguenze dell'ascolto di musica digitale su supporti sempre più trasportabili, maneggevoli e piccoli e che consentono una fruizione comoda ma forse eccessivamente "fast" dei brani in playlist personalizzate, è che i pezzi, oltre ad essere decontestualizzati rispetto alle intenzioni degli autori, vengono resi anonimi. Cioè: Pride degli U2, pubblicata nell'84, è semplicemente Pride, non è "la seconda di Unforgettable fire". Si dirà: ma quello è stato un hit mondiale. Ok, sarò stato, all'epoca, un fan dissennato ma per me, rimanendo a quell'Lp, Bad è Bad, non "la settima ecc...", "4th of July" ha un nome, non è "la sesta ecc...". Pensate a un disco bello che avete ascoltato tanto. I titoli dei pezzi ve li ricordate come se li aveste ascoltati ieri. Anzi, magari non vi ricorderete della posizione. Per esempio, se vi dicessi che "la prima di Sticky Fingers spacca", esitereste un momento, ma se vi dico che Brown sugar degli Stones è uno dei migliori pezzi rock mai scritti, capite subito di cosa si sta parlando. Oggi invece no. Sarà la vecchiaia incipiente ma io di due album recentemente pubblicati che giudico vicini al capolavoro, "In Rainbow" dei Radiohead e Grinderman 2, così, su due piedi, non ricordo un titolo. Saprei solo dirvi che le prime quattro di "In Rainbow" sono da cineteca (sì, da cineteca, perché fanno viaggiare come se si fosse al cinema), e che la medesima sequenza di Grinderman 2, ad ascoltarla, ti viene voglia di aprire la finestra e urlare al mondo che in quel momento forse potresti anche riconciliarti con lui. Ma i titoli no. Non riesco a ficcarmeli in testa. Questione di digitale o di rincoglionimento? Non lo so, fate voi. Più la prima, però, secondo me. Con un pizzico di seconda.

venerdì 25 febbraio 2011

A volte

La canzone di Giusy Ferreri è una delle tre cose da salvare di un festival di Sanremo tra i più dimenticabili di quelli che io ricordi (ed è tutto dire). Le altre due sono: sprazzi di Luca e Paolo e il pezzo dei La Crus, non al loro massimo, ma per ben figurare a Sanremo basta poco. Ora, sulle ultime due i guardiani dell'ortodossia sinistrorsa saranno pure d'accordo. Immagino invece che sulla Ferreri ci sia sorpresa. La stessa mia che non la conoscevo se non per la partecipazione a un talent che non amo e che, tentando di documentarmi un po', mi sono imbattuto in questa cosa qui e ho pensato che i conti tornano, a volte.

martedì 15 febbraio 2011

Risolvere i problemi

Questa dichiarazione si commenta da sé agli occhi di qualsiasi normodotato. Vale la pena soffermarvisi però, perché che ad incupirsi a causa dell'efficienza di una Procura (sic!) sia un pasdaran del berlusconismo; un elettore del Pdl al bancone del bar dopo il terzo grappino o un'elettrice stordita da mariadefilippi mentre finisce di friggere dolci di carnevale e distrattamente ascolta il tg1, darebbe solo il senso del baratro sociale in cui è precipitata l'Italia ai tempi della seconda repubblica. Che invece quella stessa affermazione provenga dalla riflessione di un sottosegretario alla Giustizia, è il sintomo di come chi si ostina a sostenere che questo governo tutto sommato non ha agito male e sfida B. a governare piuttosto che pensare ai suoi affari personali, non ha capito che, se è vero che con la fuoriuscita di B. l'Italia non avrà risolto i suoi problemi, è altrettanto vero che senza la fuoriuscita di B. l'Italia i suoi problemi non li affronterà mai.

giovedì 10 febbraio 2011

Moralista? Ma dde che?

Domenica tornerò a manifestarmi in piazza, portando mia figlia, dopo non so quanti anni. Le ragioni le hanno scritte meglio di quanto saprei fare io qui. Sarò in piazza sapendo, a differenza di tanti anni fa, che molti di quelli avrò attorno mi stanno lontano anni luce; che a volte sono peggiori di chi denunciano; che io stesso non faccio parte di nessuna schiera degli eletti; che già in partenza so che qualche slogan mi farà incazzare; che la manifestazione probabilmente non servirà a niente. Ma ci sarò, perché ho l'impellenza di esprimere che con questa prostituzione diffusa - con le chiappe utilizzate a posto del cervello per far carriera, con chi ce le mette e con chi le valorizza - io non c'entro proprio nulla, neanche di striscio. Ci sarò perché sto a disagio qui così. E perché ho l'impotenza di non poter sostenere e valorizzare quest'idea in altro modo.

mercoledì 9 febbraio 2011

Andromeda Maria

Su Radio2 potrete ascoltare da venerdì il nuovo singolo di Paolo Benvegnù, qui da subito. E ne vale la pena, come al solito.

Sol uomo

A veder schierati i partigiani delle libertà mentre difendono come un sol uomo l'indifendibile, il primo moto è di sorpresa (ma come si fa?), il secondo di rabbia (ma come si fa!!), il terzo è una domanda irrazionale (ma sono dotati di comprendonio anche loro?), il quarto è una delle risposte possibili a quella che viene definita l'anomalia italiana: sì che sono dotati di intelligenza, solo che sono loro stessi imprigionati nel carcere d'oro in cui li ha ficcati il loro (sol) uomo: il problema dell'Italia oggi non è solo o tanto il fatto di non aver un'opposizione all'altezza della situazione, ma anche e soprattutto quello di avere una maggioranza senza la forza di trovare alternative all'indifendibile che sta a palazzo Chigi.

sabato 29 gennaio 2011

Stupefacente

La cosa che stupisce di più di quest'uomo non è tanto l'inorridente vacuità o il fatto che se ne circondi una delle massime cariche istituzionali. E' che riesce a prendersi per il culo da solo facendo sue le massime di Cetto La Qualunque, caricatura che non sarebbe mai nata se in giro non ci fosse gente come lui.

lunedì 24 gennaio 2011

A mani giunte

Ora che Bagnasco ha parlato e che voi che ne avete spesso (quasi sempre, giustamente) denunciato le intromissioni in cose italiane avete ascoltato più o meno le cose che avevate atteso a mani giunte per giorni, fatemi mettere a verbale che un paese in cui la parola delle gerarchie cattoliche fosse un po' meno sovradimensionata e restituita al rango che merita, forse non si troverebbe nello stato osceno in cui si trova oggi l'Italia. Sì, lo so che in questa Italia, purtroppo, leggere in controlouce le parole delle gerarchie cattoliche è di cruciale importanza per capire le cose. E infatti stiamo così: a mani giunte ad aspettare Bagnasco.

sabato 22 gennaio 2011

Sottosopra così

In un paese sottosopra così, succede anche che ti tocca sentire spiegarti come tornare - no, dico, tornare - a vincere, da uno così. Ma per favore.

venerdì 21 gennaio 2011

"Non molto"

Uno cerca di capire, prova a leggere. Perché nonostante i paradossi, le esagerazioni bulimiche, l'abuso di potere dell'ancora presidente del Consiglio siano ormai di un'evidenza accecante, molta gente comune - non il diretto interessato, non i miracolati che crolleranno insieme a lui, che è normale - si ostina a non voler vedere? Christian Raimo oggi sul manifesto dà una lettura che, anche se solo parzialmente, contribuisce a far capire qualcosa (qui).

mercoledì 19 gennaio 2011

E comunque

Se per voi la candidatura e conseguente elezione in consigli provinciali, regionali, financo in parlamento, in cambio di seratine hard (tutto da provare, però le intercettazioni e i fatti - debitamente ricollegate le une agli altri - a questo sembrerebbero portare); se l'intervento notturno via telefono per bypassare la legge sfruttando la propria autorità e, così, tirare fuori da una caserma una giovane fermata per furto; se lo scambio corpi-favori-carriere che pare emergere dalla ricostruzione delle serate del presidente del consiglio; ecco: se per voi tutto questo è privacy, be', è evidente che avete qualche problema a livello mentale. Tu puoi fare tutto quel che vuoi, ma quando sfrutti la tua posizione pubblica per questioni private, io - che faccio parte del pubblico - sono autorizzato a mettere becco. Non mi sembra un concetto così arduo da capire. Ma a ben vedere questa non è che l'ultima, pecoreccia sfaccettatura del conflitto di interessi che ci domina da lustri, ormai. Altra è la pena che si prova nel vedere un uomo così alla deriva, costretto a pagare per palpeggiare carne fresca e farsi ascoltare mentre canta e racconta barzellette: quelle sì che sono questioni private, penosamente private.
PS: sono tornato a sprecare un po' di bit sulla questione perché mi sembra che gli arcoriani si stiano attestando penosamente sulla linea di difesa della privacy violata del premier, appunto. E tralascio il discorso su quanto quell'argomento risulti strumentale e inconsistente se sventolato da chi sta dalla parte di uno che ha fatto del suo privato (seppur taroccato) una questione pubblica, a cominciare da "Una storia italiana", do you remember?

martedì 18 gennaio 2011

Che dire?

Che dire?
Che siamo così messi male da essere monopolizzati e dedicare ettolitri d'inchiostro e quantità tediose di bit a una questione generata dalle patologie di uno che è partito per la tangente.
Uno sul quale ogni parola ormai è di troppo o troppo poco.
Uno da cui la sua stessa parte politica, se fosse una parte politica e non un'accolita di rancorosi e miracolati, avrebbe saputo già liberarsi.
Uno che ha occupato uno spazio esorbitante perché ha saputo intuire che intorno aveva un vuoto cosmico e ha avuto il talento di riempirlo di enormità.
Uno che ha elevato la paraculaggine a scienza politica. 
Che dire?
Che siamo messi male.
Tanto.
Da tanto.
Vuoti a perdere.
Siamo.
Grazie ad Aldo Nove

martedì 11 gennaio 2011

Carne e ossa (post autocritico)

Poiché penso che siamo tutti un po' stronzi, noi che si parla di operai senza senza cognizione di causa; noi che magari sì, conosciamo "il padrone" ma non la fabbrica, non la catena; noi che "sì il referendum è da firmare perché se no bla bla bla" e noi che "no il referendum non si deve firmare perché se no bla bla bla"; noi che "non esistono solo gli operai delle grandi fabbriche e non è giusto che di Mirafiori si parli tutti i giorni mentre se chiudono dieci fabbriche da cinquanta operai l'una sono 500 posti in fumo ma se ne fregano tutti"; noi che "la globalizzazione porta per forza a rivedere le cose" e via discorrendo, segnalo a chi non l'avesse vista questa cosa qui, perché a me ha fatto un po' impressione e, appunto, mi ha fatto sentire un po' stronzo.

lunedì 3 gennaio 2011