mercoledì 25 gennaio 2017

Scivolare giù

C'è un particolare, nella vicenda Trump, in cui si ritrova il senso di scivolamento verso il basso: come avviene, chi lo accompagna, cosa provoca.

Durante la campagna elettorale per le presidenziali degli Stati Uniti, un discreto numero di opinion makers (editorialisti, analisti, imprenditori, politici) che non erano formalmente schierati col candidato repubblicano (anche perché veniva dato per perdente), hanno invitato a derubricare i suoi messaggi politici su donne, migranti, ambiente come altrettante gaffe: non si può giudicare un candidato per una frase, seppure infelice, veniva detto.

Successivamente alla sua elezione, nel periodo in cui Trump non era ancora operativo, alle perplessità di chi vedeva dei pericoli nel suo programma che di lì a poco sarebbe stato attuato, si è risposto, da parte degli stessi opinion makers, di stare tranquilli e distinguere, perché il Trump presidente sarebbe stato ben diverso dal Trump candidato. Una presunta lezione di realpolitik di chi la sa lunga, con la quale, di passaggio, si dava del bugiardo a Trump e si conferiva alla menzogna acchiappa-consensi lo status di standard in politica.

In entrambe le fasi, si ignorava e si invitava a ignorare la sostanza dei messaggi del futuro presidente. Il corollario era che chi si allarmava per le cose dette da Trump era da considerare a scelta: a) estremista; b) incapace di decriptare il linguaggio politico; c) antidemocratico perché non accettava il responso di elezioni democratiche.

Oggi Trump è presidente e comincia ad attuare quel programma che nelle illustrazioni degli opinion makers avrebbe dovuto essere fuffa acchiappa-voti, e lo scivolamento verso il basso è in atto. È verso il basso perché Trump non apre orizzonti ma ci costruisce muri davanti, chiude l'umanità in compartimenti stagni, evoca il perenne ritorno indietro e in tutto quello che dice e fa c'è un senso di difesa che gioca sul disagio di larghe fasce di popolazione non per trasformarlo in riscatto, bensì per assecondare e alimentare il livore che è carburante prezioso per la sua corsa politica.

Trump ha vinto non perché gli opnion makers di casa nostra gli hanno tirato la volata, è chiaro. Però la vicenda delle sue “gaffe” ci dice che lo scivolamento sta nel passare da parole così imbarazzanti da sembrare boutade a fatti conseguenti con quelle parole. Lo scivolamento è accompagnato da ineffabili opinion makers che dietro il paravento della moderazione e dell'accettazione della democrazia, sono più presi a condannare chi protesta rispetto a chi dice cose e prende decisioni che puntano a portare quasi tutti indietro a vantaggio di pochissimi. Lo scivolamento è quando sei costretto a ripartire da zero, o quasi, per spiegare che i migranti sono persone, non residuati di umanità; le donne sono vessate in gran parte del mondo e l'ambiente conviene a tutti preservarlo da appetiti devastanti.

lunedì 5 dicembre 2016

Due-tre cose che ho imparato la notte tra il 4 e il 5 dicembre

1) Ieri ha vinto la Costituzione. Presi come siamo dall'ansia di predire il futuro, in molti a urne ancora calde ci siamo ubriacati di scenari politologici parecchi dei quali per forza di cose privi di senso; altri hanno stappato bottiglie pensando di aver vinto loro; altri ancora hanno tentato di sfogare la rabbia della sconfitta. E abbiamo smarrito il senso di quello che è successo. La Costituzione, unico puntello, o quasi, che ha resistito e superato prime, seconde, quasi-terze repubbliche, strategie del terrore, tangentopoli, logge massoniche deviate e miserie di ogni tipo; la Costituzione, unico documento, o quasi, che ci ricorda che veniamo dalla lotta antifascista; la Costituzione, questa sorta di bibbia laica per un paese, ha mantenuto la sua sacralità, che essendo laica non significa intangibilità. Significa che la Costituzione, è materia viva e resiliente, significa che le radici sono salve un'altra volta. Anche se da domani ci sarà chi la Costituzione la ricomincerà a vilipendere. Anche se tra chi l'ha difesa nella campagna elettorale appena finita c'era gente che la disconosce nei fatti. Ma la Costituzione è più grande di tutto questo, l'ha dimostrato un'altra volta. Non è cosa da poco, e confonderla con il destino di qualcuno o anche di un governo, è dimostrato che è cosa insensata.

2) In una democrazia il potere è del popolo. Lo so, la frase è quasi tautologica. Lo sarebbe del tutto. Lo è “quasi” perché le democrazie non sono tutte uguali. Lo è “quasi” perché i poteri che annacquano quello del popolo possono essere, e sono, tanti. E lo è “quasi” soprattutto perché il popolo essendo tante cose anche diversissime tra loro, ha un potere diffuso che si disperde e perde la sua forza. Però ieri sera, nel vedere i politici appesi in attesa del risultato delle urne, parafrasando Giovanni Lindo Ferretti ho percepito quel particolare netto tra il brusio indistinto. Erano loro, quelli dentro il Palazzo, a essere in ansia per quello che il popolo stava sentenziando. Perché il destino di ciascuno di loro dipendeva dal voto. Se il popolo prendesse coscienza del suo potere, se smettesse di piagnucolare alibi contro la casta che dipende da lui, dal popolo, faremmo un passo avanti. Ma queste cose sono complesse, e per il momento ci si può accontentare di percepire particolari in chiaro tra indistinto brusio e metterlo a verbale.

3) Ho il sospetto che la Costituzione, essendo bibbia laica, sia protetta da una provvidenza altrettanto laica. Perché è vano illudersi che milioni siano andati a votare pensando alla Carta. Dentro la valanga di No c'è anche, grande, il malessere contro il governo per una situazione che rende tutti precari, che vede continui sacrifici di diritti sull'altare dei conti, cosa che non è altro che un modo per segare il pubblico e far fare più profitti ai privati. Si tratta di un malessere che si esprime in voti ovunque e sempre contro i governi in carica, da tempo. Qui ha assunto le forme di un No a una riforma voluta dal governo in carica, appunto. Se le forme della politica, se il popolo, non si riprenderanno il loro potere nei confronti di un'economia vorace, ne finiranno divorati. Ma anche in questo caso le cose sono troppo complesse per affrontarle qui, vale la pena però di metterle a verbale.

4) I partiti, tutti, che tentano di appropriarsi della vittoria del No perché avevano invitato a votare No fanno quasi tenerezza: non hanno capito che le cose sono molto più grandi di loro e di conseguenza pensano che li aspetti ora un pranzo di gala. L'erosione dei diritti è una piena che senza argini travolgerà tutti. Come mettere l'argine? Anche qui, questione complessa. Ma una cosa si può dire: l'unica forza che ha portato le ragioni di un popolo al governo ultimamente è stata Syriza, in Grecia. Una forza del tutto inedita. Una forza che ha preso i voti perché si mostrava “toccata” dalle condizioni del popolo greco e si mostrava “toccata” quando tentava soluzioni ancor prima di andare al governo. Una forza che costruiva welfare laddove altri lo distruggevano ancora prima di andare al governo, spendendosi di persona invece di logorarsi in inutili riunioni di vertice. Chiaro? Studiare quello che era Syriza prima che venisse strangolata dall'economia finanziarizzata che ha messo le fauci al sogno europeo potrebbe essere già un buon punto di partenza. Ma studiarla davvero, con umiltà, non scimmiottarla.

5) Renzi si è mostrato un politico pessimo, un abbaglio per un popolo che gli si era affidato in piena crisi di identità, un pericolo per il suo partito già deteriorato da tempo. Ha fatto, sempre, la politica voluta da Bruxelles fingendo in extremis di essere contro la burocrazia europea comandata dall'economia finanziarizzata, si è scavato la fossa da solo scegliendo lui una riforma pessima e chiedendo su di essa un voto di fiducia non al Parlamento, ma all'Italia tutta, non avendo capito minimamente l'aria che tirava. Ha fatto nel cuore della notte un discorso di dimissioni da capo del governo all'altezza della sua fama: tutto apparenza e di sostanza pessima. Ha indossato il sorriso, ha fatto lo sportivo, ma nella sostanza ha detto: ora vado via col pallone, che è mio, e voi se volete giocare sono affari vostri. Questo, in soldoni, è stato l'affondo rabbioso (al di là del sorrisino ruffiano a favore di telecamera, cosa che rende l'affondo ancora peggiore) quando ha affibbiato agli esponenti del No l'onere di fare loro la proposta di legge elettorale. Il fronte del No non era una coalizione che si candidava a governare l'Italia, questo lo si sa tutti, anche se molti fingono di ignorarlo. E lui rimane il segretario del maggior partito nonché il presidente del consiglio che ci ha portato fino qui. Un po' troppo per prendere il pallone e andare a casa arrabbiati perché hai preso gol. Gli rimangono addosso milioni di voti, sì. Ma anche una sconfitta grave, che non ha nulla a che vedere con quella di quando perse contro Bersani: lì era ancora un outsider di belle speranze, qui ha perso da capo del governo.

6) Mentana si dimostra il meno peggio in un panorama televisivo estenuante. Niente di che, in mezzo alle mosche anche un passerotto sembra un'aquila. Però, sentir tentare di ragionare alcuni giornalisti (per carità, il solito giro) da lui, e poi cambiare canale e vedere Fassina e la Carfagna, Fratoianni e Gasparri che si parlavano addosso come sempre, sì, l'ha fatto apparire un'aquila.

venerdì 28 ottobre 2016

Lo sciacallo renziano che è in me e non lo sapevo

La vicenda da cui parto è personale, ma credo possa essere di interesse pubblico, per questo ne scrivo qui. Le considerazioni cui mi ha portato sono diverse, cercherò di essere schematico per illustrarle tutte nel tentativo di non essere dispersivo.

1) L'altroieri ho postato sui miei profili facebook e twitter la seguente frase: “Niente più terremoto. #bastaunsì”.

2) Si tratta ovviamente di una battuta, come capisce chiunque sia in grado di leggere senza ottundimenti.

3) La battuta ha come oggetto della critica un certo tipo di propaganda dei favorevoli alle riforme costituzionali volute dal governo Renzi - tanto da usarne il claim “bastaunsì” in maniera volutamente paradossale e rovesciata - secondo la quale una volta che vincessero i Sì, gran parte dei problemi italiani si risolverebbe automaticamente.

4) La battuta è anche il tentativo di sostenere che non è di riforme costituzionali che l'Italia ha bisogno, bensì di piani di recupero idrogeologico e antisismico, di investimenti per ricerca, innovazione, lavoro buono, eccetera.

5) La battuta non offende minimamente le vittime del terremoto, anzi. Il dramma è usato come una leva per criticare il potere. Non – sia chiaro - per dire che se ci sono stati il terremoto e i danni è colpa di Renzi. Ma per sostenere che le priorità di questo paese sono altre e che se uno vuole cambiare verso non è dalla Costituzione che dovrebbe partire, come ahimé ci ricordano ciclicamente le calamità cui siamo sottoposti.

5b) (Spiegare battute è umiliante per chi parla e/o scrive e per gran parte di chi ascolta e/o legge, ma visti certi tipi di uditorio ho imparato che a volte è necessario).

6) La battuta è stata capita e apprezzata da alcuni. È stata capita e non apprezzata, presumo, da altri, come capita.

7) La battuta è stata clamorosamente non compresa da altri che hanno preso e suppongo stiano continuando a insultarmi su twitter.

8) Cioè. Insultano non me, ma ciò che pensano che io sia. Cioè un sostenitore del Sì, renziano, che ha sfruttato il terremoto per fare una propaganda da sciacallo.

9) Chi ha avuto la pazienza di arrivare fino qui, starà dicendo tra sé: “Non è possibile”. Invece sì, se volete guardate qui.

10) Ora. Chiunque non sia ottuso, capisce che solo una persona fuori dalla realtà potrebbe pensare di propagandare una riforma costituzionale attribuendole il potere di bloccare i terremoti. E se non sei ottuso, una persona fuori dalla realtà la lasci lì, o se la vuoi aiutare la porti da un buon medico.

11) Invece i flamer del No su twitter si sono concentrati su questo presunto sostenitore-sciacallo del Sì, nonché coglione, coprendolo di insulti.

12) La stragrandissima maggioranza di loro non si è premurata minimamente di andare a vedere i tweet precedenti, così da approfondire la conoscenza virtuale dello sciacallo-coglione. Alcuni hanno compiuto, sì, lo sforzo di andare sul profilo, ma vinti dalla fatica si sono fermati sul fatto che lo sciacallo si definisse “giornalista” e hanno usato il residuo di energia per ironizzarci sopra.

13) Pochissimi hanno invece tentato di approfondire e dopo aver affrontato l'immane sacrificio di leggere alcuni dei tweet precedenti hanno realizzato, dopo ore, che il presunto sciacallo non è in realtà né un sostenitore del Sì, né renziano.

14) Ma la fiamma dei flamer non si è spenta. Il coglione-sciacallo rimane tale. Difficile inserire la retromarcia quando il piede è sull'acceleratore schiacciato. Così, da sostenitore sciacallo del Sì, l'autore della frase è diventato uno che dovrebbe stare comunque zitto e/o uno che da giornalista non si dovrebbe permettere certe cose o di ironizzare sui terremotati (il tutto, si badi, senza aver mai letto una riga di quello che il giornalista scrive).

15) Insomma: la gran parte dei flamer che ho involontariamente attirato si dividono tra chi tuttora crede che l'autore di “Niente più terremoto. #bastaunsì”, sia un agit prop renziano e chi ne ha capito la reale identità ma non ammette che gli insulti erano mal riposti perché è venuta meno la presunta causa che li ha generati.

16) I flamer si sono concentrati su twitter. Su facebook si è capito che la frase voleva essere una battuta. O comunque non si sono accesi incendi di insulti. Perché? Se avete pazienza e fate uno sforzo, siamo alle conclusioni.

17) Perché su twitter, che passa per il social più “intellettuale”, c'è un anonimato di fatto che fa scattare la psicologia del branco. Su facebook, per quanto virtualmente, si è amici, difficilmente si vedono insulti diretti sulle bacheche altrui. Gli insulti ci sono, ma vengono scambiati nei cosidetti “gruppi”, dove si scontra gente che non è amica neanche virtualmente. Su twitter questa dinamica è la normalità: chiunque può insultare chiunque. E il fatto di non essere “amici” o “follower” e poterlo fare amplifica a dismisura il fenomeno.

18) Non sto dicendo che twitter e i social sono “il male”. Anzi. Sono, possono essere, strumenti preziosi e io ne faccio uso anche per lavorare. Il male è là fuori, lo sappiamo, e la rete è uno degli strumenti attraverso cui si manifesta. Però l'anonimato virtuale fa scattare una psicologia da branco dentro il cui vortice ci si sente in diritto di dire qualsiasi cosa. E i social questa dinamica la moltiplicano. La riprova è che io (o lo sciacallo renziano per cui mi hanno scambiato) in tutta la mia vita vera e non virtuale non ho mai preso direttamente - in faccia, dico - la caterva di insulti che mi è stata e mi continua in queste ore ad essere riservata.

19) Che utenza è quella che da un tweet, peraltro non capito, non si premura di tentare di approfondire, non lascia perdere, al limite, ma si precipita ad insultare? Non sto parlando di un singolo, ma di decine e decine di individui, cosa che tratteggia un fenomeno sociale. Insomma: quanto stiamo diventando (o siamo già diventati) marci? Quanto ci rifiutiamo di capire? Quanto siamo pigri? Quanto il web incentiva la pigrizia? Quanta frustrazione, disagio, fastidio ci sono dietro questo schermarsi e insultare?

20) Voterò No, convinto, al referendum. Ma gli ottusi flamer di twitter ieri mi hanno ricordato, qualora ce ne fosse stato bisogno, che non sto dalla parte del bene. E che dalla parte del Sì non sta il male. Che con me voterà No gente che io ritengo contribuisca a rendere invivibile l'ecosistema nel quale stiamo tutti. Ecco, la vicenda di ieri mi ha ricordato che è tutto molto più complicato di come appare, e a volte più semplice. Che è un'ulteriore complicazione. Ma che comunque bisogna tenere aperta la porta alla complessità. E lasciare i manicheismi rassicuranti ai flamer già stanchi dopo aver letto una riga.

E niente, se siete arrivati fino qui, siete degli stoici.

mercoledì 27 aprile 2016

Il giornalista, poverino (la dittatura del reale)

Giorni fa un quotidiano ha pubblicato un'intervista a una persona eletta in Parlamento che è stata definita così dall'intervistatore: “Modi gentili e pragmatici di chi ha lavorato una vita tra gli imprenditori”. L'episodio ha una valenza generale che prescinde da chi ha scritto, da chi ha pubblicato, e dall'inconsapevole persona intervistata. Perché come tutte le cose che danno assuefazione ma sono tossiche, quella frase appare innocente, o meglio - anzi, peggio - come una neutra presa d'atto. E invece è la dimostrazione di come il veleno entrato in circolo gradualmente ha pienamente dispiegato i suoi effetti sulla vittima. La vittima è innanzitutto il poverino che ha scritto una cosa del genere, e poi per il suo tramite tutti i lettori sprovvisti di barriere immunitarie in grado di identificare il veleno e isolarlo. Provo a spiegare perché.

1) I “modi gentili e pragmatici” vengono automaticamente estesi dalla singola persona a una intera categoria. Ne consegue che tutti coloro che “hanno lavorato una vita tra gli imprenditori”, e quindi tutti gli imprenditori, sono baciati dalla grazia di essere dotati di “modi gentili e pragmatici”. Ciò vale anche per chi, pragmaticamente e gentilmente, fa firmare alle donne che assume lettere di licenziamento in bianco allo scopo di utilizzarle in caso di maternità; per chi, pragmaticamente e gentilmente, smaltisce rifiuti pericolosi inquinando acque e terre e avvelenando popolazioni; per chi, pragmaticamente e gentilmente, evade massicciamente le tasse; per chi, pragmaticamente e gentilmente, sfrutta il lavoro nero.

2) Essendo propri di quella categoria, al limite dell'esclusività, si deduce che secondo l'estensore della definizione, “i modi gentili e pragmatici”, non possono essere propri delle persone che non fanno parte del gruppo cui lui li attribuisce. Se uno, per dire, scrive: “Ha il fiato e le gambe di un maratoneta”, vuole indicare una persona che ha proprio quelle doti, frutto di anni di allenamento; chi non corre maratone è escluso automaticamente dai detentori di quelle qualità. La conclusione più corretta sarebbe insomma che chi “ha lavorato una vita” tra i commercianti, gli infermieri, i geometri, gli spazzini, gli studenti, eccetera, o chi è addirittura disoccupato, non è tra quelli che, di diritto, si comportano “gentilmente e pragmaticamente”. Potrebbe rientrarci, forse, ma deve dimostrarlo, non facendo parte degli imprenditori.

3) La gentilezza non è stata mai fatta discendere dal fare impresa. In nessun saggio di economia si è mai letta una cosa del genere, mentre c'è chi ha autorevolmente parlato, riferendosi al comportamento di chi opera sulla scena economica, di “spiriti animali”. Sul pragmatismo c'è qualche margine in più. Anche se ci sono imprenditori che falliscono, alcuni anche più volte. Difficile descriverli con l'aggettivo “pragmatico”.

Perché, allora, l'estensore dell'intervista è incappato in una leggerezza del genere? Perché, poverino, lui è intimamente convinto che gli imprenditori siano tutti, o quasi, “gentili e pragmatici”. È stato per così tanto tempo esposto alle radiazioni tossiche del racconto che va per la maggiore - e non si è mai posto il problema di prendere le distanze, perché tutto sommato pensa che in quella posizione egli possa godere di qualche piccolo agio – da essere diventato egli stesso propagatore di tossicità.

Nel corso di quella vera e propria controrivoluzione iniziata più o meno una quarantina d'anni fa, è stato divelto qualsiasi appiglio che colleghi il nostro essere qui e ora alla possibilità di trasformarci in altro, noi e quello che abbiamo intorno. Siamo nella “dittatura del reale”, in cui, come in ogni dittatura, comandano in pochissimi e l'oggi tende a raccontarsi come perpetuo. Questa “dittatura del reale” si nutre di diversi ingredienti e dopo aver strangolato la politica come strumento di esercizio, seppur parziale e perfettibile, di potere del popolo, oggi ha i suoi altari da venerare. Uno di questi è la bontà dell'impresa. O meglio, della logica del fare profitto. A prescindere. Di qui discende, come un automatisno, la definizione rozza - e nella sua rozzezza semplificatoria ben adatta a essere utilizzata come metafora degli atteggiamenti in questi tempi amputati - “modi gentili e pragmatici di chi ha lavorato una vita tra gli imprenditori”. Si tratta di una violenza semplificatrice che si abbatte sulla realtà stessa, perché anche solo ricorrendo al semplice buon senso si capisce che non ci sono un solo tipo di impresa, un solo tipo di imprenditori. Ma da chi è impregnato di tossicità è difficile ottenere la lucidità del buon senso.

Una delle poche cose che si può tentare di fare è spendere parole per arginare la tossicità messa in circolo da questa “dittatura del reale”. Che ha mezzi formidabili per distorcere interpretazioni e obiettivi. E porta le persone a scatenarsi genericamente contro “la politica”, vista come madre di tutti i mali, e a non pretendere nulla dagli imprenditori, che rimangono tutti “gentili e pragmatici” anche quando migliaia di loro nomi in tutto il mondo vengono pubblicati in un elenco di maxi evasori fiscali. Anche quando la politica non esiste più, se la si intende come potere diffuso di trasformazione, essendo il potere concentratissimo in mano a pochi impegnati a diffondere il verbo del profitto dopo aver fagocitato politici, giornalisti e accademie e averli ridotti ad agit prop. Anche se qualcuno e qualcosa resistono.

lunedì 8 febbraio 2016

Gianni Maroccolo e noi

Ero tra i fortunati in platea al Teatro Studio di Scandicci, l'altra sera, per la prima di “Nulla è andato perso”, lo spettacolo in musica che celebra i trent'anni di attività di Gianni Maroccolo. Spettacolo in musica, sì, ché concerto - per quanto uno di concerti bellissimi ne possa aver visti a decine – è riduttivo. Ma non è della qualità dello show che mi preme parlare qui. Una performance che mescola trent'anni di musica, suggestioni, colori, atmosfere partoriti con persone diverse, alcune delle quali entrate nel palco-non palco del teatro (non c'era alcuna differenza di altezza tra musicisti e platea, non per egualitarismo inopportuno tra artisti e pubblico, ma quasi un invito a respirare insieme, o almeno a me piace pensarla così); una performance così, dicevo, che mette insieme tutta questa roba diversa come se fosse un disco uscito ieri, non ha bisogno dell'ennesima recensione che ne esalti la magia. E poi non sarei credibile. Maroccolo è clamorosamente presente in tutta la musica italiana di cui sono tuttora estasiato fruitore. Quella musica che - dipende da come la vivi, ma quando incappi in certi fenomeni a una certa età può capitare - non è esagerato dire che ti cambia la vita. Nel senso che, insieme a mille altre cose che entrano nel tuo frullatore esistenziale, ti porta a guardare le cose da un punto di vista spesso ostinatamente alternativo, a volere altro da quello che ti si propone davanti, a essere insopportabilmente snob, a volte, perché tu non ascolti, non guardi, non leggi quello che tutti hanno a portata di mano. A prendere strade troppo poco battute, a volte; ma proprio per questo a scovare perle, se sei fortunato. Ecco, insomma, uno che ha suonato nei primi tre dischi dei Litfiba, che poi ha dato vita ai Csi, che ha prodotto il primo cd dei Marlene Kuntz, che ha concepito una gemma come Acau, è del tutto plausibile che incarni qualcosa che va anche oltre la musica. E l'altra sera ho capito, o meglio, credo di aver messo meglio a fuoco perché. Che poi è semplice.

È che Maroccolo è un artista vero. Ce ne sono tanti. Ma seguendo il suo percorso, che si è manifestato in tutta la sua intensità l'altra sera - per le cose suonate, per come le ha suonate, per le persone con cui ha scelto di suonarle, per le cose dette con un filo di voce e con un curioso misto di ritrosia e voglia di manifestarsi - a me questa cosa che ho sempre pensato, è apparsa ancora più nitida e con una sua peculiarità. Ora però occorre chiarirsi sulla locuzione “artista vero”. Ce ne sono tanti, accennavo, di artisti veri. Molti di successo, altri condannati all'oscurità. Maroccolo sta nel mezzo. Non per un malinteso senso di medietà, sia chiaro. Ma perché lui è riuscito ad essere un musicista di un qualche successo senza mai concedere nulla agli affari che girano intorno all'arte. Si percepisce, si respira, ascoltandolo, che Maroccolo crede in tutto quello che fa e che ha fatto. Che non c'è nulla che faccia perché pensa possa piacere ad altri: il primo a cui devono piacere le sue cose è egli stesso. Potrà sembrare una banalità, ma di compromessi al ribasso per allargare il proprio pubblico è innervata la storia di qualsiasi arte. Maroccolo lo sa solo lui, ma credo davvero non ne abbia mai fatti, o se non altro non ne ha fatti di esiziali. L'artistone di successo (non faccio nomi per non urtare sensibilità, non degli artistoni che ovviamente non mi leggono, ma dei loro fan) ha la sua immagine, ha i suoi cliché che consapevolmente o meno riconferma. E fa successo. E tiene alto il mito. Fa successo, ed è un successo basato sulla qualità, per carità, ma che occhieggia anche al compromesso. All'opposto sta l'artista così coriacemente artista, così lontano dal percepire comune e dall'accordo col mainstream, che è magari costretto a fare altro per guadagnarsi da vivere, poiché non riesce a instaurare canali di comunicazione con un pubblico abbastanza ampio da poter vivere della sua arte. Maroccolo appartiene a quella schiera di grandissimi baciati dalla grazia di poter vivere della propria arte pur non avendola mai (mai) svenduta.

Ed è - qui sta il punto - questo stato di grazia ad avergli dato l'importanza che ha per il rock italiano tutto e per la platea piccola o numerosa che lo segue. È avendo fatto emergere da una tale profondità le sue produzioni, è avendole protette dalla corruzione ed essendo stato bene attento a preservarne l'intimità; è avendo scelto ogni volta la sua arte, che Maroccolo ha potuto dare le cose dell'importanza che ha dato. Viceversa sarebbe stato un bassista/musicista come tanti. Magari con un conto in banca più cospicuo, e anche più conosciuto, ma senza alcuna traccia lasciata dietro di sé. Buono per tre minuti di radio. No. È questo dar vita ai sentimenti che ha reso Maroccolo l'artista che è. Uno di spicco, pur essendo rimasto sempre dietro, sulle migliaia di palchi calcati a ruminare note e a consumare la vernice del suo basso (sempre quello, da decenni). Perché quando ascolti le cose che fa, se hai la fortuna di stare in sintonia con lui, sai che quelle cose sono frutto dell'arte, non del compromesso. Quindi autentiche, piene. Ed è per questa autenticità profondissima che si è potuto permettere di dare al suo spettacolo quel titolo: “Nulla è andato perso”. Dalla cantina di via dei Bardi, a Firenze, dove fondeva gli amplificatori insieme a quelli che avrebbero dato vita alla band più importante della new wave italiana fino al viaggio col compianto Claudio Rocchi. Nulla è andato perso per uno che ha sempre curato i canali che s'instauravano con le persone con cui si è messo a suonare. “Perché la musica se non la condividi non ha senso”, dice lui, ma la devi condividere con le persone giuste. Questo Maroccolo l'ha sempre saputo. E ci regala un esempio di fedeltà a se stessi tanto più pregnante in un mondo dove la regola è l'auto-amputazione, il compromesso al ribasso che ricaccia indietro e non consente di guardare lontano, ma al massimo di sopravvivere (e neanche tanto bene). Maroccolo insomma, questa è la sua grandezza che va ben al di là della musica, restituisce non solo la dignità, ma l'importanza ai sogni. Senza il nutrimento dei quali le cose che facciamo sono destinate a perire in fretta, a rimanere in superficie, a non lasciare segni perché prive di anima. Magari più facili e più adatte a piacere di più. Ma deprivate.

giovedì 28 gennaio 2016

La memoria ci fa buoni

C'è da sfidare accuse di vilipendio e di una qualche possibile lesa maestà, ma c'è del fondamento a sostenere che dietro la Giornata della Memoria si nasconde un bluff nel quale peraltro cadiamo volentieri. Tranquilli. Niente accuse di complotti giudaici, niente piatti usurati di bilance su cui mettere i morti di una parte e quelli dell'altra dell'infinito conflitto israelo-palestinese. E ancora, tranquilli: è stata sacrosanta l'istituzione della Giornata della Memoria e resta sacrosanta la sua celebrazione, ma ciò non toglie che sia un bluff; dirlo significa voler bene alla Giornata della Memoria, volerne serbare il cuore, non il contrario.

La Giornata della Memoria, la consacrazione di un giorno al ricordo dell'Olocausto, come tutti i riti, serve. Intanto a comunicare a bambini e ragazzi che c'è stato l'Olocausto. Serve a vederli uscire da scuola - se hanno avuto la fortuna di incappare in insegnanti decenti - con la faccia contratta e sentirli dirti: "Abbiamo parlato dei campi di concentramento". Serve a far muovere loro i primi passi nel confronto con gli abissi di cui l'umano è capace nella speranza che nella loro vita sceglieranno di colmarli con atti concreti, quegli abissi. Serve, può servire, a noi adulti a farci vergognare almeno un po' dell'utilizzo come epiteti di rabbino, zingaro, frocio, mentre per un giorno ricordiamo che furono le tre categorie principali che affollarono i campi di concentramento.

Poi però, comincia il bluff della memoria. Perché l'Olocausto, come tutte le pulizie etniche, aggiunge al fatto di essere un crimine quello di essere stato calcolato e seriale e, nel caso specifico, messo in atto da uno Stato. Non un omicidio, non l'uccisione di un nemico, non l'isolato gesto di un folle. Ma più di tutto questo messo insieme, portato avanti nel tempo con intelligenza e grande dispiego di risorse. E ciò, nella sua immanità, lo rende ineguagliabile e schiaccia tutti gli altri crimini, tutte le altre tragedie in posizione secondaria, li fa un po' meno gravi.

Ed è proprio nel rendere tutti gli altri abissi provocati dalla nostra umanità claudicante meno profondi che l'Olocausto, o meglio, la sua memoria, ci fornisce un alibi formidabile: noi non saremo mai capaci di renderci complici di una cosa del genere, noi non faremo mai una cosa del genere. Una cosa del genere è praticamente irripetibile e quindi noi ne siamo al riparo. È così che noi, ricordando l'Olocausto diventiamo più buoni.

Non solo. Qualsiasi dramma e/o tragedia, essendo non così grave come l'Olocausto, diventa non meritevole di attenzioni urgenti. Così abbiamo l'alibi non solo per non far nulla di fronte alla strage di persone che si giocano la vita pur di tentare di venire a migliorarla qua da noi; ma anche per discettare amabilmente mentre affogano o vengono torturate e violentate sull'altra sponda del Mediterraneo su come "regolare i loro flussi", manco si trattasse della pressione dell'acqua, perché "non si può mettere a repentaglio la nostra vita quotidiana". E quando qualche inguaribile utopista fa notare che il nostro è un atteggiamento disumano, ci solleviamo dinanzi alle argomentazioni dell'intellettuale realista di turno che ci toglie d'impaccio suggerendo che la storia, ahinoi, è costellata di sangue e tragedie e che gli Stati sono nati per difendere gli interessi dei propri cittadini eccetera... E anzi, le facciamo nostre quelle argomentazioni, nei dibattiti da social network o da salotto borghese in sedicesimi. E, ancora una volta, ci sentiamo buoni, sollevati da responsabilità che non ci riguardano, convinti di stare nel giusto. Però, permettete: un conto è parlare delle tragedie passate o di quelle attuali di cui non sappiamo; un conto è parlare di ciò che ci accade sotto gli occhi in termini di vita, tra una imprescindibile dichiarazione di Renzi e un anatema di Grillo.

Ora, per smascherare il bluff della Giornata della Memoria ci sarebbe da non trasformarla in esercizio di esorcismo, ma in presa in carico di responsabilità. Non serve a progredire specchiarsi nel male assoluto per dirsi: io sono meglio. Occorre piuttosto dirsi e dirci: che cazzo sta succedendo e perché? Perché la vita umana è diventata importante quanto lo spread, anzi meno? Perché le risorse pubbliche possono salvare banche e non vite umane? Perché? Ci condanneremmo a cercare risposte e forse ci sentiremmo meno buoni, meno rassicurati e così miglioreremmo. O forse no. Continueremmo a fare sermoni su quanto erano cattivi i nazisti e quanto oggi siamo progrediti noi.

domenica 27 settembre 2015

A proposito di GLF

Non condivido praticamente nulla di quello che Giovanni Lindo Ferretti va dicendo da qualche anno su religione, politica, immigrazione e altro (le ultime cose le ha dette nell'intervista al Fatto Quotidiano che sta diventando virale on line). Lo dico da persona che ha succhiato note e versi di Csi e Cccp fino a farne parte costituente di sé. E che ha anche letto alcune delle sue ultime produzioni.

Nella gran parte delle parole di chi critica Ferretti però, sento uno stridore fastidioso e (quasi) inedito. Perché da un lato sono quelle di chi in teoria la penserebbe più o meno come me, ma al tempo stesso mi pare poggino su basi inconsistenti che proprio per questo portano a derive fatue se non dannose. Si critica Ferretti da un punto di vista praticamente solo estetico. Banalizzando per capirsi: non sei più quello di un tempo; come si fa a cambiare la propria posizione fino a rovesciarla; eccetera...

È un tipo di critica che intanto nega l'umanità, che è cambiamento continuo, scarto, errore, caduta e ripresa; movimento insomma, anche se ci sembra sempre tutto uguale. E al tempo stesso non si confronta sulle idee, sulla loro qualità. E ciò non contribuisce a migliorare neanche le proprie, di idee, che vanno sempre sottoposte a verifica, per quanto si può; altrimenti si induriscono fino a diventare inerti.

Allora: io credo che Ferretti non sbaglia perché non è più quello che a noi piacerebbe che fosse. Ma perché quando parla di Stati che devono tutelare i propri cittadini prima e gli stranieri solo poi dimentica che le frontiere degli Stati sono ormai diventate porose a tutto: capitali (anche di provenienza criminale), merci, titoli obbligazionari, azioni. Gli Stati aprono (sono obbligati ad aprire in alcuni casi) le loro frontiere per approvare leggi finanziarie che vengono scritte altrove da persone di nazionalità diversa da quella di chi subirà gli effetti di quelle leggi. Solo per i poveri cristi le frontiere rimangono alte. E per questo io penso che le frontiere degli Stati siano un'invenzione utile solo a chi sta sopra e divide e impera, e non a chi (come la maggior parte di noi) sta sotto e ancora non l'ha capito poiché crede di stare sopra.

Io credo che Ferretti sbaglia perché non è un'argomentazione valida dire che "tanti giovani di destra venivano ai concerti dei Cccp e io devo loro riconoscenza". Questa è un'argomentazione estetica, alla quale si potrebbe rispondere: e allora perché non ti ricordi del tuo pubblico di sinistra? Ma è una banalità al cui confronto quelle di Giorgia Meloni sembrano le riflessioni di un gigante del pensiero.

Ferretti sbaglia perché secondo me la religione è spiritualità, e quindi fatto essenzialmente privato, intimo. Sbandierare la propria fede a me sa di pornografia dei sentimenti, per questo non amo le religioni istituzionalizzate, misto di pornografia sentimentale e superstizione. E soprattutto, sbandierare la propria religione in faccia ad altri è un po' come brandire un'arma. E a me le armi non piacciono, preferisco combattere con le idee.

Infine, Ferretti secondo me sbaglia perché la destra sta facendo di lui un idolo. E mi pare di ricordare che a lui non piaceva. E penso che su questo no, non dovrebbe aver cambiato idea.

sabato 4 luglio 2015

Tornare alla vita

Voteranno solo loro, ma il referendum dei greci riguarda tutti. Primo, perché è la prima volta nella storia che un popolo europeo si esprime sulla politica europea, a meno di non voler considerare le elezioni per il Parlamento europeo cui siamo chiamati ogni cinque anni, come qualcosa che abbia mai avuto a che fare davvero con le politiche di Bruxelles. Secondo, perché vista la posta in palio, il risultato di domani avrà di sicuro un effetto reale, in un senso o nell'altro: o la politica dei tagli sarà confermata (in caso di vittoria dei Sì) o si potrà affacciare qualcosa di diverso, in caso di vittoria dei No. Qualcosa di diverso in Europa, sia chiaro, perché al netto della propaganda pro-Sì, un'uscita della Grecia dall'euro è impensabile. Non la vuole Tsipras, che l'ha detto in tutte le salse; non se la può permettere l'Europa.

Se le cose stanno così, approcciarsi al voto di domani e alla questione greca e a quella europea con la calcolatrice in mano, appare quanto meno grottesco. Anzi, proprio un nonsenso. La Grecia che alcuni dipingono come un paese di “furbetti” è un posto dove grazie alle politiche dei tagli sono aumentate le morti perinatali perché si è tornate a partorire in casa per evitare i ticket all'ospedale introdotti dall'austerità; è un posto dove il governo dei “furbetti” vuol garantire le persone dal taglio dell'energia elettrica per morosità (ed è noto che chi non paga la corrente, con quei soldi va in vacanza in resort esclusivi, no?) e offrire trasporti pubblici gratis a chi è sotto una certa soglia di reddito; è un posto dove si fanno collette di medicine e dove si sono apprestate cliniche solidali in cui volontari curano chi non ha i soldi che oggi servono per garantirsi la salute. La Grecia siamo noi senza futuro, senza ambiente, massacrati dai tagli, che per rimozione ci sentiamo fighi perché tanto tocca a loro, un po' come facciamo coi migranti.

La Grecia però è un posto, l'unico in Europa, che anche grazie al referendum di domani ha rimesso al centro la vita delle persone invece che farle girare, le persone e le vite, attorno ai mercati. E per questo è un posto dove la parola politica è tornata ad avere il suo significato, laddove altrove è sinonimo di paralisi, incapacità di muoversi se non nella direzione imposta dai capitali che seguono i loro interessi indisturbati poiché gli altri, cioè noi - impauriti e resi ciechi della propaganda - i nostri interessi non sappiamo neanche più riconoscerli.

Voteranno solo loro, i greci. Ma siccome per la prima volta dopo decenni una consultazione popolare potrebbe incidere sulla vita di tutti, anche sulla nostra, io mi auguro che dicano No.

mercoledì 29 aprile 2015

Razzismo for dummies

Il razzismo è una malattia che si può prevenire. A patto che se ne riconoscano i sintomi. Il virus del razzismo è particolarmente ostico da debellare perché si incuba nell'organismo principalmente attraverso programmi televisivi e chiacchiere da bar e per lungo tempo non dà luogo a disturbi particolari. Quando i segni cominciano a manifestarsi all'esterno però, potrebbe essere già troppo tardi per intervenire. Per contrastare efficacemente il virus è quindi fondamentale riconoscere i sintomi appena vengono alla luce. Il vantaggio è che non servono visite specialistiche, si può ricorrere anche all'auto-esame. Ecco una mini-guida per riconoscere alcuni dei principali sintomi del virus razzista.

1) Iniziare una frase con «non sono razzista ma».

2) Estendere la colpa per il reato commesso da un singolo individuo all'intera categoria della quale l'individuo fa parte.

3) Blaterare contro chi attraversa il Sahara a piedi e sale sui barconi in Libia evitando di chiedersi come mai una persona mette a rischio la propria vita, pagando, per lasciare casa sua.

4) Ritenere più pericolosi per la propria vita un rom, un mendicante o un lavavetri invece di chi evade le tasse.

5) Essere convinti che una famiglia straniera che ottiene una casa popolare commette un furto, senza essere minimamente sfiorati dal sospetto che la rapina ai danni di tutti è che non ci sono case popolari per tutti quelli che non possono permettersene una.


venerdì 24 aprile 2015

La Liberazione è ribellione

Il rischio che il 25 Aprile si trasformi in un garrire fatuo di bandiere c'è praticamente da sempre. E se la Liberazione rimane intrappolata nella sua dimensione di rito - stanco e noioso come tutti i riti - è perché di essa non si riesce, non si è riusciti, a trasmetterne adeguatamente il valore costituente. Affinché le bandiere sventolino con un senso, occorre andare alla radice costituente della Liberazione.

Il valore costituente della Liberazione risiede nel suo essere stata un atto di ribellione a uno stato di cose inaccettabile. E come ha insegnato Camus, dietro ogni no c'è un sì: un passo verso la costruzione del mondo che si vorrebbe. Questa è la radice profonda della Liberazione, che in tal senso ha accompagnato la parte migliore della storia d'Italia della seconda metà del Novecento. Il voto delle donne, lo statuto dei lavoratori, i diritti civili sono stati altrettanti no per andare avanti. Sottesa alle battaglie per conquistarli c'era appunto la ribellione allo stato di cose precedenti e l'anelito a un mondo nuovo. Lo spirito della Liberazione.

Ma non è solo una questione di storia. Perché del valore costituente della Liberazione come atto di ribellione oggi si sente un bisogno vitale. Come può la nostra vicenda proseguire decentemente senza un atto di ribellione alla politica intesa nel migliore dei casi come esercizio di ragioneria?, come si può pensare di convivere decentemente se non ci si ribella all'idea di fortezza assediata a cui è stata ridotta l'Europa?, come si può pensare di costruire il futuro se non ci si ribella a un mercato che appalta e divora pezzi di vita (previdenza, sanità, scuola) rimettendo la vita al centro?, come, se non ci si ribella alla guerra tra poveri che viene imposta dalla narrazione dominante? E come si può pensare di ribellarsi con un minimo di efficacia se non ci si ribella all'atomismo imperante per tornare a ragionare collettivamente, perché solo collettivamente si possono affrontare questioni che riguardano il nostro vivere comune?

E se la Liberazione è ribellione, la Liberazione è sempre. Perché si rinnova di conquista in conquista, si modella sul tempo che scorre. Perché c'è sempre qualcosa a cui ribellarsi per guardare oltre l'ordine che ci viene raccontato come unico e immutabile. Cosa questa, che rende la Liberazione formidabilmente antitetica al fascismo, che al contrario è rigidità, staticità, ordine costituito. Cui ci si deve ribellare, sempre, per andare avanti.