domenica 3 giugno 2018

Disclaimer: post livoroso


Nell’antipasto c’è di tutto: pizza, salumi, crostini, frittini, formaggi. Il tutto contenuto in un piatto di un diametro sensibilmente maggiore rispetto a quelli nei quali siamo abituati a mangiare tutti i giorni. Poi c’è il primo: una pastasciutta che viene sporzionata al tavolo dopo essere stata fatta arrivare dentro una forma di parmigiano scavata all’interno per fare da contenitore alla pietanza. Infine, una grigliata servita su un tagliere di dimensioni sovranaturali, dove sono finiti arrostiti presumibilmente gran parte dei tipi di carne conosciuti all’umanità. È mentre lui sta mangiando questa roba che arriva stentorea la sua voce.

“Lui” sta con “loro”. Ma “loro” non si odono mai. “Loro” sono una bambina che avrà poco più di dieci anni e una donna tra i quaranta e i cinquanta, faccia monoespressione su una tonalità tra il serio e l’annoiato. “Lui” è più o meno coetaneo della donna. Gli anni ne hanno appesantito il fisico. Si è fatto crescere una barba che una volta si sarebbe detta “risorgimentale”, avete presente le barbe di Mazzini e Garibaldi?, ma oggi è “da hipster”. All’arrosto il cameriere, che deve conoscerlo piuttosto bene, resta vicino al tavolo, e così inizia la conversazione. Si riescono a carpire alcuni termini e frasi smozzicate: «Vengo da una famiglia libertaria...considero il fascismo un’idea come le altre...io sono nazionalista, che c’è di male?». I contenuti appena riportati sono del cliente, che nonostante sia solo in fase di riscaldamento vocale, riesce comunque a respingere ogni tentativo di parola del cameriere. La voce si fa sempre più chiara anche a chi pur trovandosi nelle vicinanze, non ha alcun interesse ad ascoltare.

«Io sono nazionalista, che c’è di male?», eravamo rimasti qui. Ma quella era solo la premessa che serviva a preparare il campo per raggiungere l’apice retorico, che arriva nella frase scandita subito dopo a un volume più alto: «Perché se io vado in Polonia devo rispettare la legge altrimenti mi fanno un culo così, e invece in Italia ognuno può venire qua a fare quello che gli pare?».

Ecco. Io credo che chi non si riconosce nelle idee del ministro dell’Interno e dell’uomo con la barba che io mi sono ritrovato a poca distanza, debba smetterla di replicare a ogni sussurro suo (del ministro dell’Interno) o di chi gli sta intorno. Penso che dovrebbe smetterla di replicare e provare a tematizzare con i suoi argomenti, spostare proprio il campo di gioco. Ma questo è un discorso lungo, che non ha senso intraprendere in questo, che è un post livoroso e che quindi lascerà il tempo che avrà trovato. Ecco, dicevo, penso che sarebbe ora di tematizzare, ma mi contraddico subito. E replico. Replico qui, perché sono civile, e se avessi replicato al ristorante sarebbe finita in caciara.

Ecco, dicevo. Io penso che con questa gente si debba cercare di parlare per tentare di bilanciare la propaganda cieca e irragionevole sotto la quale si rischia di rimanere anestetizzati e di parlare come replicanti. Però questi dovrebbero anche cominciare ad avere un po’ di pudore, a vergognarsi almeno un po’ di quello che dicono. Se non altro a non esserne così fieri, come mi è parso essere l’uomo con la barba. Perché quelle frasi, dette sulla terrazza di un ristorante con vista strepitosa, serviti al tavolo mentre si sta introducendo nel proprio corpo una quantità di calorie che sarebbero sufficienti ad andare avanti senza cibo per tre giorni, sono vergognose. Nel senso che se uno avesse la contezza di star sparando una cazzata enorme se ne vergognerebbe. Chi le pronuncia però non ne ha assolutamente contezza, altrimenti non parlerebbe, e quindi non prova vergogna. Anzi. Alza la voce. Si fa sentire.

E però, la prova che egli sta sparando una cazzata enorme è data da egli stesso nel momento preciso in cui sta sparando l’enorme cazzata. Che rimane una cazzata enorme, nonostante sia suffragata quotidianamente da valanghe d’inchiostro e bit spacciate da giornalisti in cerca di vendite e analisti e politologi a metà tra l’deologicamente accecato (pur cercando accuratamente di non farlo sembrare) e lo smodato desiderio di affermarsi tentando di suscitare clamore con idee “politicamente scorrette”. Da anni, giornalisti, analisti e politologi di cui sopra, vanno spacciando la “teoria dell’uomo della strada”. Che ha sempre ragione. Che va “ascoltato e non trattato come un inferiore”. Che se dice qualcosa è perché quella cosa ha ragioni profondissime che gli intellettuali (ovvio, “de sinistra”) non capiscono. Dall’invito ad ascoltare le esigenze “dell’uomo della strada”, si è arrivati alla sua santificazione. E come tutti i santi, guai a contraddirlo, l’uomo della strada. Sono due fenomeni, quello dell’uomo della strada e dei suoi santificatori, che si alimentano l’uno con gli altri. L’uomo della strada sentenzia, i suoi santificatori a un livello più alto amplificano la sua opinione e la ergono a dogma, l’uomo della strada si specchia in esso, la politica assorbe il tutto e traduce.

Sto divagando. Perché, dicevo, l’uomo con la barba è lui stesso la prova che l’adagio che egli sta traducendo in quel momento (“non siamo più padroni in casa nostra”) è una cazzata enorme? Perché non lo sta minacciando nessuno. Perché in Italia chi delinque paga, e se il delinquente non paga è perché in genere è un potente, non un poveraccio. Perché lui, l’uomo con la barba, sta spendendo per un pranzo una cifra che coloro cui egli imputa la colpa di non poter essere padrone in casa sua, non hanno forse mai visto tutta insieme se non prima di darla all’aguzzino che li ha portati qua su un barcone traballante. Perché non c’è nessun esercito a minacciare la “civiltà” dell’uomo della strada. Non c’è nessuno da cui difendersi. E se mai ci fosse qualcuno da cui farlo, quello non è certo l’immigrato.

Se l’uomo della strada avesse contezza di questo, si difenderebbe semmai da chi lo ha eretto su un piedistallo coltivando la sua ignoranza e facendoci crescere sopra una fortuna politica, editoriale, accademica a volte. Si difenderebbe da chi gli sussurra che “chi vuole accogliere gli stranieri è perché non conosce il disagio delle periferie”. Come se chi dice quelle cose lì il disagio delle periferie lo conoscesse. O come se lo conoscesse lui, il disagio delle periferie, l’uomo con la barba che si sta mangiando l’impossibile su un panorama mozzafiato. O come se il disagio lo conoscesse chi ha postato su facebook il meme vergognoso che vedete a corredo di questo post. Ieri ha postato questa idiozia. E oggi se n'è andato al mare (facebook non dà scampo se gli affidi la tua vita, contatto mio). Siete padroni di ingozzarvi, di andare al mare. Ma non di prendervela con chi sta peggio di voi e non fa nulla contro di voi. Dovreste prendervela con chi plaude alla vostra ignoranza, coltivandola, facendoci sopra una fortuna. Ma non ci arrivate.

martedì 15 maggio 2018

Senza senso

Il M5S è un’organizzazione formidabile. Ne sono una prova le dichiarazioni fotocopia che nei diversi momenti vengono rilasciate dai diversi esponenti. Fotocopia proprio. Ora è il momento di questa, reiterata dai vari e dalle varie Grillo, Toninelli, Di Maio, Spadafora, Bonafede eccetera; suona così: «Per la prima volta nella storia c’è una trattativa sul governo al centro della quale ci sono gli interessi dei cittadini». In bocca a qualsiasi altro esponente politico apparirebbe come una delle tante dichiarazioni buttate là a favore di telecamera. Lo è. Ma i grillini sono “nuovi”, e la ripetono con una precisione che nemmeno il copia-incolla, tanto che ti viene pure la tentazione di crederci. Però c’è qualcosa che stona.

1) Non si ricorda esponente politico che abbia mai detto di star facendo trattative per curare i suoi affari personali, il suo destino politico, quello del suo partito o quello dei suoi cari. Tutti, sempre, impegnati nelle più strenue battaglie di potere, hanno dichiarato pubblicamente che lo stavano facendo nell’interesse dei cittadini. In questo gli esponenti del M5S sono identici ai politici che li hanno preceduti, ai loro contemporanei, e a chi verrà dopo di loro.

2) Credere a quella affermazione seriale è un vero e proprio atto di fede; lo stesso che fa chi crede alla verginità della Madonna, alla reincarnazione o alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Lo è perché, semplicemente, nessuno tranne i partecipanti sa cosa si stiano dicendo le delegazioni di M5S e Lega in questa serie infinita di incontri che dura da giorni. Non ci sono verbali né dichiarazioni che scendano nel merito di quanto discusso. Nessuno riferisce di cosa si è detto, come, e quali siano le posizioni; quello che si sa, lo si sa grazie alle ricostruzioni dei vituperati giornalisti. Sono state abolite le dirette streaming. Bisogna fidarsi del dichiarante di turno, che oltre a dirci che si sta occupando «degli interessi dei cittadini», nel caso sia particolarmente in vena ti dice pure che «sta scrivendo la storia», che non è propriamente entrare nel merito.

3) «Fare gli interessi dei cittadini» è una frase senza senso. È come dire «sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno». I «cittadini» sono un’entità indefinita. Ci sono cittadini ricchi e poveri, che evadono le tasse e che le pagano fino all’ultimo centesimo; ci sono giovani e pensionati; e tra i giovani, c’è chi è figlio di papà e chi è stato cresciuto a stento; e tra i pensionati c’è chi va avanti con la minima e chi con quella d’oro; ci sono uomini e donne (e per le seconde, in genere, è tutto un po’ più difficile); c’è chi ha alle sue dipendenze gente che lavora per lui e chi per campare deve prestare il proprio lavoro ad altri che glielo pagano come dicono loro, se glielo pagano. Fare gli interessi degli uni può voler dire penalizzare gli altri. Insomma, dire che si fanno «gli interessi dei cittadini» può suonare fico, è di sicuro effetto. Reiterare la frase la rende quasi vera. Ma ciò non toglie che nella sostanza sia una cosa vecchia e che non dice niente, proprio niente. Anzi, è senza senso.

mercoledì 9 maggio 2018

Da PalaEvangelisti a Palapincopallino, che male c'è?

Nei giorni scorsi ha fatto discutere la decisione presa dalla giunta comunale di Perugia di cambiare il nome al palazzetto dello sport dove domenica scorsa la squadra di pallavolo cittadina ha conquistato il primo scudetto della sua storia. È successo che l’esecutivo cittadino ha dato il diritto di ribattezzare la struttura all’azienda che si fosse aggiudicata la gara bandita lo scorso 26 marzo. La cosa frutterà all’incirca 50 mila euro l’anno.

Il palazzetto si chiama oggi PalaEvangelisti. Evangelisti è il cognome di Giuseppe: ciclista, pittore, garibaldino e antifascista. Ci sono state diverse amenità intorno alla vicenda. Un assessore della suddetta giunta ha cannato la data di morte di Evangelisti collocandola alla fine dell’ottocento, deducendone così che Giuseppe non avrebbe mai potuto essere stato antifascista «salvo che fosse veggente», ha ironizzato. Giuseppe invece è morto a Nizza nel 1935, dopo che nel 1926 il regime fascista l’aveva mandato al confino. La cosa grave non è che il membro di giunta non sapesse nulla di Evangelisti, ma che non abbia sentito il bisogno di documentarsi prima di scriverci su. Ma non è questo il punto. Ci sono stati Vanni Capoccia e la cittadina Società operaia di Mutuo soccorso a ricordare a smemorati e spiritosi chi fu Giuseppe Evangelisti. E Leonardo Malà ha copiato-incollato sul suo profilo facebook il ritratto di “Peppino” tratto da un libro che lui, Malà, ha pubblicato nel 2008 insieme ad Alfio Branda, “Stelle in corsa”. Paradossalmente quindi, la topica dell’assessore è stata produttiva, consentendo alla città di riscoprire un suo eroe. Certo, sarebbe meglio che un membro di giunta fosse un pelino più accorto. Ma tant’è, non si può avere tutto dalla vita.

Sulla polemica si è registrato anche un comunicato della giunta, che con una discreta dose di spericolatezza ha argomentato che in seguito alla concessione del diritto di rinominare il PalaEvangelisti all’azienda aggiudicatrice dell’asta, «non verrà meno il nome giuridico-istituzionale del palazzetto dello sport che è e resta intitolato a Giuseppe Evangelisti». Cioè: la struttura si chiamerà PalaPincopallino. PalaPincopallino verrà scritto a caratteri cubitali su tutti i lati della struttura. PalaPincopallino la struttura verrà chiamata in occasione di tutte le dirette tv delle partite della squadra di volley campione d’Italia e di tutte le manifestazioni che lì verranno ospitate. Però, sotto sotto, continuerà ad essere intitolata a Giuseppe Evangelisti. Geniale. Ma non è neanche questo il punto.

Il punto è che questa cosa è stata fatta per soldi. Nel sopra citato comunicato spericolato la giunta tenta di schermarsi dietro al fatto che «si tratta di un’operazione largamente diffusa in tutte le principali città italiane che ospitano palazzetti dello sport di significative dimensioni». Al di là del fatto che la giustificazione lascia trapelare un qualche tipo di imbarazzo, come se qualcuno, all’interno della giunta, avesse subodorato che passare da PalaEvangelisti a PalaPincopallino non è una di quelle operazioni di cui andare orgogliosi. Al di là di questo, appunto, c’è un particolare che nello sgangheramento dei tempi passa per fisiologico, ma è invece patologico. È che al nome corrisponde la cosa. Se cambia il nome cambia la cosa. Succede di proposito, quando l’attacco armato a un paese viene definito «esportazione di democrazia». Succede quando si finge di distrarsi e si consente di passare da PalaEvangelisti a PalaPincopallino. Perché la struttura che ora porta il nome di un eroe, porterà il nome di un’azienda. Dove aleggiava la memoria, da domani aleggerà lo sponsor, con buona pace del «nome giuridico-istituzionale» evocato dallo spericolato comunicato della giunta. Per capire il senso della cosa, ci si può avvalere di una pratica cara alle persone attente alle questioni di genere: definire sindaca un donna eletta al vertice della massima assise cittadina non è una questione formale, come alcuni spiritosi che ironizzano su queste cose vorrebbero far credere. Definire sindaca una donna è comunicare a una bambina che c’è il nome per la carica per la quale lei un giorno decidesse di concorrere. È dire alla bambina che sì, lei potrà essere sindaca o architetta, avvocata, chirurga. Ciò, nonostante nei secoli addietro quelle professioni sono state solo appannaggio dei maschi, che le hanno coniugate secondo il loro genere perché le consideravano cosa loro. Il nome dà il senso all’oggetto, altrimenti il nostro linguaggio di umani si sarebbe limitato alla sola parola cosa. Quindi: PalaEvangelisti descrive una cosa, PalaPincopallino ne descrive un’altra. Con buona pace dei comunicati spericolati delle giunte.

Ma non siamo ancora arrivati al nodo principale. Perché abbiamo solo accennato che da PalaEvangelisti a Palapincopallino ci si arriverà per soldi. E invece è qui che sta il punto. I comuni, come quasi tutte le persone, sono sempre più strangolati da diktat provenienti da entità e dipinti come ineluttabili che non impongono solo austerità insensata e tagli e impoverimento dei servizi, ma anche veri e propri cambiamenti di senso. Secondo i dati del ministero dell’Interno, i trasferimenti erariali dello Stato al comune di Perugia sono diminuiti nell’arco di dieci anni dagli oltre 38 milioni del 2007, ai 31 del 2017. E non è successo ovviamente solo per Perugia, è una tendenza generale. Si tratta di un’erosione lenta e inesorabile che impone sforbiciate, e suggerisce la ricerca di sponsorizzazioni. Che possono portare a cambi di nome, cioè di natura delle cose, cioè di immaginario, cioè di senso, cioè di essenza di quello che siamo. Come quando si passa da PalaEvangelisti a Palapincopallino. Che lo si faccia e lo si consenta pensando che non ci sia niente di male, non attenua il male che c’è. Testimonia solo dell’incapacità di vederlo.

martedì 27 febbraio 2018

Post vano

Oggi nella città in cui vivo verrà inaugurata una sede di Forza Nuova. È stato organizzato per le 19 un presidio di protesta a Sant’Ercolano (lo dico per i perugini, invitandoli) al quale cercherò di essere in ogni modo. Ciò anche se penso che il neofascismo insorgente (quello di Casapound e Forza Nuova) sia niente più che una messa in scena muscolare e dopata, e sia assai meno pericoloso del postfascismo istituzionale di cui ci sono in giro esempi macroscopici, e della cui azione di sfondamento i neofascisti si stanno nutrendo per ripresentarsi oggi in pubblico. Ciò anche se penso che questi neofascisti stiano anzi diventando un’arma di distrazione. Ciò, anche se nell’appello gli organizzatori fanno riferimento alla messa fuorilegge delle organizzazioni neofasciste.

Sono allergico ai proibizionismi, e non è solo una questione di principio. Credo che se un umore, un’idea pericolosa vengono messi in circolazione, questi vanno combattuti destrutturandoli, denudandoli dinanzi all’opinione pubblica, non invocandone la messa fuorilegge, benché sancita dalla Costituzione. Il che non significa parlarci con i fascisti: con i fascisti in quanto fascisti non si parla. Si parla con le persone. E si dovrebbe allenare il cervello a decostruire, smascherare, smontare le narrazioni tossiche dalla radice; non a ribadire slogan da contrapporre ad altri slogan. Quelle degli slogan sono scorciatoie inefficaci, tanto per combattere il neofascismo quanto il ben più pericoloso postfascismo, che alligna in luoghi della politica apparentemente insospettabili.

Detto questo, mi piacerebbe che il presidio paralizzasse pacificamente quella parte di città. Sì, che la paralizzasse per un po’ di tempo per la quantità di corpi che sceglieranno di mettersi simbolicamente a difesa dell’antifascismo, che è lo spazio di democrazia che ci siamo dati nel 1945. Mi piacerebbe che i fascisti di Forza Nuova si intimorissero davanti a una risposta che dovrebbe essere massiccia, che si sentissero soli. Che nei loro confronti non venga proferito insulto e che si canti solo “Bella ciao”, che è di tutti, tranne che la loro. Perché sono allergico alle proibizioni, ma non a lottare con i mezzi che ritengo più efficaci. Farli sentire rifiutati, a questi fascisti, potrebbe tornare utile anche per combattere più efficacemente i postfascisti, assai più pericolosi, perché oggi su alcune questioni hanno preso l’egemonia. Denudarne l’impresentabilità servirebbe, potrebbe servire, a denudare l’impresentabilità pure dei postfascisti istituzionali.

Per questo sarebbe bello che a difesa dell’antifascismo, che è lo spazio di democrazia che abbiamo aperto nel 1945, oggi venissero tutti: dai liberali ai comunisti, dai “sinceri democratici” agli anarchici. In queste occasioni non bisogna essere d’accordo su tutto. Basta ritrovarsi su un paio di cose, che non sono solo di sinistra: la violenza come metodo è fascismo; il razzismo (più o meno ammantato di democrazia) è fascismo. Poi si può tornare a discutere su tutto, nello spazio antifascista che ci siamo dati. E si può anche accettare che quattro sfigati (pericolosi, però) aprano la loro sede nel ribrezzo generale per le idee che esprimono.

Temo che resterà vano, l’invito. Perché c’è una parte politica non fascista che giudica le cose che ho appena scritto “estremiste”, perché sotto sotto i fascisti non la spaventano come la spaventano gli antirazzisti. E allora non ci capiamo proprio, e dobbiamo rifare un sacco di strada a ritroso, fino al 1945. Ma spero lo stesso, nonostante questo, che quella parte di Perugia, tra poco, si paralizzi per i corpi che l’affolleranno.

giovedì 22 febbraio 2018

Papà, cos'è il fascismo?

Giorni fa ho aiutato mia figlia, che frequenta la terza media, a studiare la presa del potere da parte di Mussolini e la successiva costruzione del consenso da parte del regime. A un certo punto lei mi ha fatto una domanda che più o meno suonava così: «Sì, ma che è il fascismo?». Che è una domanda immane. Ma io avevo in quel momento l’urgenza di dare una risposta chiara, breve e intellegibile da una persona che comincia a cimentarsi ora con lo studio vero e che vede la storia schiacciata in una prospettiva deformata (provate a ricordarvi cos’era per voi la storia a dodici-tredici anni). C’ho pensato sopra e ho risposto più o meno così: «Il fascismo è l’uso della violenza in politica, è l’annientamento anche fisico di chi non la pensa come te». Ho pronunciato quelle frasi con la paura di essere frainteso e col timore di semplificare troppo le cose e presentare una versione manichea della questione.

A distanza di giorni e con le cose che vanno succedendo invece, mi vado convincendo di avere dato la risposta giusta. Perché si possono fare tutti i dibattiti storiografici che si vogliono, si può dire che Mussolini ha fatto anche cose buone, si può sostenere che durante il fascismo l’Italia è diventata una potenza. Ci si può baloccare col consenso riscosso dal fascismo fino a un attimo prima della caduta di Mussolini. Ma al fondo, il fascismo rimane quello: l’uso sistematico della violenza in politica, il disconoscimento della diversità di opinioni, della semplice possibilità di essere diversi da come ti vuole il regime. L’eliminazione del diverso. L’estorsione del consenso.

Lo scrivo, per quel che vale, qui, oggi, perché opinione pubblica e opinionisti di grido mi sembrano in preda alla sbronza degli “opposti estremismi”. No. Rossi e neri non sono tutti uguali. Non lo sono stati. In Italia meno che mai. E lo scrivo perché se il fascismo è l’uso sistematico della violenza in politica, essere antifascisti significa bandire la violenza dalla politica. Che non è eliminazione del conflitto. Ma è sorreggere le proprie idee con argomentazioni forti, con lo studio, col tentativo di capire cosa succede e la voglia e la capacità di comunicarlo. È presa dell’egemonia, non eliminazione dell’oppositore.

Anche per questo mi lasciano perplesso le richieste di messa fuorilegge delle organizzazioni fasciste. Sì, lo so che lo dice la Costituzione. Ma tu a chi oggi vuol riportare in auge la violenza in politica, a chi gli ha arato il campo per questi scampoli di gloria, devi contrapporre argomenti. La legge, la Costituzione, servono a poco, purtroppo, se non gli dai argomenti. E questo significa parlare, dire la propria, spogliare le argomentazioni dei fascisti e dei fascistoidi, le loro narrazioni tossiche. Significa anche andare in piazza, certo, sommergendoli con la tua semplice presenza, i fascisti. E per questo sarebbe opportuno che i “sinceri democratici” ci scendessero in piazza: pacificamente, silenziosamente, fermamente. Come a Macerata, dove tanti “sinceri democratici” però, si sono girati dall’altra parte, in preda alla sbronza degli opposti estremismi. Che non aiuta affatto a respingere i fascisti.

sabato 3 febbraio 2018

Mettete via quella bandiera

A chi non fa della bandiera un feticcio né della patria un'arma contundente, questa cosa potrà pure apparire sfocata. E infatti quando sentiamo slogan puerili come "l'Italia agli italiani", "prima gli italiani", "padroni in casa nostra", ci passa in testa di tutto: fare del sarcasmo, denunciare il razzismo di chi pronuncia frasi del genere; segnalare la meschina parzialità di parole d'ordine che dividono il qua e il là in maniera sballata, facendo intendere che uomini e donne si distinguano "per natura" e non per condizione, che è il modo più efficace per perpetuare lo stato di chi sta sopra e chi sta sotto.

Tutto giusto, per carità. Alla vista del tipo arrestato per aver tentato una carneficina a Macerata, ammanettato dopo essersi intabarrato nel tricolore, bisognerebbe però avere un sussulto, ed evitare di dare per scontata una questione che, visti i tempi, va scandita per farsi capire bene: il riempirsi la bocca di patriottismo e sventolare la bandiera non significa affatto che voi - fascisti o fascistoidi - amiate il posto in cui vivete più di noi, che pensiamo che le frontiere siano muri che dividono ciò che dovrebbe essere unito. Anzi. Dovreste smettere di vilipenderle quella bandiera e quella parola, "Italia", che se fosse stato per molti di voi sarebbe diventata un satellite della Germania nazista. Dovreste smettere di approfittarvi della nostra pazienza di cooperanti, operatori, intellettuali, insegnanti, contribuenti che ogni giorno cerchiamo nel nostro piccolo di migliorarlo davvero, il nostro paese, col nostro lavoro quotidiano, mentre voi ve ne andate in giro a organizzare ronde, fare raid e sparare cazzate che partono da assunti sbagliati per arrivare a obiettivi sballati. Sventolare il tricolore non vi rende migliori dei somari che siete: ignorate praticamente tutto ciò di cui parlate, però lo fate dicendo di "difendere gli italiani", alcuni dei quali ci credono pure.

Smettete di infangarla, la bandiera tricolore, sventolate la vostra, se riuscite a non vergognarvene. Fatela finita di dire che difendete gli italiani, poiché molti italiani, come noi, vi disprezzano e si sentono offesi dall'essere vostri connazionali.

Non avete diritto di appropriarvi di cose che non sono vostre solo perché noi siamo distratti da questioni più importanti di voi. Mettetela via quella bandiera, non è roba vostra.

mercoledì 31 gennaio 2018

Chiarimenti non richiesti

Di questa cosa non pensavo di scrivere. La davo per acquisita. Parlando invece con diverse persone che stimo, mi sono reso conto che vent'anni di sistema elettorale maggioritario hanno lasciato uno strascico inerziale che fa pensare a molti, niente affatto superficiali, che alle prossime elezioni si vada per eleggere qualcuno che vinca.

Non è così. La legge elettorale con cui andremo a votare se ne avremo voglia, oltre che perversa, è di tipo proporzionale. Perversione e proporzionalità di una legge elettorale non è affatto detto che coincidano. Anzi. In questo caso però sì, si sovrappongono. Succede perché la quota di seggi che viene attribuita col maggioritario e il modo in cui fanno finta di interpretarla i partiti più grossi - oltre allo strascico inerziale di vent'anni e passa di maggioritario - spingono a considerare la legge elettorale maggioritaria tout court.

Ma la legge è proporzionale e - qui sta il punto - checché ci vogliano far credere, nessuna delle cosidette coalizioni in campo avrà la forza di formare un governo da sola. Questo loro lo sanno, tutti. Ma si reggono il gioco a vicenda perché sennò finisce il Truman show. Non c'è insomma da "fermare la destra", nè da "arginare il populismo becero". Al governo non andranno né Salvini né Meloni né Di Maio, e la cosa di gran lunga più probabile sarà un governo Pd-Forza Italia.

Tutto questo per dire che si potrà andare a votare seguendo il cuore, cioè dando il voto anche a quelle forze che non hanno né forza né voglia (per ora) di governare, e che magari rischiano di non portare nessuno in Parlamento. Ci si può risparmiare la fatica di turarsi il naso ora, perché probabilmente dovremo farlo dopo il 4 marzo.

Si può anche scegliere di non votare, ovviamente. A patto di non dire di farlo "per protesta", perché l'astensionismo è materia, se va bene, per qualche analisi del giorno dopo. Poi passa in archivio. E perché ogni voto non dato va ad accrescere la percentuale anche del candidato che ci provoca più raccapriccio.

Detto ciò, il voto non è l'unico modo per partecipare. E si può bellamente decidere pure di infischiarsene, di partecipare.

Solo che vale la pena di considerare che  stavolta si è un po' più liberi rispetto agli ultimi vent'anni di votare chi ci piace di più, non chi ci dispiace di meno (ammesso che l'abbiamo mai fatto). Anche se chi ci piace di più al governo non ci andrà mai, perché il governo, in pratica, l'hanno già fatto.

Anche le leggi perverse hanno il loro lato positivo.

giovedì 18 gennaio 2018

Spiegare una battuta di trenta secondi in 4.049 caratteri

Molti battutisti che postano sui social si lamentano del fatto che sotto alle loro battute capita che qualcuno commenti: “Questa te la potevi risparmiare” o “questa non fa ridere”. E sì, sono commenti grotteschi, insensati; perché la battuta ha una grammatica tutta sua, e controbattere col linguaggio ordinario è come rispondere in finlandese a uno che ti ha chiesto “Scusi, dov’è il bagno?” in coreano. E poi, ti può non piacere una battuta, ma anche se eviti di scriverlo nel commento sotto, è assai probabile che il sole sorgerà anche l’indomani, tranquillo.

Ma c’è di peggio di quello al quale la battuta non ha fatto ridere e non riesce a tenere a bada l’istinto di comunicartelo mediante commento (che poi i commentatori in questione sono quelli che non guardano la battuta, bensì chi viene colpito dalla battuta: se è un loro avversario, allora mettono il “mi piace” anche se la battuta è da quinta elementare; se invece simpatizzano per lui, la battuta non gli piace e commentano). C’è di peggio, dicevo: sono quelli che commentano avendo completamente cannato il senso della battuta. E commentano anche in maniera aggressiva, rimanendo al riparo da figuracce perché la battuta il battutista non te la spiega, ché è una cosa vagamente umiliante. E siccome tu non gli rispondi, loro passano il resto della giornata tronfi, convinti di averti messo all’angolo, magari lo dicono anche alla ragazza, all’amico, al cane mentre lo portano a pisciare.

Un esempio può aiutare a capire. Se uno scrive: “Dietro a ogni uomo c’è una grande donna: pensa quant’è piccola la moglie di Alfano”, può capitare che ti si dia del sessista perché hai offeso una donna, mentre è del tutto evidente che il bersaglio della battuta è Alfano, non la moglie, che viene usata come leva nella battuta, ok?

Con Gene Gnocchi, il maiale e Claretta Petacci questo fenomeno, che in genere rimane nel chiuso di una pagina satirica, ha assunto una dimensione nazionale. E stamattina ci sono anche quelli che si definiscono autorevoli commentatori i quali spiegano con ago e filo perché e per come non si doveva fare quella battuta. Vale la pena scriverci sopra - anche se in qualche modo già l’ha fatto stamattina sulla sua pagina gente che di satira ne sa molto più di me, tipo Luca Bottura - perché il fraintendimento, o meglio la grande difficoltà a capire quello che ci dicono gli altri perché noi pensiamo di sapere quello che gli altri vogliono dirci prima ancora che parlino, è un problema nazionale. E anche perché, faccio notare, nell’equivoco sono caduti anche alcuni di quelli che difendono Gene Gnocchi. Che poi io penso che molti di quelli che commentano equivocando, non hanno visto l’oggetto della querelle, cioè il video in cui Gene Gnocchi pronuncia la battuta incriminata, e quindi parlano a vanvera, altro problema nazionale.

E comunque, tornando a Gene Gnocchi, al maiale, e a Claretta Petacci, in preda all’istinto del commentatore è sfuggito anche ad autorevoli commentatori il niente affatto trascurabile particolare che il bersaglio della battuta di Gnocchi non era Claretta Petacci, bensì Giorgia Meloni. La quale va postando da giorni le foto del maiale che grufola nei rifiuti di Roma e per questo viene messa alla berlina da Gnocchi (primo pezzo di cuore della battuta). Non solo: nostalgica del fascismo nonostante abbia sciacquato i panni in non si sa bene quale fiume per cercare di apparire una sincera democratica (secondo pezzo di cuore della battuta), Meloni ha messo nome al maiale Claretta Petacci, appunto. Insomma, il senso della battuta non è: Claretta Petacci è una maiala; bensì: la nostalgica del fascismo Giorgia Meloni ha un interessamento per il maiale che grufola per Roma degno di miglior causa.

Concludendo: Claretta Petacci è la leva della battuta, il cui bersaglio è la Meloni. Recuperando l’esempio di prima, ricaveremmo la seguente formula:

Moglie di Alfano : maiale a cui è stato dato il nome di Claretta = Alfano : Meloni

Ecco, riguardando il video, forse, ora si capisce meglio.

https://www.youtube.com/watch?v=XOcPdUsO64g

martedì 16 gennaio 2018

Cose piccole, piccolissime

E adesso ti metti a scrivere pure tu di razza, di razzisti, di Fontana, di campagna elettorale? Ma dai, basta: tra battute, litigi da social, editoriali, da ieri pomeriggio, da quando il leghista “moderato” Fontana – che non è mica come quell’“estremista” di Salvini - ha detto che i negri mettono a rischio la sopravvivenza della razza bianca, non si fa che parlare di questo! Che c’hai da aggiungere tu? No, no, niente. Io voglio parlare di cose piccole, piccolissime, ché magari, tutti presi da concetti alti (Darwin, l’antropologia, la zootecnia – pare che l’uso più opportuno della parola “razza” sia associato proprio alla zootecnia) possono sfuggire. Che poi se non avessi letto Zerocalcare sull’Espresso di domenica scorsa, magari non mi sarebbe neanche venuto in mente di scriverle, queste cose. E sia chiaro, la responsabilità di quello che sto per scrivere, ovviamente, è tutta mia: Zerocalcare non c’entra, non c’ho neanche mai parlato.

Dunque: dice Zerocalcare che i nazifascisti non sono tanti. Lui sostiene che va fatta una distinzione netta tra i “militanti di organizzazioni neofasciste” e “la barbarie trasversale diffusa in questo paese” perché sostanzialmente (semplifico molto, eh) barbari si diventa dopo essere stati sottoposti a un racconto giornalistico fatto di criminalizzazione sistematica degli stranieri, mentre i nazifascisti organizzati (sull’uso del termine nazifascismo rimando a Zerocalcare sull’Espresso, ché sennò questa cosa diventa troppo lunga) speculano proprio sul pregiudizio xenofobo, lo nutrono, ne fanno un programma politico basato sulla violenza e sul presunto primato della presunta razza bianca. Dice Zerocalcare, allora, che i nazifascisti, o nazisti tout court, “non sono tanti, ma non occorre essere in tanti per fare molto male nell’esistenza delle singole persone, in piccolo. Bastano pochi tagliaforbici storti” (e pure sull’uso della definizione di “tagliaforbici storti”, rimando a Zerocalcare sull’Espresso).

Fanno male i nazifascisti organizzati? Sì. Parecchio. Anche se sono quattro sfigati. Ammazzano, per esempio (Davide Cesare, Renato Biagetti, Nicola Tommasoli, Samb Modou, Diop Mor, Emmanuel Chidi Nnamdi sono i nomi di vittime fatte dal 2003 a oggi, li elenca il solito Zerocalcare). Picchiano “sistematicamente i bengalesi sulla Prenestina”, dice Zerocalcare che a Roma ci vive e la conosce. E fanno raid più o meno quotidiani che solo a stento vanno in cronaca nazionale. Io sulla responsabilità di chi fa e subisce il racconto giornalistico ci vado un po’ più pesante di Zerocalcare, perché penso che la barbarie la riconosci e la puoi evitare, non è detto che tu gli debba proprio andare in bocca, ma non è questo il punto.

Il punto è che stamattina, come tutte le mattine, ho accompagnato i miei due figli a scuola. Sotto casa mia ci sono due istituti superiori, e tutte le mattine mi tocca aspettare nell’auto ferma in fila che gli autobus davanti alla mia macchina scarichino decine di adolescenti che attraversano la strada per raggiungere le scuole. Non ci faccio mai caso, stamattina invece mi sono saltati agli occhi due ragazzetti neri. Quando l’autobus davanti a me è ripartito, e io sono gli andato dietro, stavo pensando a quanti ragazzini di origine straniera c’erano dentro quell’autobus: i neri li vedi, spiccano, quello che ha i genitori nati in Lituania no.

La prima figlia che scarico è la maggiore. Frequenta la scuola media. Mentre la guardavo entrare, ho pensato a Ledana, una sua compagna di scuola che ha i genitori albanesi. E ad Azzurra, la sua amica del cuore, che ha madre e padre di origine napoletana, che se la Lega era quella di qualche anno fa, magari ti capitava un Fontana che diceva che i napoletani mettono a rischio la razza padana. Mi è venuto in mente Marco, un altro compagno di scuola di mia figlia, che ha il nome italianissimo ma la madre e i tratti del viso colombiani.

Poi ho proseguito per un altro chilometro e ho accompagnato il secondo figlio, che frequenta le elementari; all’ingresso ho incrociato la madre di Edward, suo compagno, che è nata in Perù. Ho caricato lo zaino sulle sue spalle (di mio figlio, non della mamma di Edward) e l’ho guardato mentre entrava in classe, dove raggiungeva Adam, figlio di due polacchi: lei vive qui, il marito è stato costretto ad andare in Austria per lavorare e torna quando può; Maria, che nonostante il nome è figlia di due persone nate in Lettonia; Davide, nato dal matrimonio di un italiano e una algerina (scura di carnagione); Luca (padre italiano e mamma marocchina); Adelina, nata dall’unione di due rumeni;. Nadia, di famiglia rom.

Sono tornato a casa e sulle scale ho incrociato Lisa che andava al lavoro. Si fa chiamare così perché sono vent’anni che vive in Italia e qui ha fatto anche due figli, ma è nata in Ecuador. Mio figlio gioca spesso con i suoi, sono coetanei, e io la riaccompagno a casa quando i piccoli (mio e suoi) escono dalla piscina, ché il marito lavora fino a tardi e lei non ha la macchina. E, per dire, oh, non mi sono mai sentito messo a repentaglio nella mia identità di bianco nonostante lei abbia evidenti tratti dei nativi precolombiani.

Salendo le scale ripensavo a Ledana, Marco, Edward, Adam, Maria, Davide, Luca, Adelina, Nadia. Mi sono ritornate in mente le facce dei due adolescenti neri che avevano attraversato la strada davanti a me dieci minuti prima. E ho pensato a Larisa, cinquantenne moldava che fa la pulitrice ed è riuscita a portare qua i figli per fare il ricongiungimento dopo anni di sacrifici. Ora loro due lavorano in provincia di Milano, e lei è riuscita a vederli per le feste solo perché è andata su lei (vive a Perugia) poiché i due, che lavorano in uno di quei posti che vendono mobili la cui “forza è il prezzo”, avevano libero solo il giorno di Natale, essendo costretti dai turni a lavorare sia la vigilia che il giorno di Santo Stefano, che io poi vorrei vederlo uno che va a scegliere i mobili o se li fa montare in casa il giorno della vigilia o quello di Santo Stefano.

Alle ultime due rampe, ho pensato che la democrazia, se la interpreti in senso riduttivo, è a misura della maggioranza e se ne infischia delle minoranze (questa non è roba mia, ci sono stati scritti sopra diversi libri, anche se magari Fontana e quelli come lui non lo sanno). E gli spiriti animali dei tantissimi Fontana da cui siamo contaminati, inseguendo l’addome della maggioranza, fanno male. Non picchiano, non uccidono. Ma fanno male a Ledana, Marco, Edward, Adam, Maria, Davide, Luca, Adelina, Nadia. Che sono bellissimi, come tutti i bambini, ma ieri hanno avuto occasione per sentirsi diversi in maniera brutale perché qualcuno ha detto che loro mettono a rischio la razza bianca (credo che per Fontana anche moldavi, lettoni e rumeni siano da classificare come negri contaminanti). Fanno male, i Fontana, ai due adolescenti neri che magari oggi avranno a che fare con qualche compagno di classe un po’ più coglione degli altri che si sentirà autorizzato a bullizzarli. Fanno male alle tante coppie padane e bianchissime che adottano figli nati in altri continenti.

Pensavo a tutte queste cose, mentre infilavo la chiave nella toppa. Zerocalcare, Fontana, Larisa, i bambini, gli adolescenti. E ho pensato che la democrazia non può tollerare che ci sia qualcuno che la usa per fare male ad altri. Pochi o tanti non importa, perché sono comunque sufficienti a “fare molto male all’esistenza delle singole persone”, come dice Zerocalcare. Ora ci saranno lo storico e il politologo di turno che storceranno la bocca, avvertiranno un’irresistibile puzza sotto il naso e saranno pronti a categorizzare, osservare le grandi tendenze, invitare a non generalizzare, a non “farsi prendere dalla passione”. Sottovalutando la carne e il sangue delle persone, ascrivendo tutto alla campagna elettorale, minimizzando “perché non è da queste cose che si giudica un movimento politico”, e considerando le parole dei Fontana alla stessa stregua delle promesse farlocche da campagna elettorale. No. Perché la democrazia o è per le persone o non è. E i Fontana, come i nazifascisti, vanno isolati, messi in una riserva, indicati come il male perché fanno male. Ché sennò non ci si capisce più, non si capisce più a che serve, la democrazia, se non riesce a difendere chi non deve subire il male gratuito, che sia inferto per programma politico o per ignoranza.

giovedì 11 gennaio 2018

Un pippone per addetti ai lavori. Anzi, no

Io me li leggo questi articoli pieni zeppi di nomi in cui si dice che Tizio verrà forse candidato nella tal lista perché Caio, che è il suo padrino politico a Roma, sta perorando con forza la sua causa. E che però c’è Sempronio che lo minaccia perché Guidubaldo da Amelia, che ha fatto il sottosegretario e ha stretto un sacco di rapporti, lo tiene in grande considerazione (a Sempronio) e potrebbe riuscire a imporlo al partito (che poi, il partito, dove stanno i partiti?, ce ne sono?). Io me li leggo, dicevo, questi articoli, e devo averne scritto anch’io qualcuno, in passato, di mala voglia.

Però, una volta finito, mi sento come se avessi letto dell’ultimo flirt di Valeria Marini, o di quanto fa dimagrire l’ananas preso alle otto di mattina ma solo se condito con succo di mirtillo biologico proveniente dalla Valcamonica. Come se avessi fumato una sigaretta, che per fortuna ho smesso. Che ti dà una sigaretta? Niente. Ma proprio niente. Eppure tu te la fumi convinto che ti faccia calmare, che ti faccia andare al bagno, che ti rilassi, che ti aiuti a concentrarti, che ti faccia addormentare meglio. Tutte cazzate. Però tu non lo vuoi ammettere perché c’hai il vizio, solo che il vizio lo devi giustificare. E allora, giù cazzate.

Non dicono niente, questi articoli. Soprattutto considerando che alla fine di questo mese sapremo quali saranno i candidati ufficiali, quelli veri, che potremo andare a votare, se lo vorremo. Ma nel frattempo leggiamo ‘ste cose che non dicono niente, però soddisfano la voglia recondita di ognuno di noi di guardare dal buco della serratura. Sì, perché sapere che Gedeone Acchiappavoti (forse) ha telefonato a Giovane Vecchio e che insieme si sono messi d’accordo contro Anselmo Parrucconi, ci fa sentire più importanti, come se fossimo messi al corrente di un segreto, anche se il segreto è farlocco, anche se ciò non aggiunge niente alla nostra capacità critica di discernimento del candidato da votare.

Vengono inseriti sotto la categoria politica, questi articoli, quando andrebbero classificati come gossip, che almeno uno lo saprebbe quello che va a leggere. Invece no, ci si dà un tono, una scusa: “politica” (vedi alla voce “la sigaretta mi fa digerire”), anche se non c’è scritto niente che sia politica, cioè costruzione di cose che interessano alla comunità. Però, appunto, li leggiamo, anche se non ci lasciano nulla. E chi li scrive spesso si sente importante perché lui è il propalatore del segreto, che tra venti giorni non sarà più segreto.

Uno dei suggerimenti che Peter Laufer, docente all’Università dell’Oregon e fautore delle slow news, dà nel suo libro che s’intitola proprio “Slow news”, è questo: “Le non notizie presentate da notizie sono ancora più importanti da ignorare”. Ecco, questi pastoni sono non-notizie, presentati però come rivelazioni imprescindibili. E tenuto conto che tra venti giorni avremo sotto gli occhi gli elenchi dei candidati veri, quanto senso ha dedicare tempo alla lettura di questi articoli? Non sarebbe meglio leggersi, che ne so, “La Luna e i falò”, di Pavese?, uno qualsiasi dei libri di John Fante? Non sarebbe meglio andare a vedere “Corpo e anima” al cinema? Roba che la sera quando stai per addormentarti ci ripensi, e la mattina quando prendi il primo caffè ci ripensi ancora, che è segno che è roba che ti è entrata dentro. Invece, diciamoci la verità, ma chi ci pensa ad Anselmo Parrucconi, a Giovane Vecchio, a Gedeone Acchiappavoti, a Guidubaldo d’Amelia? E però leggiamo, gli diamo importanza, guardiamo dal buco della serratura convinti di entrare nella ristretta cerchia degli iniziati che sanno i segreti. E però ci lamentiamo dei giornali e dei giornalisti. Ma dei lettori mai. Che certi articoli, se non venissero letti, alla fine si smetterebbe pure di scriverli.