venerdì 28 settembre 2018

Affacciati, affacciati


Su questa immagine si sta facendo molta ironia. La fanno quelli del Pd e affini, alcuni dei quali covano verso il M5S quel sentimento che si prova nei confronti del nuovo o della nuova fidanzata dell’ex con la/il quale vorresti tornare insieme, solo che lei/lui non vuol saperne più di te manco via facebook. E questo si capisce. L’ironia la sta facendo anche chi ha inquadrato bene i Cinque stelle, chi cioè ha capito da tempo che sono un partito che di rivoluzionario ha solo la vernice su un corpo che è solidamente “di sistema”, nel senso che non mette minimamente in discussione gli architravi del sistema stesso, a meno di non voler considerare architrave la “kasta”. E questo lo si capisce un po’ meno. Anzi. Vedere chi per anni ha protestato – a ragione – contro l’austerità imposta dai contabili di Bruxelles, vedere chi ha imputato al Pd di essere la cinghia di trasmissione in Italia dei potentati che (s)governano l’Ue, vedere chi ha tifato per Tsipras umiliato dalla Troika stracciarsi oggi le vesti (e segretamente esultare) perché lo spread e i mercati, nemici fino all’altroieri, stanno punendo il governo gialloverde reo di voler portare il deficit al 2,4 per cento è francamente demoralizzante. Di più. È il sintomo della vittoria sul piano culturale del livore elevato a categoria politica proprio dai Cinque stelle che si vorrebbero combattere. È la vittoria dello schierarsi a seconda di come conviene scindendosi da alcun principio reale, sport in cui Casaleggio, Grillo, Di Maio, Di Battista e via dicendo sono stati evidentemente ottimi maestri.

Intendiamoci. L’ironia contro il potere è del tutto legittima, anzi sacrosanta. E anche se in parecchi dentro i Cinque stelle non se ne sono forse ancora accorti, oggi il potere (almeno quello politico, che in verità conta assai poco) sono loro. Di Maio che dice – e forse è pure convinto – di sconfiggere la povertà con una finanziaria farebbe tenerezza se fosse un onesto italiano al terzo prosecco il venerdì sera prima della pizza con gli amici; la sua posizione di vicepresidente del Consiglio rende invece quelle parole imbarazzanti. Per cui l’ironia e le battute sono le benvenute, ci mancherebbe.

Anche l’ingenuità con la quale questi si sono presentati, a sera inoltrata, a un balcone che dava su una folla osannante perché erano riusciti a strappare il via libera al 2,4 per cento di deficit sulla prossima finanziaria, testimonia di un qualcosa andato completamente fuori misura. È propaganda? Sicuramente, in parte lo è. Però, detto che l’essere riusciti ad allargare i cordoni della borsa può suscitare l’invidia di chi per anni ha predicato proprio quello e a malapena è riuscito a raggiungere il 2 per cento alle elezioni; detto del malanimo del Pd sconfitto su tutta la linea. Detto anche che questi (i Cinque stelle) le battute se le tirano come i Rolling Stonese si tirano gli applausi dopo aver suonato Satisfaction; detto tutto questo, c’è dell’altro. Un po’ più serio.

Nell’eccitazione del balcone e della piazza osannante c’è propaganda, dicevamo. C’è molto Rocco Casalino, molto Casaleggio. Di Maio può darsi pure che se ne sarebbe andato a dormire dopo una giornataccia lunga passata ad accordarsi con Salvini e a litigare con Tria, e invece quelli gli hanno detto “no, no, affacciati che facciamo un po’ di cinema che domani i giornali ne parlano e noi sembra che abbiamo preso il Palazzo d’Inverno”. Ecco però. Il punto sta qui. Sta nel fatto che molti Cinque stelle, sia elettori sia parlamentari, pensano davvero di avere ieri conquistato il Palazzo d’Inverno, la Bastiglia. E questo dà l’idea dei tempi bui che attraversiamo e di cui l’apparente e farlocca carica rivoluzionaria dei Cinque stelle è sintomo. Cioè: la possibilità di alzare il deficit al 2,4 per cento – una misura assai moderatamente keynesiana, al netto di come poi verranno utilizzati i soldi, ma questa è una questione che non conta qui – viene percepita come rivoluzionaria sia da chi la mette in atto, sia da chi la vede come una minaccia letale allo status quo. E il fatto che molti progressisti possano essere ricompresi nella seconda categoria è demoralizzante esattamente come lo è il fatto che molti altri (progressisti) siano finiti nella prima, di categoria. Cioè: stiamo scambiando – in parecchi, almeno – il 2,4 per cento per una rivoluzione. E questa non è più manco una questione politica, ma a questo punto psicologica. 

mercoledì 12 settembre 2018

Produci, consuma e...insomma quella roba lì

Non mi sono appassionato alle proiezioni, non so quanto siano affidabili. Per cui non so assolutamente se e quanto l’economia rallenterebbe nel caso in cui i negozi fossero costretti alla chiusura domenicale, né se e quanti posti di lavoro si perderebbero. Non so neanche se ci sia qualcuno in grado di orientarsi davvero in una tale materia. Di base penso che un commesso o una commessa di un qualsiasi esercizio commerciale non facciano salti di gioia quando si alzano la domenica sapendo che dovranno andare a lavorare, e a me viene spontaneo stare dalla parte loro. Non so con quali contratti vengano inquadrati, e temo che dietro il lavoro domenicale si nasconda una precarietà preoccupante. Ma in tempi impoveriti come questi so che l’adagio “meglio che niente” va per la maggiore e non è questa la sede per tentare di confutarlo, anche se non mancherebbero gli argomenti.

Di base, penso pure che chiunque debba essere messo nelle condizioni di spendere il proprio tempo come meglio crede. Quindi anche di passare la domenica da un negozio all’altro.

C’è una cosa però che colpisce in chi perora la causa delle aperture domenicali. È che lo shopping festivo viene considerato un diritto per il quale ci si infervora più che contro i ticket in sanità, più che contro il caro-libri e le tasse universitarie che hanno trasformato il diritto allo studio in un lusso; più che contro una politica dei trasporti pubblici che in sostanza ti dice: fatti la macchina e arrangiati.

Innalzare la facoltà di fare shopping a livello di diritto risponde a quella logica di distorsione dei significati in base alla quale, per dire, le città hanno cominciato ad auto-definirsi “centri commerciali naturali” per aumentare il loro appeal. Cioè: invece di chiamare i centri commerciali “città artificiali”, restituendogli la loro carica di luoghi posticci, sminuiamo il senso di centri storici che hanno una storia plurisecolare alla sola dimensione commerciale. È come se le città esistessero solo per fare shopping, come se uno si realizzasse solo nella sua dimensione di cliente-acquirente-consumatore. Come se la sola cosa che ci arricchisca sia il possesso di cose. Come se l’unica cosa degna da fare nel tempo libero sia quella di comprare. A questo porta l’innalzamento dello shopping festivo a livello di diritto.

Ripeto: ognuno è libero di trascorrere il proprio tempo come vuole, anche di saltellare da un negozio all’altro spendendo i pochi soldi guadagnati facendosi sfruttare. Però se uno ci fa mente locale, ci sono diverse decine di cose da fare nel tempo libero che non siano comprare, e sono tutte meglio di comprare. Io non le elenco, ché già fare uno sforzo di fantasia a elencarle porta a immaginarsele, e magari a vedere meno vuote le domeniche senza shopping. Anzi, a desiderarle.





lunedì 3 settembre 2018

Caparezza

Giorni fa è capitata una cosa che succede ciclicamente con persone con le quali c’è profonda stima reciproca e con le quali condivido parecchio, anche a livello di gusti musicali (la precisazione la capirete a breve). Com’è, come non è, si è andati a parlare di Madonna (la cantante) e si sono immediatamente ricreate le opposte fazioni di sempre. Da un lato chi, come me, sostiene che si sia trattato e si tratti di un fenomeno sovrapponibile al suo aspetto mercantile, con poco o niente da dire dal punto di vista strettamente artistico; dall’altro chi ribadisce invece che no, un fenomeno così esteso a livello planetario, così durevole nel tempo e così in grado di muovere masse di giovani non può essere derubricato a robetta. Al culmine della discussione, che diventa sempre assai accalorata, è scattata l’accusa fatidica, rivolta dai pro-Madonna agli anti madonnari: “Siete dei RADICAL-CHIC”.

Ecco, a me ‘sta cosa del radical chic mi fa schizzare per aria che nemmeno il sale messo per sbaglio dentro al caffè. Perché sì, ce l’ho il gusto di andarmi a cercare cose strane. Ma è perché penso che l’arte va cercata. E l’arte è la nemica giurata della banalità. Devi fare uno sforzo per arrivarci, non ti si manifesta così, immediata. E quando ci arrivi però, con un pezzo, con un quadro, con un fotogramma o con una foto godi e arrivi così in alto che neanche con il meglio di seicento canzoni di Madonna messo uno sopra l’altro ci arriveresti. È così. E poi è una questione di vibrazioni. A me Madonna non è che non piace perché voglio fare quello che ascolta solo roba ricercata, è che proprio non mi smuove niente. Ma niente proprio.

Mi piace “In fila per tre” di Edoardo Bennato, che dà gusto anche ai bambini di otto anni, e mi piacciono i Primus, che sono un po’ più ostici, per dire. Non cambio canale radio se capita un pezzo di Tiziano Ferro e c’ho più o meno la discografia completa di Nick Cave, e i due non oscillano proprio sulle stesse frequenze. Impazzisco per Edda ma non mi dispiace Harry Styles. Se la gran parte di quello che passa nelle radio commerciali non mi piace non è per partito preso. È che non mi piace proprio, non mi arriva.

Poi è successa una cosa alla fine della quale mi sono detto: sì, con lui sei stato radical chic, e forse, chissà?, anche con altri (no, su Madonna non mi ricredo). Sono andato a un concerto di Caparezza, artista nei confronti del cui successo ho sempre un po’ arricciato il naso per quel vezzo che uno come me ha (l’ammetto) di guardare storto chi fa successo facile. Il ragionamento è un po’ questo: hai fatto successo quasi subito, piaci ai ragazzini, per cui devi dimostrarmelo di essere bravo. Solo che se non ti metti lì ad ascoltare i suoi pezzi o ad andare a uno dei suoi concerti, quello come fa a dimostrarti qualcosa? E ho scoperto che Caparezza e quelli che stanno con lui sul palco e fuori sono bravi ma bravi. E che lui ha fatto successo, ma non grazie alla banalità. Caparezza ti esalta la libertà non parlando di Martin Luther King o di Mandela, ma di Van Gogh, che in vita sua ha dipinto 900 quadri riuscendo a venderne uno soltanto senza però mai abdicare alla propria arte, cioè a se stesso. Caparezza ti esalta il ‘68 (sì, il ‘68!) sfidando, aggirandola, la trappola della retorica. Caparezza ti ribadisce ogni 3x2 quanto sei prigioniero per spingerti a cercare la liberazione. Caparezza canta “Io vengo dalla luna” dopo essersi augurato che venga un tempo in cui non ci sarà più necessità di cantarla. E fa tutto questo, Caparezza, a beneficio di un pubblico che non è quello degli iniziati, lo fa per orecchie che sono abituate ad altro e potrebbero cadere preda di chi gli canta “Prima gli italiani”. È un controcanto pop sacrosanto, vitale, Caparezza, che toccherebbe fargli un monumento. E non è per niente banale. Cerca, ricerca e spinge alla ricerca con levità. Mia figlia, tredici anni, all’uscita dal concerto, per dire, mi ha chiesto: “Com’è ‘sta cosa del ‘68?”.

Viva Caparezza. Dice: adesso l’hai capito? Beh, ognuno hai suoi momenti di radicalismo chic.

martedì 7 agosto 2018

Un dibattito

Giorni fa sono stato invitato a un incontro organizzato alla festa di Liberazione di Marsciano (che si trova in Umbria). L’intento del coordinatore e organizzatore della cosa, Sanni Mezzasoma – lo riassumo in maniera tranciante, Sanni spero non me ne vorrà – era di capire se e come sia possibile tornare a un dibattito pubblico depurato dalle tossine dell’insulto ormai regolarmente sferrato all’avversario e che rifuggisse dal “pensiero breve”, cioè da quella pratica molto in voga della richiesta di soluzioni a cortissimo raggio per problemi di sistema. Sanni di ‘sta cosa ne ha anche parlato su ribalta (qui il link per chi volesse leggere: https://goo.gl/X9K7er). Anche per questo Sanni ha invitato una serie di relatori molto eterogenea. Ne è scaturita una cosa a mio avviso piuttosto stimolante, solo che non so se nel complesso si sia risposto alla richiesta iniziale dell’organizzatore, anche perché – almeno per quanto mi riguarda - gli interventi di chi ti precedeva, ti spingevano a interloquire, seppure indirettamente. Così a me, che è capitato di parlare per la prima volta quando avevano già parlato tutti, è venuto di stravolgere quello che avevo in mente di dire (ma neanche poi tanto, alla fine), che è poi quello che sto per scrivere. Perché chi mi aveva preceduto, si era molto concentrato sul governo attuale, su Salvini, sui 5 Stelle e via discorrendo. Il tutto come se ci trovassimo di fronte a una situazione cristallizzata dalla quale non sembrerebbe esserci via d’uscita. Allora a me è scappata di dire una serie di cose, che cerco di riassumere qui. Ho detto che da anni ormai stiamo dentro a un frullatore che rende liquide le cose. Solo quattro-cinque anni fa Renzi sembrava destinato a governare per i prossimi trent’anni: aveva portato il Pd al 40 per cento e a momenti si apprestava a essere incoronato re. Poi è andata come è andata. Salvini, più o meno nello stesso periodo in cui Renzi pareva il padrone di tutto, faceva del tutto per saltare in sella a un cavallo che sembrava destinato a stramazzare (la Lega era ridotta al lumicino fiaccata dagli scandali); oggi la Lega potrebbe diventare il primo partito in Italia. I 5 stelle non erano niente fino alla legislatura iniziata nel 2013; oggi sono il primo partito con percentuali da Dc. Tutti questi accadimenti erano impensabili nella Prima repubblica, e pure nella seconda, che sono i periodi in cui si sono formati tutti quelli che scrivono, dibattono, elucubrano, speculano e cazzeggiano su queste cose (e questo è anche uno dei motivi per cui le cose non si mettono mai bene a fuoco). Nella prima repubblica un’oscillazione dell’1 per cento di un partito che aveva il 30, era accolta come un terremoto; nella seconda, gli equilibri, nonostante i cambi di governo, sono sempre stati più o meno quelli. Oggi no. Oggi è tutto liquido. Questo significa che Salvini che pare essere oggi uber alles, potrebbe diventare domani uno straccio che vola. E questo significa pure che ci sono ampi spazi di manovra per chi non è contento di come vanno le cose.

Ma perché c’è questa liquidità? 1) Perché non ci si batte più per alternative, le forze politiche, nonostante si insultino pesantemente a vicenda, si assomigliano assai più di quanto si pensi: sono tutte compatibili col sistema del “privato è meglio” (scusate se taglio con l’accetta); i partiti, nonostante le grida altissime, non toccano mai questioni di sistema, nessuno, almeno di quelli rappresentati in parlamento, quindi sono costretti a urlare per apparire più convinti degli altri a fare però la stessa cosa, salvo tentare di convincerci che la faranno meglio e 2) perché c’è un malcontento diffuso (la precarizzazione esistenziale, mi viene di chiamarla) che di volta in volta cerca il rappresentante più adeguato e cambia di volta in volta perché non ne trova e il precariato esistenziale resta, governo dopo governo. Perché il precariato esistenziale è una questione di sistema. E nessuno la affronta come tale.

Che fare? Ah, bella domanda! E che ne so? Io so solo che bisogna fare quello che si sa fare. Non farsi traviare dal momento. Non parlare di Salvini come di un totem destinato a rimanere lì per anni. Non lo è. Non ne è capace. I selfie da bimbominkia alla lunga non lo pagheranno. Perché oggi i precari esistenziali chiedono soluzioni, e lui non è in grado di darne (almeno dal mio punto di vista: uno che fa il ministro dell’Interno e che il 2 agosto, il 2 agosto, dico: do you remember Bologna?, si fa un selfie con una faccia che manco Albertone scrivendo: “Che caldo amici!”, dove cazzo vuole andare?). Che fare, dunque? Quello che si sa fare, dicevo. Mica Fellini quando ha fatto “8½ ” pensava al pubblico, pensava a sé, alla sua arte, e gli è scappato un capolavoro; mica Orwell quando ha scritto “1984” pensava a fare successo, soddisfaceva la sua esigenza di intellettuale, è per questo che gli è scappato un capolavoro. Per quanto mi riguarda quindi: non arrendersi al pensiero breve, approfondire con leggerezza per farsi apprezzare anche da chi non la pensa esattamente come te; tentare di comunicare che se ti mettono veleni nel piatto e nell’aria e se c’è gente che muore per trenta euro al giorno raccogliendo i pomodori con cui tu condirai la tua pasta low cost, è perché c’è gente a cui non frega un cazzo di te, della tua vita e che punta solo a fare profitto rovinando la tua, di vita, e quella di milioni di altre persone; tentare di far capire che il pareggio di bilancio in Costituzione è una bestemmia contro la cosa pubblica e costringe a restringerla, amputarla, menomarla, la cosa pubblica. E per cosa pubblica intendo sanità, istruzione (dall’asilo all’università) e progettazione delle città. Settori dove andrebbe fatto capire che il libero mercato dovrebbe essere bandito. Bandito. Questo, ho detto. Impegnarsi per come si è e come la si pensa. Non vendersi al selfismo da salvinite, malattia di corto respiro. E ho detto che non faccio solo parole, o almeno ci provo, perché con i miei compari di ribalta questo stiamo tentando di fare da due-tre anni: approfondire, non arrendersi alla disintermediazione, alla semplificazione che melmifica tutto. Perché si può costruire altro, non ci sono cose ineluttabili. Si può, non seguendo la scorciatoia dell’insulto e del pensiero breve. Ma anzi rifuggendone, perché lì si annida il male. Ecco, queste ultime due frasi non le ho dette al dibattito, erano la risposta a Sanni, ma credo che il mio punto di vista si sia capito, più o meno.

mercoledì 18 luglio 2018

Un'altra capriola

Se uno ci pensa bene, l’ampliamento dell’istituto della legittima difesa è un’ammissione di impotenza da parte di chi governa. Non è solo l’assecondare il basso istinto della vendetta o della protezione della “roba” anche a prezzo della vita altrui. Intendiamoci: pure questo atteggiamento è un’ammissione di impotenza: io non governo, io ti liscio il pelo e ti faccio sfogare, o meglio ti appiccico addosso l’idea che se ammazzi il ladro che ti entra in casa io starò dalla tua parte, anche se starai di merda probabilmente per il resto della vita a ricordare il tipo che ha rantolato dopo che tu gli hai sparato alle spalle, e su quello non ci sono avvocati difensori o leggi a favore che tengano. Ma a me che mi frega: per il momento tu sei contento, e io prendo voti, mica si può essere così lungimiranti da pensare a quanto potresti stare di merda dopo, no? E quando starai di merda, ci starai tu, io intanto il tuo voto l’avrò preso. Semplice. Come? Dare la libertà di sparare ai ladri è un deterrente contro le rapine? No. Non c’è nessuna evidenza statistica in questo senso. Quell’affermazione ha lo stesso valore della mia, che sostengo che dare libertà di armarsi porta al far west: 1-1 e palla al centro.

Ma, dicevo, l’ampliamento dell’istituto della legittima difesa è un’ammissione di impotenza da parte di chi governa, che, ricordiamolo, ha per legge il monopolio dell’uso della forza. Monopolio che allenta per allargare il diritto all’uso della forza da parte dei privati. Il ragionamento che sta sotto è: io che sto al governo non riesco a garantire sicurezza (per tutta una serie di motivi che non è qui il caso di toccare), e non riesco nemmeno ad assicurare alla giustizia gli autori dei reati. Allora, sai che c’è? Fai da te, anche a costo di spargere sangue.

Il vero capolavoro però è che questa ammissione di debolezza è mascherata da provvedimento da uomo forte. Ed è vissuta da chi la apprezza come un gesto da governo forte. No. Questa è la debolezza scambiata per forza. Ed è l’ennesima capriola di significato di cui è costellata questa epoca disgraziata. Olè.

giovedì 12 luglio 2018

Sottoporsi all'idiozia di ripetere l'ovvio (o della propaganda)

La propaganda è una brutta bestia. Per chi la subisce e per chi è contento di subirla. Perché ci sono due modi di esserne succubi. Uno è quello di chi si rende conto che è propaganda e però fa una fatica immonda con le sue sole forze ad arginarla: la propaganda è tale perché ha forza e mezzi per annientare la ragione. L’altro è quello di chi è sottoposto a un processo di infatuazione tale da dover giustificare anche cose che non pensava o di cui non è mai stato/a convinto/a; succede quando l’infatuazione per il soggetto che pensa e dice quelle cose (uomo, donna, politico, partito, ministro che sia) è andata talmente in là che non si riesce a tornare indietro e si cercano appigli per rendere accettabile anche a se stessi il proprio nuovo punto di vista, trovandoli nella propaganda, appunto. Questi sono quelli “contenti” di subirla, la propaganda. Poi c’è chi la propaganda la promuove perché ne trae giovamento, e chi non si rende neanche conto di subirla diventandone megafono, ma non è questo il punto. Qui interessano i “contenti”.

Uno degli esempi di “contenti” è dato da una fascia crescente di elettori del M5S che trovandosi sotto la mitragliatrice comunicativa leghista, si stanno acconciando a giustificare posizioni in tema di immigrazione che non gli appartenevano, e che soprattutto non hanno senso. Aveva cominciato il loro leader (Di Maio) a parlare di “taxi del mare”, ma sotto il pressing salviniano si sta andando pure oltre quella sciagurata definizione, e si sta tutto riducendo in una poltiglia informe nella quale non si riescono più a distinguere gli ingredienti sani (qualora ce ne fossero) da quelli velenosi. E allora te li trovi, i “contenti”, a solennizzare che c’è gente che specula sulla pelle dei migranti (ma va?) e che bisogna fermare questa tratta (ma non mi dire!). Date queste premesse, concludono salvinianamente, i “contenti”, che bisogna bloccare i porti.

Andrebbe tutto bene in un ragionamento del genere. Se non fosse che la premessa, sebbene sostenuta da ampie batterie di propaganda, non regge all’urto della realtà. Se c’è gente che specula sui migranti, è perché questi non hanno possibilità legali di approdare in Europa. L’unica chance che gli è data da leggi inumane, è quella di pagare prezzi altissimi per affrontare viaggi inumani e violenze di ogni tipo per poi alla fine mettersi su un barcone e rischiare di annegare. Dire che per fermare la tratta occorre chiudere i porti e rimandare tutti indietro al proprio destino di morte per fame o guerra - perché questo significa – non sposta di una virgola il problema. E non è solo una questione di umanità. Chi è spinto da fame o guerre non lo fermi; quello manco lo sa che tu hai chiuso i porti. Continuerà a partire, perché con queste leggi ci sarà sempre qualcuno che gli offrirà un barcone a caro prezzo per fuggire dalla merda in cui si trova. E lui o lei ci salirà sopra, se potrà.

La politica dei respingimenti non è solo disumana. È insensata. Non risolve i problemi che verbosamente afferma di voler affrontare. Dice: ce l’hai con Salvini, con il Movimento (con la M maiuscola eh, mi raccomando). No. Non datevi troppa importanza. Ce l’ho con l’Europa che una cosa del genere dovrebbe capirla (è semplice, eh) e dovrebbe aprire corridoi di legalità per i migranti. Ci sarebbe più umanità. Ma so che non è questo che vi interessa, e allora dovete sapere che ci sarebbero pure più controllo e più ordine. Esattamente quelli che strombazzano i propagandisti, che dicono una cosa e mettono in atto la condotta giusta per non raggiungerla. Però ci prendono voti, con quella condotta insensata. E convincono i “contenti”, beati loro.

Ecco, ho ripetuto l’ovvio. La propaganda ti sottopone anche a questo tipo di pratica idiota.

venerdì 29 giugno 2018

Dai, parliamo della Samb

Se digiti la stringa “Salvini migranti”, Google rintraccia 18.800.000 notizie. Se digiti “Salvini mafia”, i risultati sono 7.880.000. Se cerchi “Salvini camorra”, compaiono 362 mila risultati. Se proprio sei insistente e cerchi pure “Salvini 'ndrangheta”, Google ti fa comparire 599.000 risultati. Se, infine, non ti vuoi fare proprio mancare niente e scrivi su Google“Salvini criminalità organizzata”, ti si visualizzano 197.000 notizie. Sommate insieme, le volte in cui si trova il nome di Salvini associato a quello di mafia, camorra, 'ndrangheta e criminalità organizzata, non arrivano neanche alla metà delle volte in cui lo stesso nome è associato a “migranti”.

Ma che conti sarebbero questi? Un attimo, ci arriviamo. Salvini è ministro dell'Interno. La prima competenza del dicastero che dirige è quella dell'ordine pubblico. Nel 2017, secondo le statistiche riportate dal sito del ministero dell'Interno (non da qualche Ong di fricchettoni), hanno fatto richiesta al fondo per le vittime di reati della criminalità organizzata 936 soggetti (923 sono state accolte). Nello stesso anno, sono stati segnalati per omicidio 186 stranieri. Cioè: le vittime di reati gravi della criminalità organizzata sono circa cinque volte di più rispetto alle vittime di omicidi per cui sono stati segnalati come autori soggetti stranieri. Eppure il ministro dell'Interno – responsabile della sicurezza di tutti noi - parla di mafia, camorra e 'ndrangheta neanche la metà delle volte in cui parla di immigrazione. Un po' come se l'allenatore della Juve stesse sempre lì a insistere sulla Sambenedettese.

domenica 3 giugno 2018

Disclaimer: post livoroso


Nell’antipasto c’è di tutto: pizza, salumi, crostini, frittini, formaggi. Il tutto contenuto in un piatto di un diametro sensibilmente maggiore rispetto a quelli nei quali siamo abituati a mangiare tutti i giorni. Poi c’è il primo: una pastasciutta che viene sporzionata al tavolo dopo essere stata fatta arrivare dentro una forma di parmigiano scavata all’interno per fare da contenitore alla pietanza. Infine, una grigliata servita su un tagliere di dimensioni sovranaturali, dove sono finiti arrostiti presumibilmente gran parte dei tipi di carne conosciuti all’umanità. È mentre lui sta mangiando questa roba che arriva stentorea la sua voce.

“Lui” sta con “loro”. Ma “loro” non si odono mai. “Loro” sono una bambina che avrà poco più di dieci anni e una donna tra i quaranta e i cinquanta, faccia monoespressione su una tonalità tra il serio e l’annoiato. “Lui” è più o meno coetaneo della donna. Gli anni ne hanno appesantito il fisico. Si è fatto crescere una barba che una volta si sarebbe detta “risorgimentale”, avete presente le barbe di Mazzini e Garibaldi?, ma oggi è “da hipster”. All’arrosto il cameriere, che deve conoscerlo piuttosto bene, resta vicino al tavolo, e così inizia la conversazione. Si riescono a carpire alcuni termini e frasi smozzicate: «Vengo da una famiglia libertaria...considero il fascismo un’idea come le altre...io sono nazionalista, che c’è di male?». I contenuti appena riportati sono del cliente, che nonostante sia solo in fase di riscaldamento vocale, riesce comunque a respingere ogni tentativo di parola del cameriere. La voce si fa sempre più chiara anche a chi pur trovandosi nelle vicinanze, non ha alcun interesse ad ascoltare.

«Io sono nazionalista, che c’è di male?», eravamo rimasti qui. Ma quella era solo la premessa che serviva a preparare il campo per raggiungere l’apice retorico, che arriva nella frase scandita subito dopo a un volume più alto: «Perché se io vado in Polonia devo rispettare la legge altrimenti mi fanno un culo così, e invece in Italia ognuno può venire qua a fare quello che gli pare?».

Ecco. Io credo che chi non si riconosce nelle idee del ministro dell’Interno e dell’uomo con la barba che io mi sono ritrovato a poca distanza, debba smetterla di replicare a ogni sussurro suo (del ministro dell’Interno) o di chi gli sta intorno. Penso che dovrebbe smetterla di replicare e provare a tematizzare con i suoi argomenti, spostare proprio il campo di gioco. Ma questo è un discorso lungo, che non ha senso intraprendere in questo, che è un post livoroso e che quindi lascerà il tempo che avrà trovato. Ecco, dicevo, penso che sarebbe ora di tematizzare, ma mi contraddico subito. E replico. Replico qui, perché sono civile, e se avessi replicato al ristorante sarebbe finita in caciara.

Ecco, dicevo. Io penso che con questa gente si debba cercare di parlare per tentare di bilanciare la propaganda cieca e irragionevole sotto la quale si rischia di rimanere anestetizzati e di parlare come replicanti. Però questi dovrebbero anche cominciare ad avere un po’ di pudore, a vergognarsi almeno un po’ di quello che dicono. Se non altro a non esserne così fieri, come mi è parso essere l’uomo con la barba. Perché quelle frasi, dette sulla terrazza di un ristorante con vista strepitosa, serviti al tavolo mentre si sta introducendo nel proprio corpo una quantità di calorie che sarebbero sufficienti ad andare avanti senza cibo per tre giorni, sono vergognose. Nel senso che se uno avesse la contezza di star sparando una cazzata enorme se ne vergognerebbe. Chi le pronuncia però non ne ha assolutamente contezza, altrimenti non parlerebbe, e quindi non prova vergogna. Anzi. Alza la voce. Si fa sentire.

E però, la prova che egli sta sparando una cazzata enorme è data da egli stesso nel momento preciso in cui sta sparando l’enorme cazzata. Che rimane una cazzata enorme, nonostante sia suffragata quotidianamente da valanghe d’inchiostro e bit spacciate da giornalisti in cerca di vendite e analisti e politologi a metà tra l’deologicamente accecato (pur cercando accuratamente di non farlo sembrare) e lo smodato desiderio di affermarsi tentando di suscitare clamore con idee “politicamente scorrette”. Da anni, giornalisti, analisti e politologi di cui sopra, vanno spacciando la “teoria dell’uomo della strada”. Che ha sempre ragione. Che va “ascoltato e non trattato come un inferiore”. Che se dice qualcosa è perché quella cosa ha ragioni profondissime che gli intellettuali (ovvio, “de sinistra”) non capiscono. Dall’invito ad ascoltare le esigenze “dell’uomo della strada”, si è arrivati alla sua santificazione. E come tutti i santi, guai a contraddirlo, l’uomo della strada. Sono due fenomeni, quello dell’uomo della strada e dei suoi santificatori, che si alimentano l’uno con gli altri. L’uomo della strada sentenzia, i suoi santificatori a un livello più alto amplificano la sua opinione e la ergono a dogma, l’uomo della strada si specchia in esso, la politica assorbe il tutto e traduce.

Sto divagando. Perché, dicevo, l’uomo con la barba è lui stesso la prova che l’adagio che egli sta traducendo in quel momento (“non siamo più padroni in casa nostra”) è una cazzata enorme? Perché non lo sta minacciando nessuno. Perché in Italia chi delinque paga, e se il delinquente non paga è perché in genere è un potente, non un poveraccio. Perché lui, l’uomo con la barba, sta spendendo per un pranzo una cifra che coloro cui egli imputa la colpa di non poter essere padrone in casa sua, non hanno forse mai visto tutta insieme se non prima di darla all’aguzzino che li ha portati qua su un barcone traballante. Perché non c’è nessun esercito a minacciare la “civiltà” dell’uomo della strada. Non c’è nessuno da cui difendersi. E se mai ci fosse qualcuno da cui farlo, quello non è certo l’immigrato.

Se l’uomo della strada avesse contezza di questo, si difenderebbe semmai da chi lo ha eretto su un piedistallo coltivando la sua ignoranza e facendoci crescere sopra una fortuna politica, editoriale, accademica a volte. Si difenderebbe da chi gli sussurra che “chi vuole accogliere gli stranieri è perché non conosce il disagio delle periferie”. Come se chi dice quelle cose lì il disagio delle periferie lo conoscesse. O come se lo conoscesse lui, il disagio delle periferie, l’uomo con la barba che si sta mangiando l’impossibile su un panorama mozzafiato. O come se il disagio lo conoscesse chi ha postato su facebook il meme vergognoso che vedete a corredo di questo post. Ieri ha postato questa idiozia. E oggi se n'è andato al mare (facebook non dà scampo se gli affidi la tua vita, contatto mio). Siete padroni di ingozzarvi, di andare al mare. Ma non di prendervela con chi sta peggio di voi e non fa nulla contro di voi. Dovreste prendervela con chi plaude alla vostra ignoranza, coltivandola, facendoci sopra una fortuna. Ma non ci arrivate.

martedì 15 maggio 2018

Senza senso

Il M5S è un’organizzazione formidabile. Ne sono una prova le dichiarazioni fotocopia che nei diversi momenti vengono rilasciate dai diversi esponenti. Fotocopia proprio. Ora è il momento di questa, reiterata dai vari e dalle varie Grillo, Toninelli, Di Maio, Spadafora, Bonafede eccetera; suona così: «Per la prima volta nella storia c’è una trattativa sul governo al centro della quale ci sono gli interessi dei cittadini». In bocca a qualsiasi altro esponente politico apparirebbe come una delle tante dichiarazioni buttate là a favore di telecamera. Lo è. Ma i grillini sono “nuovi”, e la ripetono con una precisione che nemmeno il copia-incolla, tanto che ti viene pure la tentazione di crederci. Però c’è qualcosa che stona.

1) Non si ricorda esponente politico che abbia mai detto di star facendo trattative per curare i suoi affari personali, il suo destino politico, quello del suo partito o quello dei suoi cari. Tutti, sempre, impegnati nelle più strenue battaglie di potere, hanno dichiarato pubblicamente che lo stavano facendo nell’interesse dei cittadini. In questo gli esponenti del M5S sono identici ai politici che li hanno preceduti, ai loro contemporanei, e a chi verrà dopo di loro.

2) Credere a quella affermazione seriale è un vero e proprio atto di fede; lo stesso che fa chi crede alla verginità della Madonna, alla reincarnazione o alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Lo è perché, semplicemente, nessuno tranne i partecipanti sa cosa si stiano dicendo le delegazioni di M5S e Lega in questa serie infinita di incontri che dura da giorni. Non ci sono verbali né dichiarazioni che scendano nel merito di quanto discusso. Nessuno riferisce di cosa si è detto, come, e quali siano le posizioni; quello che si sa, lo si sa grazie alle ricostruzioni dei vituperati giornalisti. Sono state abolite le dirette streaming. Bisogna fidarsi del dichiarante di turno, che oltre a dirci che si sta occupando «degli interessi dei cittadini», nel caso sia particolarmente in vena ti dice pure che «sta scrivendo la storia», che non è propriamente entrare nel merito.

3) «Fare gli interessi dei cittadini» è una frase senza senso. È come dire «sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno». I «cittadini» sono un’entità indefinita. Ci sono cittadini ricchi e poveri, che evadono le tasse e che le pagano fino all’ultimo centesimo; ci sono giovani e pensionati; e tra i giovani, c’è chi è figlio di papà e chi è stato cresciuto a stento; e tra i pensionati c’è chi va avanti con la minima e chi con quella d’oro; ci sono uomini e donne (e per le seconde, in genere, è tutto un po’ più difficile); c’è chi ha alle sue dipendenze gente che lavora per lui e chi per campare deve prestare il proprio lavoro ad altri che glielo pagano come dicono loro, se glielo pagano. Fare gli interessi degli uni può voler dire penalizzare gli altri. Insomma, dire che si fanno «gli interessi dei cittadini» può suonare fico, è di sicuro effetto. Reiterare la frase la rende quasi vera. Ma ciò non toglie che nella sostanza sia una cosa vecchia e che non dice niente, proprio niente. Anzi, è senza senso.

mercoledì 9 maggio 2018

Da PalaEvangelisti a Palapincopallino, che male c'è?

Nei giorni scorsi ha fatto discutere la decisione presa dalla giunta comunale di Perugia di cambiare il nome al palazzetto dello sport dove domenica scorsa la squadra di pallavolo cittadina ha conquistato il primo scudetto della sua storia. È successo che l’esecutivo cittadino ha dato il diritto di ribattezzare la struttura all’azienda che si fosse aggiudicata la gara bandita lo scorso 26 marzo. La cosa frutterà all’incirca 50 mila euro l’anno.

Il palazzetto si chiama oggi PalaEvangelisti. Evangelisti è il cognome di Giuseppe: ciclista, pittore, garibaldino e antifascista. Ci sono state diverse amenità intorno alla vicenda. Un assessore della suddetta giunta ha cannato la data di morte di Evangelisti collocandola alla fine dell’ottocento, deducendone così che Giuseppe non avrebbe mai potuto essere stato antifascista «salvo che fosse veggente», ha ironizzato. Giuseppe invece è morto a Nizza nel 1935, dopo che nel 1926 il regime fascista l’aveva mandato al confino. La cosa grave non è che il membro di giunta non sapesse nulla di Evangelisti, ma che non abbia sentito il bisogno di documentarsi prima di scriverci su. Ma non è questo il punto. Ci sono stati Vanni Capoccia e la cittadina Società operaia di Mutuo soccorso a ricordare a smemorati e spiritosi chi fu Giuseppe Evangelisti. E Leonardo Malà ha copiato-incollato sul suo profilo facebook il ritratto di “Peppino” tratto da un libro che lui, Malà, ha pubblicato nel 2008 insieme ad Alfio Branda, “Stelle in corsa”. Paradossalmente quindi, la topica dell’assessore è stata produttiva, consentendo alla città di riscoprire un suo eroe. Certo, sarebbe meglio che un membro di giunta fosse un pelino più accorto. Ma tant’è, non si può avere tutto dalla vita.

Sulla polemica si è registrato anche un comunicato della giunta, che con una discreta dose di spericolatezza ha argomentato che in seguito alla concessione del diritto di rinominare il PalaEvangelisti all’azienda aggiudicatrice dell’asta, «non verrà meno il nome giuridico-istituzionale del palazzetto dello sport che è e resta intitolato a Giuseppe Evangelisti». Cioè: la struttura si chiamerà PalaPincopallino. PalaPincopallino verrà scritto a caratteri cubitali su tutti i lati della struttura. PalaPincopallino la struttura verrà chiamata in occasione di tutte le dirette tv delle partite della squadra di volley campione d’Italia e di tutte le manifestazioni che lì verranno ospitate. Però, sotto sotto, continuerà ad essere intitolata a Giuseppe Evangelisti. Geniale. Ma non è neanche questo il punto.

Il punto è che questa cosa è stata fatta per soldi. Nel sopra citato comunicato spericolato la giunta tenta di schermarsi dietro al fatto che «si tratta di un’operazione largamente diffusa in tutte le principali città italiane che ospitano palazzetti dello sport di significative dimensioni». Al di là del fatto che la giustificazione lascia trapelare un qualche tipo di imbarazzo, come se qualcuno, all’interno della giunta, avesse subodorato che passare da PalaEvangelisti a PalaPincopallino non è una di quelle operazioni di cui andare orgogliosi. Al di là di questo, appunto, c’è un particolare che nello sgangheramento dei tempi passa per fisiologico, ma è invece patologico. È che al nome corrisponde la cosa. Se cambia il nome cambia la cosa. Succede di proposito, quando l’attacco armato a un paese viene definito «esportazione di democrazia». Succede quando si finge di distrarsi e si consente di passare da PalaEvangelisti a PalaPincopallino. Perché la struttura che ora porta il nome di un eroe, porterà il nome di un’azienda. Dove aleggiava la memoria, da domani aleggerà lo sponsor, con buona pace del «nome giuridico-istituzionale» evocato dallo spericolato comunicato della giunta. Per capire il senso della cosa, ci si può avvalere di una pratica cara alle persone attente alle questioni di genere: definire sindaca un donna eletta al vertice della massima assise cittadina non è una questione formale, come alcuni spiritosi che ironizzano su queste cose vorrebbero far credere. Definire sindaca una donna è comunicare a una bambina che c’è il nome per la carica per la quale lei un giorno decidesse di concorrere. È dire alla bambina che sì, lei potrà essere sindaca o architetta, avvocata, chirurga. Ciò, nonostante nei secoli addietro quelle professioni sono state solo appannaggio dei maschi, che le hanno coniugate secondo il loro genere perché le consideravano cosa loro. Il nome dà il senso all’oggetto, altrimenti il nostro linguaggio di umani si sarebbe limitato alla sola parola cosa. Quindi: PalaEvangelisti descrive una cosa, PalaPincopallino ne descrive un’altra. Con buona pace dei comunicati spericolati delle giunte.

Ma non siamo ancora arrivati al nodo principale. Perché abbiamo solo accennato che da PalaEvangelisti a Palapincopallino ci si arriverà per soldi. E invece è qui che sta il punto. I comuni, come quasi tutte le persone, sono sempre più strangolati da diktat provenienti da entità e dipinti come ineluttabili che non impongono solo austerità insensata e tagli e impoverimento dei servizi, ma anche veri e propri cambiamenti di senso. Secondo i dati del ministero dell’Interno, i trasferimenti erariali dello Stato al comune di Perugia sono diminuiti nell’arco di dieci anni dagli oltre 38 milioni del 2007, ai 31 del 2017. E non è successo ovviamente solo per Perugia, è una tendenza generale. Si tratta di un’erosione lenta e inesorabile che impone sforbiciate, e suggerisce la ricerca di sponsorizzazioni. Che possono portare a cambi di nome, cioè di natura delle cose, cioè di immaginario, cioè di senso, cioè di essenza di quello che siamo. Come quando si passa da PalaEvangelisti a Palapincopallino. Che lo si faccia e lo si consenta pensando che non ci sia niente di male, non attenua il male che c’è. Testimonia solo dell’incapacità di vederlo.