sabato 15 giugno 2019

Cose trascurabili su Firenze Rocks, il pop e dintorni

Sono stato a Firenze Rocks, al concerto di Ed Sheeran. Non è il mio tipo, ma la mia primogenita è una sua fan e io l’ho accompagnata volentieri, anche perché con la musica intrattengo un rapporto molto positivo ormai da qualche decennio, e introdurla a eventi del genere è stato un passaggio a cui tenevo. Ne ho ricavato impressioni che non si tengono insieme l’una con l’altra e sono assai trascurabili, per cui siete avvisati, insomma, sempre che non l’abbiate già fatto: potete passare tranquillamente oltre.

Ed Sheeran, che io avevo snobbato fino a ieri, è un artista della madonna. Ok, è pop. Ha un angolo di risonanza talmente ampio da poter rischiare di perdere in profondità. Tutto vero. Però io davanti a uno che tiene ipnotizzata una folla di decine di migliaia di persone da solo per un’ora e mezza con una chitarra, una loop station e qualche video che passa dietro, abbasso il cappello. Ha spogliato le sue canzoni di tutti gli orpelli pop. E il pop quando lo spogli lo trovi quasi sempre meglio che vestito.

Era pop, quello che veniva dal palco.
(- Sì ma scusa, che intendi per pop?
- Cose semplici, niente contraddizioni né lacerazioni, non urticanti, che lisciano il pelo per il suo verso; suoni levigati, poche increspature, qualche delusione d’amore e tanti buoni sentimenti. Ok?).
Era pop, dicevo, quello che veniva dal palco, ma con un’attitudine rock. Ed Sheeran è arrivato con la maglia dell’Italia, e mi è piaciuto pensare che fosse una citazione del Mick Jagger che nell’estate dell’82 si presentò al concerto di Torino con la maglia di Paolo Rossi.
(- Sì, perché?, allora i Rolling Stones non sono un fenomeno pop?
- Ok, ho capito, però è un’altra storia, e poi che palle! Fammi continuare).

Il biglietto per entrare costava 70 euro, non ho controllato ma più o meno dovrebbe essere la stessa cifra che si spenderà stasera per Eddie Vedder...
(- Eh, ma vuoi mettere?!
- Sì, però te l’ho detto: che palle!)
...domani per i Cure eccetera. È successo cioè che, calcolando l’inflazione media, i biglietti per eventi del genere sono raddoppiati nel giro di trent’anni. Raddoppiati proprio. Ci sono più spese sul versante organizzativo, sicuro. Però c’è stato un raddoppio. A cavallo tra ottanta e novanta del secolo scorso una roba del genere la vedevi con trenta-quarantamila lire, che a prezzi di oggi sarebbero intorno ai trenta euro, invece te ne chiedono settanta. Business is business, e qualcuno l’ha capito.

L’hanno capito talmente bene che ci si possono fare i soldi, col pop e col rock...
(- Ah, adesso li metti pure sullo stesso piano? Lo vedi che ti sei rincoglionito?
- No, sei tu che non capisci, lasciami finire)
...che ti fanno pagare anche l’aria che respiri a un evento del genere. E per chi organizza pop, rock, liscio o hardcore sono la stessa cosa. Il business non ha generi, vede solo i soldi da fare (hai capito ora?). Così, oltre a farti pagare il doppio rispetto a un tuo coetaneo di trent’anni fa, all’interno dell’arena in cui si svolge il concerto si sono anche inventati una moneta tutta loro. Si chiamano gettoni (loro li chiamano in inglese, token, che fa più fico per le fregature), e tu devi pagare con quelli. Quindi: prima fai la coda per cambiare i soldi in gettoni, poi fai la coda alla cassa per pagare quello che intendi consumare, poi fai ancora la coda per prendere quello che per cui hai pagato in token. La storia dei token funziona così: ognuno vale due euro, e tu ne deve acquistare un minimo di 8 o di suoi multipli, devi cioè spendere almeno 16 euro. Poi devi comporre un tetrix che non ti riuscirà mai. Perché una birra costa 3,5 token (7 euro, ‘tacci loro), e se ne prendi due ti avanza un token con cui non acquisti più una beneamata minchia, per cui sei incentivato a cambiare altri sedici euro. Una bottiglia d’acqua da mezzo litro, costa 1,5 token (3 euro, arimortacci loro), e 8, notoriamente, non è un multiplo di 1,5. Ah, dimenticavo: l’acqua dentro non la puoi portare se non in bottiglie da mezzo litro ma  senza tappo. Considerando che il fan sta lì sotto per ore a una temperatura di quaranta gradi, il candidato calcoli approssimativamente quanti token dovrà spendere il o la poveretto/a per evitare di morire disidratato/a; non a caso mandano anche un video dai maxischermi che ti invita a bere molto per evitare malori (ariarimortacci loro).

Ed Sheeran in un pezzo canta così: “You need me man I don’t need you”. Mi è parsa una cosa di una radicalità irremovibile. Sono loro che hanno bisogno di noi; noi non abbiamo bisogno di loro. Ecco, dovremmo ricordarcelo a ogni token che ci chiedono, tutti i giorni. Ce lo dice uno che fa pop.
(- Ecco, la solita morale, non mi hai convinto.
- E chi ha detto che volevo convincerti?).








venerdì 17 maggio 2019

Grande come una casa


La candidata sindaca di “Perugia città in comune”, Katia Bellillo, ha declinato l’invito di un’associazione cittadina che aveva chiamato a un dibattito, oltre lei, anche il candidato di Casapound. Bellillo ha motivato la scelta dicendo che “le opinioni di Casapound sono la negazione della democrazia, e la propaganda di Casapound sfocia in atti di violenza espliciti, come si è visto di recente in occasione del presidio di Roma, durante il quale si è messa a repentaglio l’incolumità di una donna e della bambina che teneva in braccio a pochi passi dall’ingresso dell’abitazione che le era stata regolarmente assegnata. La democrazia va difesa da chi la nega non solo con le parole, ma con la violenza condotta regolarmente nei confronti dei più deboli”.

Oltre a essere un ragionamento lineare, Bellillo ha avuto il merito di sollevare una questione che è grande come una casa, e che non attiene al derby “rossi contro neri”, come in un post su facebook un quotidiano on line locale ha liquidato la faccenda in maniera sbrigativa e semplicistica. La questione è semmai sulla consistenza della democrazia, e dovrebbe interrogare tutti: è opportuno dialogare, e quindi agevolare la diffusione delle parole di chi nelle strade sfodera il saluto romano e fa presidi contro una donna e una bambina di quattro anni costringendole a correre per rincasare scortate dalla polizia? Non è in questione un “ritorno del fascismo”. È in questione la agibilità politica di persone che si rifanno a movimenti che agiscono violentemente, e che riescono a far male, fosse anche a una sola persona (pensate a come stanno oggi quella donna e la sua bambina, anche se non è stato loro torto un capello).

I commenti delle persone contrarie alla scelta di Bellillo, postati sotto agli articoli in cui i giornali on line locali hanno divulgato la notizia, aiutano a comprendere le linee di pensiero e i modi di approcciarsi alla questione, e valgono la pena di essere analizzati sommariamente.

1) C’è chi dileggia l’allarme-fascismo e nel suo profilo facebook cita i discorsi di Mussolini. Un atteggiamento che dice del modo subdolo attraverso il quale alcune idee di discriminazione vengono veicolate spogliate dell’armamentario ideologico che le sostiene, nonché mascherate da buonsenso, anche da chi esplicitamente attinge da quell’armamentario ideologico, salvo poi negarne l’esistenza e il pericolo.

2) C’è chi rimprovera il fatto che, essendo Casapound legale, è doveroso confrontarcisi. Che è un modo per nascondere l’incapacità, o la mancata volontà, di operare una scelta: io dialogo con Casapound, e tu pure ci devi dialogare, perché Casapound è legale. Che è un po’ il ragionamento per cui se legalizzassero le droghe, ci si dovrebbe drogare tutti perché la cosa sarebbe legale. C’è una deresponsabilizzazione dell’individuo, o se si preferisce, un nascondersi dietro un dito: non decido io con chi dialogare, lo decide la legge per me.

3) C’è, infine, chi rimprovera la scarsa democraticità di una scelta del genere (“In democrazia tutti hanno diritto di parola”, recita l’adagio). A parte il fatto che il sottrarsi al confronto con una persona che non si ritiene degna, non è la stessa cosa che zittirla. Ecco, a parte questo, c’è in questa posizione una visione di una democrazia “in purezza” che non fa i conti col terribile fluire delle cose, che ci inchioda alla scelta giorno per giorno, non c’è delega che tenga. E qui si torna al problema grande come una casa: perché sì, la democrazia è di tutti, ma può essere, deve essere, aperta anche a chi predica idee di discriminazione? Può essere aperta anche a chi si comporta nel modo in cui i militanti di Casapound si comportano contro persone inermi, come l’accaduto di Roma documenta? Detto altrimenti: si può tranquillamente discettare di idee per la città con chi milita in una organizzazione (piccola o grande poco conta) che a parole di discriminazione fa seguire atti che rischiano di mettere in pericolo l’incolumità di altri esseri umani?

martedì 16 aprile 2019

E però (di cose umbre e non solo)

E però, scusate. Due-tre cose che non tornano sulla vicenda sanità in Umbria.

1) Qui sembra che la politica, cioè il Pd, perché alla Regione governa(va) un monocolore Pd, sia tutta uno schifo. Lo schifo c’è. E pure notevole. È appena il caso di far notare però che dall’inchiesta emerge che per ogni politico (o direttore sanitario messo lì da un politico) c’è una pletora di persone comuni che fanno la fila per la raccomandazione: addirittura a un certo punto nelle intercettazioni c’è quel poveraccio di Duca (il direttore generale dell’ospedale, arrestato) che si lamenta perché ci stanno più raccomandati che posti messi a concorso. Se fanno schifo quelli che detengono il potere, è anche perché la gggente gli consente di esercitare il potere in quel modo. O no? Certo che c’è da distinguere tra chi sta sopra e chi sta sotto. Tra chi ha il potere e chi il potere lo subisce. Però, a parte tanto cianciare sulla meritocrazia, pare che la corsa fosse a cercarsi la raccomandazione più sicura, non a fare gli onesti. E a occhio e croce tra i più indignati contro questo “schifo” ci dovrebbero essere anche (ho detto “anche”, non “solo”, facciamo a capirci) quelli che una raccomandazione non ce l’hanno fatta a ottenerla, non solo chi questo sistema lo schifa davvero.

2) Dice: adesso la parte buona del Pd rialzi la testa. Dice anche: adesso i giovani del Pd battano un colpo. Ma santiddio, quello è il partito che in Umbria ha eletto Gianpiero Bocci segretario quattro mesi (4 mesi) fa. E non è questione di guai giudiziari. Bocci ha fatto il sindaco del suo paese natale nel 1985, c’aveva 22 anni. Da lì in poi, uscendo da un palazzo solo per entrare in un altro più grosso, è stato ripetutamente consigliere regionale, parlamentare e sottosegretario. Uno intriso di sistema. Trentaquattro anni di carriera politica senza alcun atto che sia impresso nella memoria di nessuno di noi. Fino a candidarsi alle ultime elezioni da sottosegretario uscente e arrivare terzo su tre nel collegio uninominale in cui si era presentato. A dieci mesi dalla disfatta, è diventato segretario regionale grazie a più di dodicimila persone (la gggente) che sono andate ai gazebo a mettere una croce sul suo nome, e grazie a uno stato maggiore del Pd regionale che lo ha sostenuto a spada tratta; non male per un partito che ha fatto dello slogan “vincere” un mantra fino a perdere del tutto la propria identità. Dice, i giovani. Ma, benedetto il signore, il Pd è un partito che per tre anni e mezzo si è messo in mano a una brigata di quarantenni che l’hanno portato al minimo storico e sono dovuti fuggire. In Umbria è successa più o meno la stessa cosa in miniatura. I giovani? Ma davvero?

3) Il sistema (e qui arriviamo al punto più difficile). Sì. Certo. C’è un problema di sistema. Ma non è quello dei politici cattivi e della gggente buona. Stante che chi è chiamato a governare ha bisogno di personale tecnico-amministrativo coerente per dettare le politiche che ha in mente (è un problema che va al di là della sanità), e stante che la cosa pubblica non è appannaggio di chi la governa pro-tempore, occorrerebbe trovare le soluzioni (cioè le leggi) per salvaguardare il diritto della politica di governare ma non di papparsi tutto, e delle persone competenti di lavorare. Questo è il punto. Ma non lo raggiungeremo mai finché la gggente continuerà a tirarsi fuori, guardare dalla finestra e considerarsi vittima del sistema cui contribuisce senza minimamente metterlo in discussione (disclaimer: solo che mettere in discussione il sistema costa), né finché cercheremo soluzioni improbabili: i giovani, la discontinuità dove regna la palude, l’alternativa dove sta la coazione a ripetere. Per uscire dal pantano occorrono competenza e innovazione. E l’innovazione è un investimento di fiducia che devi fare non solo su te stesso, ma anche su chi ti ascolta, perché devi fargli capire che occorre immaginare qualcosa che adesso non c’è, e spesso non ci riesci. Perché questo crea lo smarrimento che cede alla conservazione. Anche in chi crede di essere progressista. È dura. È già tanto dura di per sé. Non ce la complichiamo con autoassoluzioni e cercando le soluzioni dove non ce n'è traccia.

sabato 22 dicembre 2018

Una presentazione

Ieri è successa una cosa discretamente bella. Insieme a Ugo Carlone, compare di ribalta, abbiamo presentato a Terni i libri di Gian Paolo Di Loreto e Simone Gobbi Sabini (“Lo stato delle cose”, una raccolta di racconti, e “Piccole città, bastardi posti”, un romanzo) appena pubblicati da Bertoni editore. L’abbiamo fatto perché i loro contenuti rientrano nell’orizzonte di ribalta, che è ampio, e punta ad andare oltre l’aspetto puramente informativo-comunicativo, ma questo è un altro discorso. Gian Paolo ha parlato tra l’altro di storia e discorso, di come la rappresentazione delle cose diverga dal loro stato reale (ad esempio: i reati commessi sono sempre di meno, ma non si fa altro che parlare di e varare pacchetti-sicurezza). Simone è ricorso alla metafora del criceto, e ha detto che chi corre, corre, corre per soddisfare esigenze per lo più indotte, in effetti non si sposta mai dal posto in cui è, nonostante perda un sacco di energie, mentre chi sta fermo si sottrae al falso movimento ed è colui che cammina davvero, esplorando nuovi territori. Ugo ha detto che queste due opere mostrano come la letteratura possa diventare saggistica, cioè riuscire a spiegare quello che ci sta intorno ma in maniera meno ostica, più coinvolgente e più dolce rispetto alla saggistica stessa, quindi più efficace. Io ho cercato di dire che queste due opere, diversissime l’una dall’altra e al di là delle intenzioni dei due autori, si completano a vicenda. Il romanzo di Simone finisce dove cominciano i racconti di Gian Paolo. Il primo è la presa di parola di una generazione, quella che adesso si trova tra i quaranta e i cinquant’anni, che è stata la prima a provare sulla propria pelle che il futuro non sarebbe stato più quello di una volta, che le certezze e le sicurezze dei genitori stavano svanendo sotto quello che sarebbe diventato precariato esistenziale, una condanna apparentemente ineluttabile, che avrebbe colpito poi anche le generazioni seguenti. Una generazione ripiegata rispetto agli obiettivi: Timberland e Moncler laddove chi ci aveva preceduto aveva provato l’assalto al cielo. La plastica che prendeva forma intorno a noi e che abbiamo nostro malgrado – come generazione – contribuito ad agevolare nella sua crescita, è stata l’antesignana della realtà apparentemente patinata e levigata che abbiamo intorno. Ho detto “apparentemente” perché la realtà noi la vediamo con lenti anti-distorcenti, e l’opera di Gian Paolo, che parte da dove quella di Simone arriva, è come se ci togliesse quelle lenti rassicuranti per mostrarci impietosamente tutte le distorsioni che non vediamo.

Ecco, abbiamo detto queste cose non semplici da mandare giù. L’abbiamo fatto con un bicchiere di birra in mano e sfiorando a volte il cazzeggio, ma con una serietà di fondo. Alla fine mi/ci si è avvicinato un ragazzo che ci ha fatto i complimenti per la mole di spunti sollevata, ha detto. “Ci sarebbe da stare qui per ore”, ha aggiunto. Ha tenuto a precisare che aveva anche capito “l’orientamento” (intendeva politico) e ha detto che lui non è affatto di sinistra (una parola che io tendo a non usare più, tanto si è consunta, nonostante sia convintissimo che la teoria della fine della distinzione destra/sinistra sia una panzana che vogliono inculcarci per fregarci una volta di più, ma anche questa è un’altra storia). Poi ha concluso così: “Mi ha molto colpito quando hai detto che voi quaranta-cinquantenni siete stati i primi a essere colpiti dal precariato, io ho 34 anni e pensavo che le prime vittime fossimo state noi. Allora ho pensato che abbiamo gli stessi problemi e dovremmo affrontarli insieme, ed è strano che se ne parli qui, dentro un pub, ma che la politica se ne freghi”. Gli ho risposto che è importante che se ne parli, comunque, “cominciamo da dentro un pub”. Lui ha convenuto, facendomi capire (o io ho voluto intendere così) che per quell’ora e mezzo si è sentito meno solo. Poi ha chiosato: “Sì, dobbiamo parlarne”. Ecco, la considero una cosa importante. Penso che si possa parlare, dire le cose, farsi capire da chi non è del tuo stesso “orientamento” e generazione. È stata una lezione che peraltro conoscevo già. È stata una conferma, diciamo. Dobbiamo parlarci, dire le cose, dismettere armamentari che sono d’ostacolo a un movimento agile per arrivare a farsi capire da un ragazzo più giovane, che non ha il tuo “orientamento” e al quale hanno fatto credere di essere solo, il primo a esserci cascato, e magari pure responsabile egli stesso del suo precariato esistenziale. Riuscire a farlo, anche con uno solo, dà gioia.

sabato 24 novembre 2018

I migranti, quella roba lì

Giovanni mi ha chiesto in privato di dirgli che ne pensavo del suo ultimo romanzo una volta che lo avessi letto, dopo aver scritto qui (https://goo.gl/sbKo1L) della sua presentazione, che diventò un evento. Io lo faccio in pubblico, per quelli che vorranno saperne, perché ne consiglio la lettura (del romanzo, intendo). Giovanni di cognome fa Dozzini, e se lo tratto con questa confidenza è perché ci conosciamo (e io lo stimo) da un po’. “E Baboucar guidava la fila”, edito da Minimum Fax, è il suo quarto romanzo. Ed è un’opera matura. Nel senso che leggendo quelle pagine si percepisce lo spessore di uno che non ha bisogno di effetti speciali per indurre alla lettura. Gli è sufficiente una narrazione di normalità. La normalità che nella routine quotidiana non vediamo, e che gli scrittori bravi sanno svelare e indicare.

“E Baboucar guidava la fila” ha come protagoniste persone che vivono in Italia ma non sono nate in Italia. Queste persone normalmente le chiamiamo migranti, e quella definizione le chiude in un tutt’uno che disumanizza perché rende uguale l’irreplicabile di ogni esistenza. È una sorta di metaforico omicidio, seppure involontario, la parola “migranti”, anche se siamo costretti a usarla per farci capire. Però a furia di farne uso, disumanizziamo. Anche noi al di qua di Salvini, molto al di qua. Tendiamo a considerarli tutti uguali, perché li chiamiamo tutti “migranti”, e da quella sola particolarità che li accomuna, ne facciamo un unico gruppo, come si trattasse di un gregge, una mandria, un alveare. Invece sono Baboucar, Ousman, Yaya e decine di migliaia di altri nomi, i “migranti”. Dovremmo ricordarcene. E il romanzo di Giovanni ce lo marchia bene in testa, proponendo un salutare rovesciamento cognitivo.

“E Baboucar guidava la fila” ha come protagoniste persone che vivono in Italia ma non sono nate in Italia. Le racconta stando dalla loro parte. Però non punta a strappare lacrime, a suscitare emozioni di un momento. Punta a solcare un significato. A lasciarlo lì. Ci descrive quattro, cinque, sei persone sospese. “Non c’era niente di male, ma non andava bene”, si legge a un certo punto del romanzo, a proposito dell’intenzione di uno dei protagonisti. Niente di male, la normalità. Eppure non va bene. È questa condizione che avvicina tanto all’ossimoro che rende le vite di queste persone al limite dell’impossibilità. Sì, certo, noi al di qua di Salvini possiamo crogiolarci con la xenofobia, il ringhio dei cattivi che fanno un vanto della loro brutalità anziché vergognarsene. Ma a volte queste cose diventano un alibi per noi, diciamocelo, ché pure noi cadiamo nella trappola dell’omicidio involontario, del considerarli tutti uguali, i “migranti”, di de-personalizzarli.

Giovanni non scrive di ronde, non ci sono razzisti cattivi con la bava alla bocca nel suo romanzo. Anzi. C’è la descrizione della sospensione di alcuni individui. Quella sospensione che rende inopportuna la normalità, e che è il vero nemico contro cui dovremmo batterci. Solo che è un nemico invisibile, sottile, mimetico, raffinato, la sospensione. Un limbo. Che rende impossibili anche tante vite di noi italiani da generazioni, condannandole alla precarietà e accomunandole a quelle dei “migranti”, pensa te!

C’è il recupero della irreplicabilità delle persone, in “E Baboucar guidava la fila”. E questa è una qualità che rende l’opera preziosa. Se ce ne rendessimo conto, se facessimo i conti con questo “invisibile” che ci condanna - tutti - faremmo un gran servizio a noi stessi, autoctoni o migranti che siamo. La narrazione della normalità di Giovanni, questo obiettivo ce lo indica. E questo rende quel libro un libro importante.

Si parla anche di Italia, nel romanzo. E lo si fa con una metafora originale e spiazzante, che gira attorno a una cantante e ai suoi musicisti. A parlarne qui però andrei lungo e farei spoiler. Quindi mi fermo.

venerdì 28 settembre 2018

Affacciati, affacciati


Su questa immagine si sta facendo molta ironia. La fanno quelli del Pd e affini, alcuni dei quali covano verso il M5S quel sentimento che si prova nei confronti del nuovo o della nuova fidanzata dell’ex con la/il quale vorresti tornare insieme, solo che lei/lui non vuol saperne più di te manco via facebook. E questo si capisce. L’ironia la sta facendo anche chi ha inquadrato bene i Cinque stelle, chi cioè ha capito da tempo che sono un partito che di rivoluzionario ha solo la vernice su un corpo che è solidamente “di sistema”, nel senso che non mette minimamente in discussione gli architravi del sistema stesso, a meno di non voler considerare architrave la “kasta”. E questo lo si capisce un po’ meno. Anzi. Vedere chi per anni ha protestato – a ragione – contro l’austerità imposta dai contabili di Bruxelles, vedere chi ha imputato al Pd di essere la cinghia di trasmissione in Italia dei potentati che (s)governano l’Ue, vedere chi ha tifato per Tsipras umiliato dalla Troika stracciarsi oggi le vesti (e segretamente esultare) perché lo spread e i mercati, nemici fino all’altroieri, stanno punendo il governo gialloverde reo di voler portare il deficit al 2,4 per cento è francamente demoralizzante. Di più. È il sintomo della vittoria sul piano culturale del livore elevato a categoria politica proprio dai Cinque stelle che si vorrebbero combattere. È la vittoria dello schierarsi a seconda di come conviene scindendosi da alcun principio reale, sport in cui Casaleggio, Grillo, Di Maio, Di Battista e via dicendo sono stati evidentemente ottimi maestri.

Intendiamoci. L’ironia contro il potere è del tutto legittima, anzi sacrosanta. E anche se in parecchi dentro i Cinque stelle non se ne sono forse ancora accorti, oggi il potere (almeno quello politico, che in verità conta assai poco) sono loro. Di Maio che dice – e forse è pure convinto – di sconfiggere la povertà con una finanziaria farebbe tenerezza se fosse un onesto italiano al terzo prosecco il venerdì sera prima della pizza con gli amici; la sua posizione di vicepresidente del Consiglio rende invece quelle parole imbarazzanti. Per cui l’ironia e le battute sono le benvenute, ci mancherebbe.

Anche l’ingenuità con la quale questi si sono presentati, a sera inoltrata, a un balcone che dava su una folla osannante perché erano riusciti a strappare il via libera al 2,4 per cento di deficit sulla prossima finanziaria, testimonia di un qualcosa andato completamente fuori misura. È propaganda? Sicuramente, in parte lo è. Però, detto che l’essere riusciti ad allargare i cordoni della borsa può suscitare l’invidia di chi per anni ha predicato proprio quello e a malapena è riuscito a raggiungere il 2 per cento alle elezioni; detto del malanimo del Pd sconfitto su tutta la linea. Detto anche che questi (i Cinque stelle) le battute se le tirano come i Rolling Stonese si tirano gli applausi dopo aver suonato Satisfaction; detto tutto questo, c’è dell’altro. Un po’ più serio.

Nell’eccitazione del balcone e della piazza osannante c’è propaganda, dicevamo. C’è molto Rocco Casalino, molto Casaleggio. Di Maio può darsi pure che se ne sarebbe andato a dormire dopo una giornataccia lunga passata ad accordarsi con Salvini e a litigare con Tria, e invece quelli gli hanno detto “no, no, affacciati che facciamo un po’ di cinema che domani i giornali ne parlano e noi sembra che abbiamo preso il Palazzo d’Inverno”. Ecco però. Il punto sta qui. Sta nel fatto che molti Cinque stelle, sia elettori sia parlamentari, pensano davvero di avere ieri conquistato il Palazzo d’Inverno, la Bastiglia. E questo dà l’idea dei tempi bui che attraversiamo e di cui l’apparente e farlocca carica rivoluzionaria dei Cinque stelle è sintomo. Cioè: la possibilità di alzare il deficit al 2,4 per cento – una misura assai moderatamente keynesiana, al netto di come poi verranno utilizzati i soldi, ma questa è una questione che non conta qui – viene percepita come rivoluzionaria sia da chi la mette in atto, sia da chi la vede come una minaccia letale allo status quo. E il fatto che molti progressisti possano essere ricompresi nella seconda categoria è demoralizzante esattamente come lo è il fatto che molti altri (progressisti) siano finiti nella prima, di categoria. Cioè: stiamo scambiando – in parecchi, almeno – il 2,4 per cento per una rivoluzione. E questa non è più manco una questione politica, ma a questo punto psicologica. 

mercoledì 12 settembre 2018

Produci, consuma e...insomma quella roba lì

Non mi sono appassionato alle proiezioni, non so quanto siano affidabili. Per cui non so assolutamente se e quanto l’economia rallenterebbe nel caso in cui i negozi fossero costretti alla chiusura domenicale, né se e quanti posti di lavoro si perderebbero. Non so neanche se ci sia qualcuno in grado di orientarsi davvero in una tale materia. Di base penso che un commesso o una commessa di un qualsiasi esercizio commerciale non facciano salti di gioia quando si alzano la domenica sapendo che dovranno andare a lavorare, e a me viene spontaneo stare dalla parte loro. Non so con quali contratti vengano inquadrati, e temo che dietro il lavoro domenicale si nasconda una precarietà preoccupante. Ma in tempi impoveriti come questi so che l’adagio “meglio che niente” va per la maggiore e non è questa la sede per tentare di confutarlo, anche se non mancherebbero gli argomenti.

Di base, penso pure che chiunque debba essere messo nelle condizioni di spendere il proprio tempo come meglio crede. Quindi anche di passare la domenica da un negozio all’altro.

C’è una cosa però che colpisce in chi perora la causa delle aperture domenicali. È che lo shopping festivo viene considerato un diritto per il quale ci si infervora più che contro i ticket in sanità, più che contro il caro-libri e le tasse universitarie che hanno trasformato il diritto allo studio in un lusso; più che contro una politica dei trasporti pubblici che in sostanza ti dice: fatti la macchina e arrangiati.

Innalzare la facoltà di fare shopping a livello di diritto risponde a quella logica di distorsione dei significati in base alla quale, per dire, le città hanno cominciato ad auto-definirsi “centri commerciali naturali” per aumentare il loro appeal. Cioè: invece di chiamare i centri commerciali “città artificiali”, restituendogli la loro carica di luoghi posticci, sminuiamo il senso di centri storici che hanno una storia plurisecolare alla sola dimensione commerciale. È come se le città esistessero solo per fare shopping, come se uno si realizzasse solo nella sua dimensione di cliente-acquirente-consumatore. Come se la sola cosa che ci arricchisca sia il possesso di cose. Come se l’unica cosa degna da fare nel tempo libero sia quella di comprare. A questo porta l’innalzamento dello shopping festivo a livello di diritto.

Ripeto: ognuno è libero di trascorrere il proprio tempo come vuole, anche di saltellare da un negozio all’altro spendendo i pochi soldi guadagnati facendosi sfruttare. Però se uno ci fa mente locale, ci sono diverse decine di cose da fare nel tempo libero che non siano comprare, e sono tutte meglio di comprare. Io non le elenco, ché già fare uno sforzo di fantasia a elencarle porta a immaginarsele, e magari a vedere meno vuote le domeniche senza shopping. Anzi, a desiderarle.





lunedì 3 settembre 2018

Caparezza

Giorni fa è capitata una cosa che succede ciclicamente con persone con le quali c’è profonda stima reciproca e con le quali condivido parecchio, anche a livello di gusti musicali (la precisazione la capirete a breve). Com’è, come non è, si è andati a parlare di Madonna (la cantante) e si sono immediatamente ricreate le opposte fazioni di sempre. Da un lato chi, come me, sostiene che si sia trattato e si tratti di un fenomeno sovrapponibile al suo aspetto mercantile, con poco o niente da dire dal punto di vista strettamente artistico; dall’altro chi ribadisce invece che no, un fenomeno così esteso a livello planetario, così durevole nel tempo e così in grado di muovere masse di giovani non può essere derubricato a robetta. Al culmine della discussione, che diventa sempre assai accalorata, è scattata l’accusa fatidica, rivolta dai pro-Madonna agli anti madonnari: “Siete dei RADICAL-CHIC”.

Ecco, a me ‘sta cosa del radical chic mi fa schizzare per aria che nemmeno il sale messo per sbaglio dentro al caffè. Perché sì, ce l’ho il gusto di andarmi a cercare cose strane. Ma è perché penso che l’arte va cercata. E l’arte è la nemica giurata della banalità. Devi fare uno sforzo per arrivarci, non ti si manifesta così, immediata. E quando ci arrivi però, con un pezzo, con un quadro, con un fotogramma o con una foto godi e arrivi così in alto che neanche con il meglio di seicento canzoni di Madonna messo uno sopra l’altro ci arriveresti. È così. E poi è una questione di vibrazioni. A me Madonna non è che non piace perché voglio fare quello che ascolta solo roba ricercata, è che proprio non mi smuove niente. Ma niente proprio.

Mi piace “In fila per tre” di Edoardo Bennato, che dà gusto anche ai bambini di otto anni, e mi piacciono i Primus, che sono un po’ più ostici, per dire. Non cambio canale radio se capita un pezzo di Tiziano Ferro e c’ho più o meno la discografia completa di Nick Cave, e i due non oscillano proprio sulle stesse frequenze. Impazzisco per Edda ma non mi dispiace Harry Styles. Se la gran parte di quello che passa nelle radio commerciali non mi piace non è per partito preso. È che non mi piace proprio, non mi arriva.

Poi è successa una cosa alla fine della quale mi sono detto: sì, con lui sei stato radical chic, e forse, chissà?, anche con altri (no, su Madonna non mi ricredo). Sono andato a un concerto di Caparezza, artista nei confronti del cui successo ho sempre un po’ arricciato il naso per quel vezzo che uno come me ha (l’ammetto) di guardare storto chi fa successo facile. Il ragionamento è un po’ questo: hai fatto successo quasi subito, piaci ai ragazzini, per cui devi dimostrarmelo di essere bravo. Solo che se non ti metti lì ad ascoltare i suoi pezzi o ad andare a uno dei suoi concerti, quello come fa a dimostrarti qualcosa? E ho scoperto che Caparezza e quelli che stanno con lui sul palco e fuori sono bravi ma bravi. E che lui ha fatto successo, ma non grazie alla banalità. Caparezza ti esalta la libertà non parlando di Martin Luther King o di Mandela, ma di Van Gogh, che in vita sua ha dipinto 900 quadri riuscendo a venderne uno soltanto senza però mai abdicare alla propria arte, cioè a se stesso. Caparezza ti esalta il ‘68 (sì, il ‘68!) sfidando, aggirandola, la trappola della retorica. Caparezza ti ribadisce ogni 3x2 quanto sei prigioniero per spingerti a cercare la liberazione. Caparezza canta “Io vengo dalla luna” dopo essersi augurato che venga un tempo in cui non ci sarà più necessità di cantarla. E fa tutto questo, Caparezza, a beneficio di un pubblico che non è quello degli iniziati, lo fa per orecchie che sono abituate ad altro e potrebbero cadere preda di chi gli canta “Prima gli italiani”. È un controcanto pop sacrosanto, vitale, Caparezza, che toccherebbe fargli un monumento. E non è per niente banale. Cerca, ricerca e spinge alla ricerca con levità. Mia figlia, tredici anni, all’uscita dal concerto, per dire, mi ha chiesto: “Com’è ‘sta cosa del ‘68?”.

Viva Caparezza. Dice: adesso l’hai capito? Beh, ognuno hai suoi momenti di radicalismo chic.

martedì 7 agosto 2018

Un dibattito

Giorni fa sono stato invitato a un incontro organizzato alla festa di Liberazione di Marsciano (che si trova in Umbria). L’intento del coordinatore e organizzatore della cosa, Sanni Mezzasoma – lo riassumo in maniera tranciante, Sanni spero non me ne vorrà – era di capire se e come sia possibile tornare a un dibattito pubblico depurato dalle tossine dell’insulto ormai regolarmente sferrato all’avversario e che rifuggisse dal “pensiero breve”, cioè da quella pratica molto in voga della richiesta di soluzioni a cortissimo raggio per problemi di sistema. Sanni di ‘sta cosa ne ha anche parlato su ribalta (qui il link per chi volesse leggere: https://goo.gl/X9K7er). Anche per questo Sanni ha invitato una serie di relatori molto eterogenea. Ne è scaturita una cosa a mio avviso piuttosto stimolante, solo che non so se nel complesso si sia risposto alla richiesta iniziale dell’organizzatore, anche perché – almeno per quanto mi riguarda - gli interventi di chi ti precedeva, ti spingevano a interloquire, seppure indirettamente. Così a me, che è capitato di parlare per la prima volta quando avevano già parlato tutti, è venuto di stravolgere quello che avevo in mente di dire (ma neanche poi tanto, alla fine), che è poi quello che sto per scrivere. Perché chi mi aveva preceduto, si era molto concentrato sul governo attuale, su Salvini, sui 5 Stelle e via discorrendo. Il tutto come se ci trovassimo di fronte a una situazione cristallizzata dalla quale non sembrerebbe esserci via d’uscita. Allora a me è scappata di dire una serie di cose, che cerco di riassumere qui. Ho detto che da anni ormai stiamo dentro a un frullatore che rende liquide le cose. Solo quattro-cinque anni fa Renzi sembrava destinato a governare per i prossimi trent’anni: aveva portato il Pd al 40 per cento e a momenti si apprestava a essere incoronato re. Poi è andata come è andata. Salvini, più o meno nello stesso periodo in cui Renzi pareva il padrone di tutto, faceva del tutto per saltare in sella a un cavallo che sembrava destinato a stramazzare (la Lega era ridotta al lumicino fiaccata dagli scandali); oggi la Lega potrebbe diventare il primo partito in Italia. I 5 stelle non erano niente fino alla legislatura iniziata nel 2013; oggi sono il primo partito con percentuali da Dc. Tutti questi accadimenti erano impensabili nella Prima repubblica, e pure nella seconda, che sono i periodi in cui si sono formati tutti quelli che scrivono, dibattono, elucubrano, speculano e cazzeggiano su queste cose (e questo è anche uno dei motivi per cui le cose non si mettono mai bene a fuoco). Nella prima repubblica un’oscillazione dell’1 per cento di un partito che aveva il 30, era accolta come un terremoto; nella seconda, gli equilibri, nonostante i cambi di governo, sono sempre stati più o meno quelli. Oggi no. Oggi è tutto liquido. Questo significa che Salvini che pare essere oggi uber alles, potrebbe diventare domani uno straccio che vola. E questo significa pure che ci sono ampi spazi di manovra per chi non è contento di come vanno le cose.

Ma perché c’è questa liquidità? 1) Perché non ci si batte più per alternative, le forze politiche, nonostante si insultino pesantemente a vicenda, si assomigliano assai più di quanto si pensi: sono tutte compatibili col sistema del “privato è meglio” (scusate se taglio con l’accetta); i partiti, nonostante le grida altissime, non toccano mai questioni di sistema, nessuno, almeno di quelli rappresentati in parlamento, quindi sono costretti a urlare per apparire più convinti degli altri a fare però la stessa cosa, salvo tentare di convincerci che la faranno meglio e 2) perché c’è un malcontento diffuso (la precarizzazione esistenziale, mi viene di chiamarla) che di volta in volta cerca il rappresentante più adeguato e cambia di volta in volta perché non ne trova e il precariato esistenziale resta, governo dopo governo. Perché il precariato esistenziale è una questione di sistema. E nessuno la affronta come tale.

Che fare? Ah, bella domanda! E che ne so? Io so solo che bisogna fare quello che si sa fare. Non farsi traviare dal momento. Non parlare di Salvini come di un totem destinato a rimanere lì per anni. Non lo è. Non ne è capace. I selfie da bimbominkia alla lunga non lo pagheranno. Perché oggi i precari esistenziali chiedono soluzioni, e lui non è in grado di darne (almeno dal mio punto di vista: uno che fa il ministro dell’Interno e che il 2 agosto, il 2 agosto, dico: do you remember Bologna?, si fa un selfie con una faccia che manco Albertone scrivendo: “Che caldo amici!”, dove cazzo vuole andare?). Che fare, dunque? Quello che si sa fare, dicevo. Mica Fellini quando ha fatto “8½ ” pensava al pubblico, pensava a sé, alla sua arte, e gli è scappato un capolavoro; mica Orwell quando ha scritto “1984” pensava a fare successo, soddisfaceva la sua esigenza di intellettuale, è per questo che gli è scappato un capolavoro. Per quanto mi riguarda quindi: non arrendersi al pensiero breve, approfondire con leggerezza per farsi apprezzare anche da chi non la pensa esattamente come te; tentare di comunicare che se ti mettono veleni nel piatto e nell’aria e se c’è gente che muore per trenta euro al giorno raccogliendo i pomodori con cui tu condirai la tua pasta low cost, è perché c’è gente a cui non frega un cazzo di te, della tua vita e che punta solo a fare profitto rovinando la tua, di vita, e quella di milioni di altre persone; tentare di far capire che il pareggio di bilancio in Costituzione è una bestemmia contro la cosa pubblica e costringe a restringerla, amputarla, menomarla, la cosa pubblica. E per cosa pubblica intendo sanità, istruzione (dall’asilo all’università) e progettazione delle città. Settori dove andrebbe fatto capire che il libero mercato dovrebbe essere bandito. Bandito. Questo, ho detto. Impegnarsi per come si è e come la si pensa. Non vendersi al selfismo da salvinite, malattia di corto respiro. E ho detto che non faccio solo parole, o almeno ci provo, perché con i miei compari di ribalta questo stiamo tentando di fare da due-tre anni: approfondire, non arrendersi alla disintermediazione, alla semplificazione che melmifica tutto. Perché si può costruire altro, non ci sono cose ineluttabili. Si può, non seguendo la scorciatoia dell’insulto e del pensiero breve. Ma anzi rifuggendone, perché lì si annida il male. Ecco, queste ultime due frasi non le ho dette al dibattito, erano la risposta a Sanni, ma credo che il mio punto di vista si sia capito, più o meno.

mercoledì 18 luglio 2018

Un'altra capriola

Se uno ci pensa bene, l’ampliamento dell’istituto della legittima difesa è un’ammissione di impotenza da parte di chi governa. Non è solo l’assecondare il basso istinto della vendetta o della protezione della “roba” anche a prezzo della vita altrui. Intendiamoci: pure questo atteggiamento è un’ammissione di impotenza: io non governo, io ti liscio il pelo e ti faccio sfogare, o meglio ti appiccico addosso l’idea che se ammazzi il ladro che ti entra in casa io starò dalla tua parte, anche se starai di merda probabilmente per il resto della vita a ricordare il tipo che ha rantolato dopo che tu gli hai sparato alle spalle, e su quello non ci sono avvocati difensori o leggi a favore che tengano. Ma a me che mi frega: per il momento tu sei contento, e io prendo voti, mica si può essere così lungimiranti da pensare a quanto potresti stare di merda dopo, no? E quando starai di merda, ci starai tu, io intanto il tuo voto l’avrò preso. Semplice. Come? Dare la libertà di sparare ai ladri è un deterrente contro le rapine? No. Non c’è nessuna evidenza statistica in questo senso. Quell’affermazione ha lo stesso valore della mia, che sostengo che dare libertà di armarsi porta al far west: 1-1 e palla al centro.

Ma, dicevo, l’ampliamento dell’istituto della legittima difesa è un’ammissione di impotenza da parte di chi governa, che, ricordiamolo, ha per legge il monopolio dell’uso della forza. Monopolio che allenta per allargare il diritto all’uso della forza da parte dei privati. Il ragionamento che sta sotto è: io che sto al governo non riesco a garantire sicurezza (per tutta una serie di motivi che non è qui il caso di toccare), e non riesco nemmeno ad assicurare alla giustizia gli autori dei reati. Allora, sai che c’è? Fai da te, anche a costo di spargere sangue.

Il vero capolavoro però è che questa ammissione di debolezza è mascherata da provvedimento da uomo forte. Ed è vissuta da chi la apprezza come un gesto da governo forte. No. Questa è la debolezza scambiata per forza. Ed è l’ennesima capriola di significato di cui è costellata questa epoca disgraziata. Olè.